Da almeno due settimane il rendimento del Btp decennale oscilla intorno ai massimi degli ultimi cinque anni (4,60-4,70%) e l’analogo titolo francese quota stabilmente almeno 20 punti di più su livelli record (4,80%-4,90%, con una rapida puntata verso il 5%, record da 24 anni).
Tuttavia ieri sul Corriere della Sera il titolo sensazionalistico era «Borse ko e bufera sui bond, Milano soffre, spread a 115» e sul Sole 24 Ore, in prima pagina, dominava: «Mercati, tempesta su Borse e bond». Lo spread Btp-Bund ho toccato un massimo relativo a 131 il 2 ottobre e da lunedì è inchiodato intorno a 115 punti. Ma ieri evidentemente doveva essere la giornata dell’allarme a reti unificate, a dispetto dei fatti.
Bini Smaghi invoca la Bce, che intanto rallenta sui bond francesi
Solo qualche giorno prima, sul Financial Times, Lorenzo Bini Smaghi (ex membro del comitato direttivo della Bce) ha invocato l’intervento della Banca centrale europea sul mercato dei titoli obbligazionari governativi, specificamente ha chiesto che la Bce continui almeno a reinvestire i proventi dei titoli acquistati con i due programmi Pspp (avviato da Mario Draghi nel 2015) e Pepp (avviato da Christine Lagarde durante il Covid).
Invece ora la Bce si limita a incassare i proventi dei titoli che giungono a scadenza, sottraendo liquidità al sistema e, non comprando altri titoli, costringendo il settore privato ad assorbire una quota maggiore dei titoli offerti dagli Stati sul mercato, con inevitabili tensioni sui (minori) prezzi e sui (maggiori) rendimenti.
Ma la risposta a Bini Smaghi l’ha già data la Bce che – anche se non lo ammetterà mai, attribuendo i flussi mensili al normale calendario di scadenze – sta già operando. Gli ultimi dati, e non è la prima volta, parlano chiaro.
Da giugno a settembre, la Bce ha letteralmente staccato il piede dall’acceleratore, quando si parla di titoli francesi. In quel quadrimestre, Germania, Italia e Francia hanno rispettivamente rimborsato 28, 29 e 4 (dico quattro) miliardi di titoli.
Nell’ultimo bimestre 21, 12 e 3 miliardi. Numeri la cui «stranezza» balza ancora di più all’occhio, considerando lo stock di titoli detenuti da Francoforte: 729 miliardi tedeschi, 498 italiani e 598 miliardi francesi. Insomma a Parigi devono già ringraziare la Bce, mentre a Roma devono constatare che mantenere lo spread relativamente stabile, nonostante la Bce fosse sparita dal mercato, è un risultato di tutto rispetto.
Allora, perché tutto questo agitarsi, paventando che i mancati acquisti della Bce, secondo Bini Smaghi, «potrebbero produrre effetti indesiderati che non sono ancora completamente compresi»?
Tassi in salita, tra spesa per l’Ia e maggiori debiti pubblici
In realtà, a nostro sommesso avviso, le cose stanno diversamente e la Bce è chiamata strumentalmente in campo per interessi ben precisi, creando anche ad arte un clima d’allarme che mescola un po’ di tutto.
Nelle economie avanzate – tranne la Cina, che è un mondo a parte – c’è un generale riposizionamento dei tassi obbligazionari, governativi inclusi, su tutta la curva delle scadenze. Le cause sono ovviamente numerose e tra esse spicca l’enorme domanda dal mondo dei colossi del cloud computing per l’Ia (siamo passati da pochi miliardi all’anno, a oltre 200 miliardi, finora, nel 2026), a cui si sommano i fabbisogni finanziari dei governi.
Dei quali, agli investitori non interessa la presunta «nobiltà» della destinazione (energia, Difesa…), ma solo l’ammontare. Poi c’è la crescita economica complessiva (reale e nominale via inflazione) – trainata dalla rivoluzione industriale dell’Ia – che determina e giustifica un aumento del costo del capitale, a cui si aggiunge il posizionamento rialzista delle banche centrali sui tassi.
Quindi il mercato sta funzionando più o meno correttamente e sta «prezzando» tutte queste determinanti e l’intervento della Bce non è pertanto giustificato, perché richiederebbe un anormale funzionamento del mercato e, per la Francia, sarebbe anche negato dal mancato rispetto del Patto di stabilità.
Francia sotto pressione: gli hedge fund smontano la scommessa sui bond
I movimenti di ampiezza inconsueta registrati sui titoli francesi nelle giornate di giovedì e venerdì scorso sono invece il risultato dello smontaggio rapido e massiccio da parte di grandi hedge fund di una strategia che stava pagando da tempo: ci si indebitava in valute e tassi bassi e si investiva sui titoli francesi, con rendimento superiore ai Bund.
Quando le incertezze politiche ed economiche francesi hanno presentato il conto, il giocattolo è stato smontato senza scrupoli, anche perché più di metà del debito francese è in mani estere.
Vendere i titoli francesi, facendo alzare i rendimenti e scendere i prezzi, crea successivamente un’ottima occasione di acquisto perché, prima o poi, arriverà il paracadute della Bce che abbasserà i rendimenti (facendo alzare i prezzi).
Un’ipotesi avvalorata sul Wall Street Journal di lunedì dove, non a caso, si stanno seguendo le vicende francesi molto da vicino. Si vuole di nuovo in campo la Bce per proteggere i francesi dal mercato, cosa che fa comodo a molti.
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