Il Colle fa un favore a pm e sinistra e ritarda la data del referendum
Sergio Mattarella (Ansa)
  • Giorgia Meloni puntava su inizio marzo, ma non c’è accordo con Sergio Mattarella. Ora l’obiettivo è il penultimo week end del mese. I comitati per il No invece vogliono rinviare le urne a maggio per provare a recuperare lo svantaggio.
  • Un ordine del giorno di Fdi impegna l’esecutivo a far votare i connazionali in presenza. Antonio Di Pietro, che aveva dato l’allarme, esulta. Oggi voto finale alla Camera sulla manovra.

Lo speciale contiene due articoli

Sulle date del referendum è chiaro scontro. Ancora non aperto, silente piuttosto, ma reso palese dall’esito del consiglio dei ministri di ieri quando si sarebbero dovute stabilire le due date del voto. «Non si è parlato della data per il referendum della giustizia», ha confermato uscendo, il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci. L’indecisione non è dovuta a uno scontro interno alla maggioranza, certo, ma tra Palazzo Chigi e il Quirinale. L’esecutivo vorrebbe andare al voto il prima possibile forte di sondaggi che darebbero al sì, 10 punti di distacco sul no. I magistrati, con il loro capo, Sergio Mattarella, che da presidente della Repubblica presiede anche il Csm, vorrebbero prendere tempo per provare a influenzare l’opinione pubblica verso il no, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore attendere l’esito di qualche inchiesta che potrebbe portare acqua al loro mulino. Ad ogni modo la scelta dei giorni, che si sarebbe dovuta prendere il 22 dicembre scorso, dovrebbe arrivare a gennaio. Una volta stabilite le date da Palazzo Chigi, il decreto dovrà passare per la firma del Quirinale e da lì devono passare sessanta giorni per andare alle urne. Non meno. Per questo slitta inevitabilmente l’ipotesi di votare il 1° e il 2 marzo come precedentemente ipotizzato.

«Ne parleremo a inizio gennaio, non c’è ancora nessun accordo» ha risposto il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani ai cronisti alla Camera chiarendo: «Bisogna farlo, abbiamo sessanta giorni». In base alla legge 352 del 1970, il referendum dev’essere indetto «entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza (della Cassazione, ndr) che lo abbia ammesso». Ma le opposizioni si sono appigliate ad una prassi che prevede che il governo, prima di convocare il voto, debba aspettare tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, avvenuta in questo caso il 30 ottobre. Quindi non prima del 30 gennaio. Più tempo per raccogliere le firme e tentare di far slittare il voto.

Quelli del no, dalle opposizioni ai magistrati, parlano di blitz dell’esecutivo, ma verrebbe da pensare il contrario osservando come si sia messa in moto una vera e propria macchina per impedire che si vada al voto prima di metà aprile. Come scrive lo stesso fattoquotidiano.it «la leva per allungare i tempi e provare a informare e coinvolgere maggiormente l’elettorato è rappresentata da una raccolta firme avviata da un gruppo di 15 cittadini che hanno presentato un nuovo quesito già ammesso dalla Cassazione. Questa novità potrebbe evitare la forzatura a cui sta lavorando il governo. A favore della raccolta firme si sono schierati i principali partiti del centrosinistra. A partire dal Pd che con la sua segretaria Elly Schlein ha invitato i cittadini alla sottoscrizione». I primi sondaggi, effettuati negli ultimi mesi, danno un vantaggio di dieci punti al sì, quindi all’approvazione del provvedimento. Tuttavia gli indecisi sono così tanti (quasi la metà degli aventi diritto al voto) da non poter essere certi del risultato. Insomma tutto può succedere e la sinistra lo sa bene.

Nel frattempo ieri si sono riuniti alla Camera la segretaria del Pd, Elly Schlein, il presidente M5s, Giuseppe Conte, e i leader di Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli proprio per parlare di referendum. All’incontro, guarda caso, ha preso parte anche il presidente del comitato referendario per il no che riunisce giuristi, giudici, avvocati e società civile, Giovanni Bachelet. Se la maggioranza sta pensando a un blitz, la sinistra se non altro sta palesemente lavorando al contro blitz. «Ci mettiamo a disposizione per dare una mano al Comitato nella campagna in cui ci saremo anche noi contro la riforma Nordio. Lavoreremo per coordinare gli sforzi e farli convergere in questi mesi di lavoro. Siamo contenti dell’incontro e molto disponibili a lavorare», il commento di Schlein al termine.

«Mi sembra che si prepari una bella campagna sinfonica di tutti i protagonisti del no, quelli che lo hanno fatto in Parlamento e i cittadini che vogliono difendere le proprie garanzie di “legge uguale per tutti”», così Bachelet. «Il 10 gennaio», aggiunge, «faremo una manifestazione per lanciare l’inizio della campagna elettorale e abbiamo anche lì invitato tutti i partiti del no». Sulla data del referendum, commenta: «Devono scegliere d’intesa il governo e il presidente. Finora non l’hanno fatto, ma io sono fiducioso che verrà fatta una scelta equilibrata». Bonelli ha spiegato che «bisogna avere attenzione sulla partecipazione dei cittadini»

Quello che emerge dai fatti è che da Palazzo Chigi non si intende andare allo scontro, ma allo stesso tempo si vuole evitare di cedere a chi vorrebbe votare a maggio. La trattativa con il Colle non è chiusa, ma serviva rinunciare all’ipotesi 1 e 2 marzo per aprire un dialogo costruttivo. Il governo lo ha fatto, ora spera che entro gennaio si trovi l’accordo per andare al voto il 22 e il 23 marzo. Ma per ora non ci sarebbe alcuna garanzia. Infine va ricordato che il 5 aprile cade la Pasqua. Un bell’impiccio per il voto e per la campagna referendaria.

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