La Bce spinge per introdurre il prima possibile l’euro digitale: ognuno di noi avrà un portafoglio virtuale dove saranno depositati fino a 3.000 euro di euro digitali.
Donald Trump (Ansa)
Il tycoon lancia la sua creatura internazionale e commissaria l’Onu: «Questo è il Consiglio più prestigioso». Su Hamas: «Disarmo o trattamento duro». Poi minaccia anche l’Iran: «Serve un accordo significativo».
Inizia a prendere forma il nuovo Medio Oriente di Donald Trump. Ieri, a Washington, si è tenuta la riunione inaugurale del Board of Peace per Gaza. Il meeting, durato circa tre ore, è stato aperto dal presidente americano in persona, che era accompagnato da vari alti funzionari della sua amministrazione: JD Vance, Marco Rubio, Susie Wiles, Jared Kushner e Steve Witkoff. Tra i leader internazionali in sala, si annoveravano il premier ungherese, Viktor Orbán, il primo ministro qatariota, Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, e il presidente argentino, Javier Milei. Per l’Italia, era presente il titolare della Farnesina, Antonio Tajani. «Quello che stiamo facendo è molto semplice: pace. Si chiama Board of Peace, e si basa su una parola facile da dire, ma difficile da produrre: pace», ha dichiarato Trump, definendo il nuovo organismo «il consiglio più importante, sicuramente in termini di potere e prestigio». «Non c’è mai stato niente di simile», ha aggiunto. «Penso che il Board of Peace sia una delle cose più importanti e significative a cui prenderò parte», ha anche affermato, rivendicando di aver posto fine a vari conflitti, tra cui quello che ha visto contrapposti Armenia e Azerbaigian.
«Lavoriamo insieme per garantire un futuro migliore a Gaza, al Medio Oriente e al mondo intero», ha precisato il presidente americano, che, oltre a definire «finita» la guerra a Gaza, ha anche parlato di Hamas. «Hamas credo che rinuncerà alle armi, che è ciò che ha promesso. Se non lo farà, riceverà un trattamento molto duro», ha detto, per poi rendere noto che alcuni Paesi membri del Board hanno donato circa 7 miliardi di dollari in aiuti alla Striscia. «Voglio farvi sapere che gli Stati Uniti daranno un contributo di 10 miliardi di dollari al Board of Peace», ha anche affermato, sostenendo che il nuovo organismo «avrà quasi il compito di vigilare sulle Nazioni Unite e di assicurarsi che funzionino correttamente». Il presidente ha poi confermato che Indonesia, Marocco, Albania, Kosovo e Kazakistan «si sono tutti impegnati a inviare truppe e polizia per stabilizzare Gaza».
L’inquilino della Casa Bianca non ha poi rinunciato a parlare di Teheran (che ieri ha tenuto delle esercitazioni militari con Mosca). «L’Iran è un punto caldo in questo momento», ha affermato. «Si stanno incontrando e hanno un buon rapporto con i rappresentanti dell’Iran e, sapete, si stanno tenendo buoni colloqui», ha continuato, riferendosi a Witkoff e Kushner. «Nel corso degli anni si è dimostrato che non è facile raggiungere un accordo significativo con l’Iran. Dobbiamo raggiungere un accordo significativo, altrimenti succedono cose brutte», ha anche detto, annunciando di voler nominare il genero «inviato per la pace». Il presidente ha inoltre reso noto che l’esito dei colloqui tra Washington e Teheran sarà deciso «probabilmente nei prossimi dieci giorni». Questo significa che, entro questo lasso di tempo, Trump potrebbe decidere se attaccare militarmente o meno la Repubblica islamica, di cui Hamas è uno dei suoi storici proxy.
Nel frattempo, il capo del comitato tecnico palestinese, Ali Shaath, ha annunciato che la priorità sarà quella di garantire la sicurezza della Striscia e di rilanciarne l’economia. In quest’ottica, secondo il Ceo di Apollo Global Management Mark Rowan, il potenziale d’investimento dell’area costiera di Gaza varrebbe circa 50 miliardi di dollari. Rowan ha anche detto che l’obiettivo è quello di costruire circa 400.000 abitazioni per la popolazione della Striscia: in totale, i progetti infrastrutturali dovrebbero aggirarsi attorno ai 30 miliardi di dollari. Nel corso dell’evento è stato poi annunciato che, a scopo di stabilizzazione, saranno dispiegati 20.000 soldati e 12.000 poliziotti. Tutto questo, mentre circa 2.000 palestinesi si sarebbero già arruolati nelle forze di polizia di Gaza. Infine, la ricostruzione passerà anche dallo sport: all’evento di Washington era infatti presente anche Gianni Infantino che ha annunciato una partnership tra la Fifa e il Board of Peace, per la realizzazione di arene e campi da calcio in loco.
Insomma, ieri sono state poste le basi per la risoluzione della crisi della Striscia. Certo, la strada non è in discesa e le incognite restano numerose. Tuttavia, almeno per il momento, il Board of Peace sembra agire in modo più concreto rispetto all’Onu, oltre a garantire un argine all’influenza cinese sul Medio Oriente. E comunque, se è giusto andare con i piedi di piombo, si fa fatica a comprendere il senso delle critiche rivolte a Giorgia Meloni per aver inviato Tajani all’evento di Washington, anche perché Bruxelles era rappresentata dal commissario europeo al Mediterraneo, Dubravka Suica: una presenza, quest’ultima, che ha irritato la Francia. «Siamo sorpresi perché non ha un mandato dal Consiglio per andare a partecipare a questa riunione del Board of Peace», ha dichiarato il ministero degli Esteri francese. Non è del resto un mistero che, in Medio Oriente, Parigi abbia sempre accarezzato l’idea, alquanto velleitaria, di condurre una diplomazia alternativa a quella di Washington. È quindi chiaro che, se il Board of Peace dovesse riuscire a raggiungere qualche risultato concreto, l’Eliseo si troverebbe a perdere ulteriore influenza internazionale a vantaggio di Palazzo Chigi (in serata, dopo aver parlato con Tajani, Giorgia Meloni ha definito «molto concreta» la riunione di ieri) . Uno scenario, quest’ultimo, che preoccupa seriamente Emmanuel Macron.
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- L’aumento Irap e gli aggravi sulle rinnovabili mandano a picco i titoli Edison, Enel, A2A. Allarme Bce: le famiglie pagano troppo.
- Il consigliere di Confindustria Ceramica Filippo Manuzzi: «Il decreto contribuisce ad allineare il costo di elettricità e gas tra noi e la Ue. Attenti all’accordo di libero scambio con l’Asia».
Lo speciale contiene due articoli.
La Borsa non fa comizi, non rilascia interviste, non twitta indignazione. Si limita a vendere. E quando vende in massa, il messaggio arriva senza bisogno di conferenze stampa.
Mentre il governo presenta il decreto Bollette per aiutare le famiglie con cinque miliardi («Intervento coraggioso» l’ha definito Giorgia Meloni), Piazza Affari va in blackout. I titoli dell’energia hanno cominciato a perdere quota come se qualcuno avesse staccato l’interruttore della fiducia. Edison è stata la più colpita, lasciando sul terreno il 6,4%. Enel segue con un meno 4% che pesa più di quanto sembri, considerata la dimensione e il ruolo sistemico del gruppo. A2A ha ceduto oltre il 2%. Terna e Italgas poco più dell’1%. Fuori dal paniere principale, anche Erg ha accusato il colpo, con meno 3,29%. Non è stato un capriccio di giornata. È stata una reazione chirurgica a un segnale politico che comporta più regole, più pressione fiscale, meno margini. Il governo vuole contenere il costo delle bollette per le famiglie, intervenendo sulle componenti tariffarie e reperendo risorse attraverso un aumento del 2% dell’Irap per le società energetiche. In parallelo, alcune misure incidono sui meccanismi che riguardano le rinnovabili e il recupero dei costi, in un equilibrio delicato che dipenderà anche dal via libera europeo, soprattutto sul fronte dell’esclusione del costo della CO2.
Dal punto di vista politico, l’operazione è quasi obbligata: quando milioni di elettori vedono la bolletta salire, la tentazione di intervenire è irresistibile. Dal punto di vista del mercato, però, la lettura è diversa: ogni aumento di prelievo e ogni incertezza regolatoria si traducono in utili più sottili e visibilità ridotta sui flussi di cassa futuri. E qui entrano in scena gli analisti trasformando le scelte politiche in numeri. Secondo Santander, nello scenario più severo, l’utile di A2A potrebbe ridursi fino al 17%. Per Enel la sforbiciata potrebbe arrivare al 6,5%. Percentuali che, tradotte in valore assoluto, significano decine o centinaia di milioni in meno e, soprattutto, minore capacità di finanziare investimenti. Equita Sim adotta toni meno drammatici ma comunque prudenti: impatti sull’utile per azione tra l’1,5% e il 4% per diverse utility, con le società più regolate - come Terna, Snam e Italgas - tra le più esposte alla compressione dei ritorni. Il messaggio è chiaro: non è una tempesta perfetta, ma è un vento contrario che rallenta. A questo si aggiunge un timore che aleggia tra gli investitori internazionali: il precedente. Se l’Italia imbocca la strada di un maggiore prelievo sul settore energetico per finanziare interventi sociali, chi garantisce che altri governi europei non facciano lo stesso? Per un comparto che vive di pianificazione pluriennale e investimenti miliardari nella transizione, l’incertezza regolatoria è una tassa invisibile ma potentissima. Eppure, mentre la Borsa vende e gli analisti ricalcolano, dal Bollettino della Bce arriva una fotografia che rende il decreto meno improvvisato di quanto sembri. Nella pubblicazione l’energia non è una nota a piè di pagina: è il centro della scena. L’Eurotower riconosce che l’economia dell’area euro mostra capacità di tenuta, ma avverte che le prospettive restano incerte, compresse tra tensioni geopolitiche e materie prime instabili.
Dentro questa incertezza c’è un dato politicamente esplosivo: le famiglie dell’area euro pagano circa il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta intensità energetica. Non un dettaglio tecnico, ma una frattura strutturale. In Francia e nei Paesi Bassi il divario è significativo ma contenuto. In Germania, Spagna e soprattutto Italia la forbice si spalanca fino a sfiorare il 100%. La luce costa di più a casa che in fabbrica. Tutte le componenti della bolletta risultano più care: energia, oneri di rete, imposte. I collaboratori di Christine Lagarde spiegano il fenomeno con la sobrietà dei banchieri centrali: i Paesi più dipendenti dai combustibili fossili importati sopportano costi marginali più elevati; a ciò si aggiungono differenze fiscali e regolatorie nazionali. Insomma la geopolitica pesa, ma anche le scelte interne contano eccome.
E allora il paradosso si fa evidente. Il governo interviene per alleggerire il peso sulle famiglie, perché i numeri della Bce raccontano un’anomalia che mina la fiducia. Ma nel farlo mette sotto pressione proprio quelle aziende che dovrebbero investire nella transizione energetica. La politica accende il decreto per spegnere le bollette. La Borsa, per tutta risposta, spegne i titoli.
«Prezzi più bassi per chi produce»
«Bene il dl Energia perché riduce i costi dell’energia. Il cosiddetto servizio di liquidità è funzionale all’allineamento dei prezzi tra Italia ed Unione Europea. Esiste uno spread di prezzo tra il nostro mercato ed il riferimento europeo Ttf di Amsterdam, di 2 euro/megawattora e con punte che hanno superato i 5 euro/megawattora. Il differenziale è più evidente con concorrenti quali Cina, Messico e Paesi Arabi. Con questo decreto il governo ha messo le basi per correggere questa asimmetria. Tocca ora ad Arera definire i dettagli operativi e fare in modo che il “servizio di liquidità” risulti efficace a beneficio di tutti i consumatori», così Filippo Manuzzi, consigliere di Confindustria Ceramica e ad di Ceramica Sant’Agostino.
Quanto pesa il caro gas sul comparto?
«L’industria della ceramica è fortemente energivora, consuma all’80% gas naturale e al 20% elettricità. Il gas naturale è l’unica fonte combustibile realisticamente utilizzabile per arrivare alle temperature di cui abbiamo bisogno, che vanno mantenute con costanza. Di conseguenza il rincaro, quasi raddoppiato del gas, pesa circa il 20-25% sui costi di produzione».
Un’altra spina nel fianco è rappresentata dal sistema Ets. Quale è l’impatto sulle ceramiche?
«Siamo fortemente contrari al sistema Ets e ne chiediamo la sospensione immediata o la sua profonda revisione. È a rischio la sopravvivenza della ceramica italiana. La diminuzione delle quote gratuite di emissione ha già frenato gli investimenti, che nel 2024 si sono ridotti del 20%, una tendenza proseguita anche lo scorso anno. Nel 2025 abbiamo fatto i miracoli; i volumi venduti sono leggermente aumentati e il fatturato globale è rimasto stabile, ma per i prossimi anni siamo pessimisti. Se i competitor stranieri possono rinnovare gli impianti, c’è il rischio che la produzione si sposti verso i Paesi terzi».
La ceramica ha una posizione leader sul mercato europeo ed esporta in tutto il mondo: che giudizio date sull’accordo di libero scambio con l’India?
«Se l’Europa non sta attenta, rischia, con questo accordo, di commettere lo stesso errore che si fece venticinque anni fa aprendo le porte del Wto alla Cina. Al momento con l’India c’è un’intesa politica, ma l’applicazione pratica può trasformarsi in una trappola. L’industria della ceramica è per allargare il mercato, dal momento che esporta l’80% della produzione. Ma deve esserci reciprocità nelle regole. In Europa ci sono standard sui diritti del lavoro, sulle emissioni, sui filtri per evitare la dispersione di polveri nell’atmosfera ed è corretto che ci siano. L’India è avvantaggiata da un costo delle materie prime e del lavoro concorrenziali e con livelli di sicurezza ambientale e sociale pressoché inesistenti. Questi fattori hanno consentito una sovracapacità produttiva senza eguali e la conseguente offerta a prezzi stracciati. Sicché l’India sta invadendo i mercati internazionali di prodotti che assomigliano a quelli italiani, anche se di qualità nettamente inferiore. Chiediamo che i competitor extra Ue rispettino standard minimi essenziali o paghino una sovrattassa per allinearsi ai nostri livelli ambientali e sociali. Se l’offerta indiana arriva a costare 6 euro al metro quadrato, ed è apparentemente simile a quella italiana che ne costa 16, non c’è partita. Alla Cina, dopo aver spalancato le porte incondizionatamente, siamo riusciti, come settore europeo della ceramica, a mettere dazi antidumping che hanno riequilibrato la situazione».
Sui prodotti indiani non ci sono dazi?
«Il dazio antidumping è risibile, intorno al 7%. Un prodotto che costa 6 euro al metro quadrato, con questa tassa, continua a essere nettamente più competitivo di quello italiano. Inoltre, quando sul mercato arriva un’offerta apparentemente simile a prezzo più basso, tutto il comparto si svaluta».
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Bill Gates (Ansa)
I documentati legami con Jeffrey Epstein affossano mister Microsoft: non va al summit sull’Ia.
Ieri Bill Gates ha annullato il suo intervento previsto in India a un summit sull’Intelligenza artificiale. In una nota, la Fondazione Gates ha spiegato che, «dopo un’attenta valutazione e per garantire che l’attenzione rimanga sulle priorità chiave dell’Ai Summit, Gates non terrà il suo discorso». Per il resto, la fondazione ha aggiunto di «restare pienamente impegnata nel lavoro in India per promuovere obiettivi comuni in materia di salute e sviluppo».
Il forfait del fondatore di Microsoft e democratico doc, naturalmente, è destinato a fare rumore: la decisione è arrivata dopo che il nome di Bill Gates è riemerso con prepotenza nei nuovi documenti desecretati nell’ambito del caso Epstein. I cosiddetti «Epstein files», insomma, sembrano suggerire che il rapporto tra i due - pur tra alti e bassi - sia stato tutt’altro che episodico.
Bill Gates e Jeffrey Epstein si incontrano per la prima volta nel 2011, tre anni dopo la condanna del secondo per reati sessuali e incitazione alla prostituzione minorile. Secondo quanto ricostruito in passato anche dal New York Times, Gates frequentò il finanziere pedofilo tra il 2011 e il 2014, partecipando a diverse cene nella sua casa di Manhattan. Il fondatore di Microsoft, del resto, ha dichiarato di «rimpiangere ogni minuto» trascorso con lui, ma di non essere mai stato sulla sua isola privata.
Nei documenti resi pubblici di recente, in particolare, compare una bozza di e-mail attribuita a Epstein nella quale il finanziere parla di alcuni comportamenti privati di Gates. In uno scambio, Epstein sostiene che il suo rapporto con il fondatore di Microsoft avrebbe incluso «aiutare Bill a procurarsi farmaci» per gestire una malattia venerea contratta a causa di rapporti sessuali avuti con prostitute russe, nonché per facilitare «tentativi con donne sposate». In un altro passaggio, Epstein scrive che Gates gli avrebbe anche chiesto di cancellare messaggi compromettenti.
Come se non bastasse, il finanziere pedofilo sostiene che Gates avrebbe somministrato di nascosto degli antibiotici alla moglie per evitare che questa venisse a conoscenza della sua malattia venerea. Il tutto, naturalmente, dovrà essere vagliato dalle autorità competenti. Ma queste affermazioni gettano una luce molto fosca su una relazione - quella tra il marito ed Epstein - che Melinda French Gates ha indicato come uno dei fattori alla base del divorzio nel 2021. «Bill deve rispondere del suo comportamento», dichiarò all’epoca.
I file desecretati, peraltro, mostrano anche quali fossero gli affari che hanno unito - e talvolta diviso - i due miliardari. Nel 2011, infatti, Epstein svolse un ruolo di intermediazione tra la Fondazione Gates e JP Morgan nella creazione del Global health investment fund. In una mail acclusa ai documenti, il finanziere pedofilo parla della possibilità di «fare soldi attraverso un ente di beneficenza» e di strutture destinate a generare ulteriori fondi per i vaccini. E altri scambi, datati 2015 e 2017, menzionano la «preparazione alla pandemia» come area strategica di intervento (e di lucro). Il 18 ottobre 2019, poche settimane prima dell’emergere del Covid, a New York si svolse l’esercitazione nota come Event 201, organizzata dal Johns Hopkins center for health security insieme al World economic forum e alla Fondazione Gates, con una simulazione di pandemia da coronavirus.
Insomma, ci sono ancora da fare tutte le verifiche del caso. Ma l’insieme dei documenti finora emersi rendono perfettamente comprensibili sia l’imbarazzo di Gates, sia la sua scelta di non farsi vedere troppo in pubblico.
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