Si è parlato di lavoro, e non poteva essere altrimenti, visto che l’incontro è stato organizzato dalla Fisascat Cisl, ma anche di politiche energetiche, di difesa comune, di case green, agricoltura e soprattutto del tipo di Europa che vogliamo dopo il voto dell’8 e 9 giugno. Intorno al tavolo dell’auditorium milanese San Fedele di via Hoepli sedevano alcuni dei candidati al Parlamento Ue dei maggiori partiti. Hanno risposto alle domande di Alessandro Galimberti, Sole 24 Ore, Angelo Ciocca della Lega, Federica Picchi di Fratelli d’Italia, Massimiliano Salini per Forza Italia, Cecilia Strada del Pd, oltre a Gaetano Pedullà per M5s, Daniele Nahum di Azione, Marco Taradash (Stati Uniti D’Europa: Italia Viva e + Europa) e Arianna Bettin (Alleanza Verdi e Sinistra Italiana).
Il panel («Diritti&Rovesci in Europa») si è scaldato intorno ai temi divisivi, dal lavoro alla produttività fino ad arrivare al salasso della casa green, ma anche alle diverse posizioni sulla guerra in Ucraina. Per dire, sul no, senza se e senza ma all’invio di armi o addirittura soldati a difesa di Kiev, è sembrato per un attimo di tornare al governo gialloverde, con i pacifisti Ciocca e Pedullà che hanno detto cose sovrapponibili. Poi è bastato spostare la barra sull’ambente per tornare a dividersi.
«Questa è un’Europa rovesciata», ha incalzato l’europarlamentare della Lega, «che decide sull’80% dei temi che riguardano le nostre vite e che va raddrizzata. L’ultima follia è la direttiva sulle case green che ci costerà 250 miliardi per ristrutturare le nostre abitazioni e che colpisce soprattutto l’Italia dove l’80% della famiglie hanno una abitazione di proprietà». Secondo Arianna Bettin (Alleanza Verdi e Sinistra Italiana) intervenire sulle emissioni è una delle sfide più importanti che combattiamo anche per i nostri figli, ma i problemi vanno affrontati in modo realistico. A sorpresa infatti apre sul nucleare. «Se ci sono studi che dimostrano l’impossibilità di soddisfare tutto il nostro fabbisogno energetico attraverso le rinnovabili, non vedo perché non studiare la strada del nucleare. Sulla base di numeri e dati che arrivino dall’Europa e che certifichino la necessità di integrare le fonti energetiche». Che il centrodestra, seppur con sfumature diverse, sia per il nucleare non è una notizia. Così come non lo è la posizione «pro» di Azione. Mentre che a togliere il dibattito dal binario ideologico e a rimetterlo su quello della scienza sia una giovane candidata di Alleanza Verdi e Sinistra Italiana fa ben sperare.
La discussione si scalda anche sul salario minimo. Federica Picchi (Fdi) lo derubrica a slogan, perché un’azienda funziona se funziona il suo rapporto con il personale, che ne rappresenta la principale risorsa. Ma blindare il salario con una legge vuol dire non capire come funziona la vita di un’azienda. E anche per l’eurodeputato forzista Massimiliano Salini non bisogna ragionare con i paraocchi. «I numeri», evidenzia, «ci dicono che i contratti a tempo indeterminato stanno aumentando, ma resta una questione che riguarda le retribuzioni. Io credo che si debba affrontare a 360 gradi e considerando che siamo un Paese manifatturiero, che è forte nella produzione più che sui servizi. Lo strumento ideale per migliorare le condizioni dei lavoratori, quindi non solo il salario, resta quello della contrattazione». Mentre per Cecilia Strada (Pd), Gaetano Pedullà (M5s) e Daniele Nahum (Azione) il salario minmo «è fondamentale».
Più politico il discorso di Marco Taradash che vede un problema di governance. «Fino a quando non avremo gli Stati Uniti d’Europa decisi dai cittadini e che hanno competenze piene su politica fiscale, economica e difesa, non se ne esce». Trovando in questo la sponda di Davide Guarini, il segretario generale della federazione servizi commerciali e turismo della Cisl che ha fatto un po’ da padrone di casa.
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