• Il nuovo ministro Marco Bussetti deve superare il fardello della Buona scuola . A partire dal decreto per l’assegnazione dei ricercatori all’università e dal nodo dei maestri diplomati licenziati. Regole per l’uso dei telefonini in aula, frenata sui trasferimenti dei docenti.
  • Gli insegnanti di religione chiedono un concorso: «Assumete i precari». Manca dal 2003. Ma l’Unione atei vuole che l’ora introdotta dal Concordato sia abolita.

Lo speciale contiene due articoli.

Un uomo di scuola. Che conosce bene il mondo della scuola. E che intende «ascoltare con cura e attenzione tutte le componenti per affrontare il lavoro insieme, nel rispetto dei ruoli». Si presenta così il neo ministro dell’Istruzione, università e ricerca Marco Bussetti. Con una promessa: «La scuola sarà per tutti una finestra sul mondo». Lombardo di Gallarate, classe 1962 e laureato all’università Cattolica di Milano, insegnante e dirigente scolastico, il nuovo responsabile del dicastero di viale Trastevere marca subito le differenze con chi l’ha preceduto. Ovvero Valeria Fedeli, finita nell’occhio del ciclone per un curriculum non all’altezza del ruolo che andava a ricoprire. Spetta a Bussetti raccogliere la sua eredità, carica di polemiche e problemi mai risolti. Si va dall’obbligo vaccinale, che rischia di tenere lontano dai banchi migliaia di bambini, alle liste di attesa nei nidi pubblici. Ma ci sono anche le aggressioni nei confronti dei docenti, per i quali Bussetti ha già annunciato che il ministero si costituirà parte civile, e l’uso dei telefonini in aula che sarà regolato dai singoli istituti.

Ma c’è anche un’altra questione urgentissima all’ordine del giorno, che riguarda gli atenei italiani. E sulla quale il nuovo ministro sarà chiamato a dare risposte certe. Il decreto attraverso il quale vengono assegnati i punti organico alle università, indispensabili per la programmazione del personale nel 2018, è ancora bloccato e con esso il destino dei ricercatori. Infatti il documento non è stato firmato dall’esecutivo Gentiloni come atto di ordinaria amministrazione nelle ultimissime fasi del suo mandato, e adesso aspetta un improrogabile atto di Bussetti per uscire dall’impasse. Non va inoltre dimenticato il dramma della dispersione scolastica, il discutibile sistema di reclutamento degli insegnanti, il flop dell’alternanza scuola-lavoro e i mali che da sempre affliggono università e ricerca. Ma il nuovo ministro, ex provveditore agli studi di Milano, va avanti per la sua strada con un obiettivo: superare il prima possibile la contestatissima Buona scuola di Matteo Renzi. Come sottolinea anche il contratto di governo Lega-5 Stelle: «In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la cosiddetta Buona scuola, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta». La Verità ha sintetizzato in cinque punti i temi più caldi.

Stipendi bassi, scarse aspettative di carriera, precariato infinito, necessità di cambiare città per coprire una cattedra. Sono solo alcuni dei nodi che strozzano il mondo dell’insegnamento nel nostro Paese. Nodi che l’esecutivo di Paolo Gentiloni non è riuscito a sciogliere. Tanto che lo scorso 20 dicembre una sentenza del Consiglio di Stato ha annunciato l’uscita dalle graduatorie, e quindi il licenziamento, di circa 6.000 maestri già in ruolo ma in possesso del solo diploma di scuola magistrale. Su questo punto il contratto di governo parla chiaro: «Particolare attenzione dovrà essere posta sulla questione dei diplomati magistrali e in generale sul problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria». La squadra del premier Giuseppe Conte intende riformare anche il sistema di reclutamento del corpo insegnante: «Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti, che non consentono un’adeguata continuità didattica». In questo quadro potrebbe sparire anche la «chiamata diretta» introdotta dalla Buona scuola, che consente ai dirigenti di scegliere alcuni docenti.

Altro problema cruciale riguarda l’abbandono scolastico, che in alcune aree del Paese ha raggiunto livelli di allarme. Basti pensare che, in base all’ultimo documento della Cabina di regia sulla dispersione scolastica, in Italia fra il 2015 e il 2016 oltre 14.000 alunni delle scuole medie hanno lasciato gli studi. Si tratta dello 0,8% del totale. Una percentuale che al Sud sale all’1%. Le regioni che soffrono di più sono Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. Quelle più virtuose sono Emilia Romagna e Marche. Anche questo tema è toccato dal contratto di governo: «Una scuola inclusiva deve essere in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l’accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini».

C’è un altro punto sul quale negli ultimi mesi si è innescata una forte polemica: il fallimento dell’alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma democratica. Si tratta di un’esperienza di lavoro, sotto forma di stage, dedicata agli studenti dei cicli superiori: 200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali. L’obiettivo era avvicinare il mondo dell’istruzione a quello dell’occupazione. Il risultato è stato, invece, un caos. E così il nuovo ministro dovrà correggere il futuro di questa sperimentazione. Da parte sua, il contratto di governo specifica che «quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con ragazzi impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato, che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso».

Altra questione da tempo all’ordine del giorno, riguarda le liste di attesa per accedere agli asili nido pubblici. Su questo il contratto di governo non si esprime, ma il malcontento delle famiglie sta crescendo. In moltissime città le graduatorie sono già intasate. A Trieste il 47% delle domande è stato rifiutato perché i posti non bastano. A Pavia quasi una famiglia su due rischia di non poter iscrivere il bimbo e di dover ripiegare sulle strutture private. Stessa situazione a Parma, dove gli esclusi hanno già toccato quota 1.000, e in Alto Adige dove il problema riguarda il 19% delle iscrizioni.

Infine, ci sono l’università e la ricerca, che in Italia soffrono sempre più. Per le baronie intoccabili, l’assenza di investimenti e l’emorragia di cervelli. «Nel corso degli ultimi anni il nostro Paese si è contraddistinto a livello europeo per una continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca», recita il contratto firmato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. «È pertanto urgente e necessario assicurare un’inversione di marcia. È prioritario incrementare le risorse destinate all’università e agli enti di ricerca e ridefinire i criteri di finanziamento». Di qui una serie di promesse: «È necessario avere una classe docente all’altezza delle aspettative, eticamente ineccepibile. Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Senza tralasciare il diritto allo studio per «incrementare la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d’Europa». Proprio per questo il nuovo governo intende ampliare «la platea di studenti beneficiari dell’esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione all’università, la cosiddetta no-tax area». Eliminando al tempo stesso i baronati «che sfruttano in maniera illegittima le risorse e il personale.

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