Per colpirci le banche la Bce ha violato la legge
  • La Corte di giustizia Ue dichiara illegittimo il commissariamento di Carige. Altra sberla dopo il caso Tercas.
  • La famiglia Malacalza, ex prima azionista dell’istituto, ha chiesto i danni all’Eurotower. Aperta pure una causa in Italia.

Lo speciale contiene due articoli.

La Corte di giustizia Ue ha dichiarato illegittimo il commissariamento di Carige imposto dalla Bce a gennaio del 2019, quando al timone di Francoforte c’era Mario Draghi. Una sentenza storica. Paradossalmente tanto più storica quanto non avrà un effetto diretto sul futuro della banca. Per il semplice motivo che non si può riavvolgere il nastro della storia (dopo il commissariamento, la banca è stata ricapitalizzata dal fondo interbancario e poi ceduta a Bper). Al tempo stesso la sentenza dovrebbe imporre a tutti gli attori finanziari una enorme riflessione sul ruolo della Bce nei confronti delle banche italiane. La svolta storica sarebbe chiedersi se sia vigilante super partes o entità capace di colpire in punti e momenti precisi per dare al sistema del credito la direzione desiderata.

Visto l’esisto netto della denuncia portata avanti da una piccola azionista, Francesca Corneli, il dubbio che la seconda ipotesi sia quella giusta si fa sempre più forte. E viene rafforzato dall’altra sentenza che abbiamo raccontato nei mesi scorsi che tocca la scarsa trasparenza della Bce. Per capire bene l’eventuale ruolo politico della Bce, però, è il caso di tornare agli ultimi giorni di settembre 2018. La banca genovese rispondendo ai solleciti di Francoforte ammette che i requisiti patrimoniali sono sotto la soglia minima. Il terzo aumento di capitale è, infatti, andato male e così viene presentato un piano di rilancio che in gergo tecnico si chiama «piano di conservazione» perché mira a conservare i parametri di patrimonializzazione. La Bce boccia il piano e chiede un nuovo documento entro 30 giorni. Il 12 novembre il cda decide di emettere obbligazioni subordinate e, a seguire, di attuare un ulteriore aumento di capitale. I bond vanno in porto ma il 70% dei soci chiede di visionare un nuovo piano industriale prima di sganciare soldi. La cosa non avviene e la situazione precipita, fino alle dimissioni della maggior parte del cda. Il primo gennaio scatta il commissariamento, e la procedura straordinaria resta valida fino al termine del 2019. Da quel momento alcuni soci, e questo è il caso della Corneli, chiedono di visionare la documentazione che avrebbe spinto la Bce a una decisione tanto invasiva e cavallo tra Natale e Capodanno. Il motivo è molto semplice: comprendere se ci fossero state alternative percorribili e previste dal Codice civile. La risposta è stata sempre la medesima. I report e i documenti sono posti sotto segreto e non sono consultabili. Questo, fino a due mesi, fa quando la Corte ha dovuto ammettere che la Bce non aveva estremi per non essere trasparente. Da quello spunto e da altri si arriva alla condanna di ieri. Francoforte e la Commissione in sede di procedimento avevano sostenuto che la Bce «sarebbe tenuta ad applicare, oltre al diritto nazionale, allorché interveniva in qualità di autorità competente ai sensi della normativa bancaria, tutte le norme del diritto dell’Unione», si legge nella sentenza. «A tale titolo, essa era tenuta, secondo dette istituzioni, ad applicare la disposizione contenuta nella direttiva 2014/59, la quale prevede l’assoggettamento ad amministrazione straordinaria in caso di deterioramento significativo» dei conti. Qui sta il punto tecnico che ha portato alla condanna della Bce: la sentenza spiega che non si possono bypassare le norme nazionali. Il punto politico che ne segue va esteso a tutte le attività bancarie e alle logiche del nostro regolatore. Gli azionisti avevano il diritto di dire la loro e di invocare tutte le leggi italiane per cercare fino all’ultimo di salvaguardare i loro investimenti. E non assistere all’azzeramento in Borsa immediatamente dopo il commissariamento.

Scoprire a distanza di quasi quattro anni che la Bce non avrebbe dovuto usare l’accetta è una magra consolazione. Ma al tempo stesso un fatto che ci riporta alla memoria l’altra débâcle causata dall’Unione europea che va sotto il nome di Tercas. Nel 2013 il fondo interbancario concesse alla Popolare di Bari circa 300 milioni per il salvataggio della controllata Tercas. L’Antitrust Ue si oppose definendo l’intervento un «aiuto di Stato», costringendo alla restituzione della somma e avviando un circolo vizioso che è terminato nel 2015 con la peculiare gestione del fallimento di Banca Etruria, Marche, Chieti e Ferrara, tutto a carico di obbligazionisti e azionisti. Nel 2021 il presidente di Abi, Antonio Patuelli, quando si diffuse la notizia che la Corte Ue aveva bocciato l’operato della Commissione, ebbe a dichiarare: «Il legittimo intervento del Fitd su Tercas fu solo il primo a essere predisposto e bloccato dalla precedente Commissione europea che cosi bloccò conseguentemente anche i successivi interventi preventivi del Fitd per i salvataggi delle “quattro banche”». Patuelli chiese il rimborso degli azionisti, ma nulla ha potuto per riavvolgere i fatti successivi tutti consustanziali all’approvazione da parte del nostro Parlamento del bail in.

I fatti del 2013 relativi a Tercas, da un lato, e quelli del 2019 relativi a Carige, dall’altro, riletti oggi avrebbero potuto cambiare la storia delle piccole banche tricolore e il perimetro di garanzia dei risparmiatori italiani. La politica dovrebbe riflettere sulla necessità di colmare questi vuoti per non lasciarli in balia di decisioni estere. Scelte ammantate dalla logica del leggi super partes ma che mirano a modificare l’orografia della nostra ricchezza. Bce e Commissione continueranno, con la scusa della tutela del mercato, a soverchiare la nostra Costituzione e la libertà dei singoli individui? Interessante il silenzio di Mario Draghi su tutte le vicende bancarie. Compresa Mps, che aveva conosciuto bene sia ai tempi del Tesoro sia in Bankitalia.

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