In controtendenza rispetto all’astensionismo dilagante, alle elezioni sindacali in Ilva ha votato l’88% dei lavoratori, con migliaia di metalmeccanici in cassa integrazione che dopo anni sono ritornati in fabbrica solo per eleggere le Rsu.
Ma mentre Landini sfilava a Firenze accanto a Conte e Schlein contro l’allarme fascismo, la Cgil, sempre più lontano dai lavoratori, diventava il quarto sindacato in Ilva, la fabbrica più grande d’Italia. Prima la Uilm, che ha raccolto il 38% delle preferenze. Ne abbiamo parlato con Rocco Palombella, segretario nazionale delle tute blu della Uil.
In questi anni è cambiato più volte il nome dell’azienda, la proprietà, i governi, ma la Uilm è sempre il primo sindacato in Ilva, come si fa a mantenere questo primato così a lungo?
«Non sono risultati che si ottengono dall’oggi al domani, né si conservano, anzi negli anni serve uno sforzo sempre più grande, a causa della decadenza dei rapporti con la proprietà, con la politica, e in continuo scontro con la città. Ci siamo scontrati con tutti, difendendo produzione, ambiente e lavoro. Nel 2019 vincemmo le elezioni Rsu nonostante l’avversione di ArcelorMittal nei nostri confronti, perché la costringemmo a fare un accordo a esuberi zero. Questo risultato ci continua a responsabilizzare, abbiamo come primo appuntamento una richiesta ulteriore di cassa integrazione, che non firmeremo».
Quanto di lei c’è in questo risultato?
«Sono entrato in quella fabbrica come lavoratore a 18 anni, quando ci fu il raddoppio con la costruzione dell’altoforno 5. Io ero giovane e libero, non appartenevo a nessuna famiglia politica, come ancora oggi. La Uilm all’epoca era una piccola cenerentola rispetto alle altre sigle, pensai “forse sarà più libera nel voler rappresentare i lavoratori”. L’indipendenza è ancora la nostra forza».
Come era visto il raddoppio di Ilva quando entrasti in fabbrica?
«Come una manna dal cielo. Significava fare dell’Italia una potenza industriale, e di Taranto la città dell’acciaio, la più importante d’Italia, del Mediterraneo e d’Europa. Mi sorprende chi parla oggi di città da riscattare, Ilva è stata per anni il riscatto del Sud».
Nell’ultima riunione al Mise il sindaco di Taranto l’ha minacciata di querela. Ci è rimasto male?
«Ho la percezione, anzi la certezza, che ciò che si e verificato negli ultimi anni è al centro di un posizionamento elettorale che sfrutta anche temi delicati, come i bambini, i morti, temi su cui ognuno di noi si inchina. Io sono di Taranto veramente qualcuno pensa che voglia i bambini malati?».
Ma lei crede in quello che raccontano oggi di un’Ilva a idrogeno green?
«Con una produzione di 3 milioni di tonnellate e 5 mila lavoratori in cassa integrazione, parlare di progetti di industrializzazione non ha senso. Pensare che si possa chiudere l’area a caldo, o fare un’acciaieria elettrica, senza stabilire quando, in che modo, con che soldi? Sembra sia una commedia in cui tutti sanno la verità ma nessuno la dice».
E qual è la verità?
«La verità è che tutti sanno è che se continua così è destinata alla chiusura. Come può reggere con 3 milioni di tonnellate, se il punto di equilibrio è a 8? Qual e l’indicatore che mi permette di dire che miglioreranno?».
Rifaranno l’altoforno 5?
«E quando? Chi è la società che lo rifà? Quando inizia e termina la costruzione del forno elettrico? Finché non c’è la data di inizio e conclusione della commessa già affidata, continuano a prendere in giro tutti».
Voi siete favorevoli all’accordo di programma promesso dal ministro Urso al sindaco di Taranto?
«Gli accordi di programma servono per chiudere le fabbriche e mettere in cassa integrazione i lavoratori. A Piombino dicevano fermiamo l’unico altoforno e con l’accordo di programma facciamo il forno elettrico. Doveva farlo Jindal, non l’hanno mai fatto e i lavoratori sono in cassa integrazione».
Esiste una Taranto senza Ilva?
«E poi che fanno? Quante aziende sono arrivate a Taranto in questi anni? Quelle che sono arrivate hanno preso i contributi e poi sono scappate via. Dove li ricollochiamo diecimila lavoratori nell’acquario Green? A Taranto non c’è un insediamento industriale vero da quando il Presidente della Regione si chiamava Fitto. L’ultimo è stato lui 15 anni fa quando ha portato a Grottaglie lo stabilimento Alenia di Leonardo».
Ed esiste un’Italia senza Ilva?
«Chiusa Genova, chiusa Bagnoli, chiusa Piombino, chiusa Trieste, solo Taranto resta. Chiudiamo pure quella e poi l ‘Italia non è più un Paese industriale».
E l’automotive?
«Peggio. Le fabbriche e i lavoratori rischiano di subire gravi danni a causa di una transizione ecologica non governata, mentre la politica perde tempo. Gli altri paesi sono già avanti ed i tanto temuti cinesi non si limiteranno a esportarci la componentistica ma ci porteranno direttamente le auto in Italia».
Cosa è cambiato in questi 30 anni?
«Prima la politica aveva un’idea del Paese. Oggi dicono di voler chiudere l’area a caldo, poi dicono che non l’hanno mai detto. E io contro chi devo lottare? Ho ascoltato il dibattito parlamentare, è stato surreale. Non voglio generalizzare, credo che l’Italia sia in grado di esprimere persone in grado di cambiare le cose, io di certo non mi arrendo».
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