Caso Rear, dem nei guai pure a Torino. «Soldi pubblici alla famiglia di Laus»
Mauro Laus (Ansa)
Chiusa l’indagine sulla coop di cui è socio il deputato pd. Le accuse vanno dall’«infedeltà patrimoniale» alla «malversazione». Indagati anche l’assessore Domenico Carretta e il capo del consiglio comunale, Maria Grazia Grippo.

Il Cerchio di Laus. Non è una nuova formula matematica. Ma un altro caso imbarazzante per il Partito democratico. Questa volta il palcoscenico è Torino, ma la scenografia si allunga fino a Roma e a Riva del Garda. Appartamenti di pregio, conti correnti personali gonfiati con fondi pubblici erogati durante la pandemia da Covid-19, stipendi pagati senza prestazioni lavorative effettive e uno schema che, più che descrivere le attività di un’impresa, somiglia a un pranzo domenicale in famiglia.

L’indagine è stata chiusa dal procuratore Giovanni Bombardieri e dal procuratore aggiunto Alessandro Aghemo: otto indagati, tutti orbitanti attorno a Mauro Laus, deputato del Partito democratico e già presidente del Consiglio regionale del Piemonte, alla sua ristretta cerchia familiare e ai fedelissimi della sua ala politica.

La coop in questione, della quale Laus è socio dagli anni Novanta, è la Rear, gigante torinese dei servizi, con 1.662 addetti e 19 unità locali sparse per il Paese (Piemonte, Veneto, Trentino, Basilicata e Toscana), che si occupa di tutto: pulizie, facchinaggio, vigilanza, assistenza museale. Una di quelle creature con un piede negli appalti pubblici e l’altro nei salotti buoni della sinistra piemontese. Una cooperativa talmente inclusiva che tra i suoi dipendenti risultano la moglie Maria Cardone, i due figli Giuseppe e Vittorio e la cognata Valeria Cardone, potentina, vicepresidente del Consiglio direttivo e amministratrice delegata della cooperativa con poteri di «rappresentanza, di firma e di organizzazione».

Secondo l’accusa, Laus non sarebbe un socio qualunque. Avrebbe gestito la Rear come se fosse sua. Un’estensione del salotto di casa. E proprio di casa si parla, letteralmente: un appartamento a Santa Rita (Torino), affittato formalmente dalla coop per 6.700 euro all’anno, ma utilizzato dalla famiglia Laus, secondo i pm, «per fini privati» dal 2019 al 2022. Sempre Rear, sempre soldi pubblici, sempre usi un po’ creativi, ma questa volta a Riva del Garda, località perfetta per lo smart working panoramico: la cooperativa avrebbe affittato casa e box per oltre 26.000 euro l’anno. E nessuna traccia di attività lavorativa, secondo l’accusa. A Roma, via della Stelletta, zona Campo Marzio, Rear affitta per 33.600 euro un alloggio storico usato, dicono gli inquirenti, da Laus nei giorni in cui era in Parlamento. Come in via dell’Arcivescovado, a Torino centro, altro affitto Rear «usato», per gli inquirenti, «per scopi privati».

L’accusa: infedeltà patrimoniale. Con una finalità, secondo la Procura, quella «di procurarsi un ingiusto profitto o un altro vantaggio». E così, gli indagati avrebbero «compiuto» o avrebbero «concorso a deliberare atti di disposizione dei beni sociali», «cagionando intenzionalmente» un danno patrimoniale alla coop.

Ma l’inchiesta non si ferma all’immobiliare. Il secondo filone riguarda gli stipendi. Anno di riferimento: 2021. Laus dichiara 787 giornate lavorative in Rear. Ma per 205 di quelle giornate, stando agli accertamenti, sarebbe stato impegnato in Parlamento. Per l’accusa è «malversazione».

E Laus non è l’unico a imbarazzare i dem torinesi. A leggere le accuse, avrebbe succhiato dalla cooperativa pure Domenico Carretta, assessore comunale ai Grandi eventi ed ex segretario provinciale del Pd: avrebbe lavorato in Rear 80 giorni mentre risultava in Municipio. Risultato: stipendi non dovuti. Stessa musica per Maria Grazia Grippo, presidente del consiglio comunale, assunta come impiegata nel 2018 (era già consigliere comunale): meno giornate, ma stesso spartito. Stipendi pure per i figli di Laus: uno operaio, l’altro dipendente generico della Rear. Una ventina di giornate ciascuno ma, stando alle accuse, erano all’università. Abbastanza per far scattare la stessa contestazione.

Il terzo capitolo dell’inchiesta è il più spinoso. Tre milioni di euro. Fondi pubblici del 2021, destinati a stipendi durante la pandemia. Secondo i pm incassati senza averne diritto. Il difensore di Laus, l’avvocato Maurizio Riverditi, getta acqua sul fuoco: «Nessun collegamento con l’attività politica o legata agli appalti aggiudicati alla società». Inoltre, ricorda che il suo assistito «aveva manifestato piena disponibilità a rendere dichiarazioni ai magistrati con l’intento di chiarire ogni aspetto della propria condotta».

Laus, intanto, sceglie la linea del basso profilo, ma lo fa sui social, inanellando frasi da biscotto della fortuna con pretese zen: «Confido che i fatti, una volta emersi con completezza, sapranno raccontare la realtà meglio di ogni congettura. C’è sempre un dopo che, prima o poi, ci spiega il prima». Non anticipa però come intende difendersi dall’accusa di essere riuscito a far funzionare una cooperativa nella cooperativa, quella tra compagni di partito, famiglia e rendite.

Il Partito democratico, nel frattempo, scrolla le spalle o volta lo sguardo altrove. Perché anche i cerchi più imbarazzanti, a sinistra, tendono sempre a rimanere perfettamente chiusi.

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