Ilva, voltafaccia del Bullo: governo in bilico
  • Italia viva, dopo aver votato contro la tutela legale sull’acciaieria, annuncia un emendamento per riproporla che avrebbe i voti del centrodestra. Nascerebbe una maggioranza senza il M5s, e con il Pd messo all’angolo.
  • Matteo si tiene le mani libere e apre alla società proprietaria dell’ex Lucchini (e nel cui cda c’è Carrai), sconfitta nella gara per Taranto: «Con il recesso rientrano in ballo loro».

Lo speciale contiene due articoli.

Ormai da giorni i segugi dem di Largo del Nazareno cercavano di fiutare e ispezionare il terreno per scoprire in anticipo – e, speravano, per disinnescare – la mina che, in poco tempo, avrebbe potuto o potrebbe far saltare in aria il Conte due. Tutto l’entourage di Nicola Zingaretti si interrogava sull’«incidente» – doloso o colposo – in grado di porre termine all’esperienza dell’esecutivo giallorosso.

La notizia di ieri è che le ricerche possono essere sospese, perché l’ordigno è stato trovato, e ora è sotto gli occhi di tutti, senza però alcuna certezza sul fatto che gli «artificieri» riescano a evitare il peggio: si tratta dell’emendamento renziano per reintrodurre una qualche forma di scudo legale a favore del management Ilva.

Intendiamoci: non c’è da congratularsi con Italia viva per l’inesistente prova di coerenza. Semmai, come (in questo caso, del tutto giustamente) rinfaccia a Renzi Carlo Calenda, anche i renziani hanno contribuito a generare il caos, concorrendo con Pd e grillini, un paio di settimane fa, a votare in commissione lo sciagurato emendamento di Barbara Lezzi che ha privato Arcelormittal dell’immunità, ribadendo poi in Aula il via al decreto Salva imprese privo di quella copertura. Che ora si presentino come rammendatori proprio coloro che hanno contribuito a determinare lo strappo, è parte di un vaudeville parlamentare davvero poco edificante.

Ma, sulla giostra del tatticismo renziano, siamo a questo: ora sarà proprio Italia viva a proporre di rimettere ciò che gli stessi renziani hanno co-deciso di cancellare. E la cosa può avere un effetto dirompente, per la banale ragione che il centrodestra dirà compattamente sì. Morale: quell’emendamento, al Senato, ha fortissime chance di passare.

A questo punto, riavvolgiamo il nastro. La scorsa estate, all’esecutivo gialloblu fu fatale, prim’ancora dello scontro finale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio da un lato e Matteo Salvini dall’altro, un gesto politicamente grave ma dal punto di vista normativo assai più tenue compiuto dai grillini. Ricorderete la rissa sul dossier Tav: a un certo punto, pressato dall’evidenza, e dall’insostenibilità delle eventuali penali da pagare, Conte annunciò il sì alla prosecuzione dell’opera. Persa la partita politica sulla decisione, M5s si rifugiò in un atto simbolico: la presentazione, il 7 agosto, di una mozione anti Tav dichiaratamente minoritaria, e che infatti fu respinta dall’Aula di Palazzo Madama, con contestuale approvazione delle mozioni favorevoli degli altri gruppi.

Da un punto di vista normativo e di sostanza – diciamolo chiaramente – la cosa non aveva un gran rilievo: la decisione pro Tav era già stata presa dal governo. E di tutta evidenza il tentativo dei grillini era solo quello di «scaricarsi la coscienza» dinanzi ai propri tifosi anti Tav più ideologici. Eppure, politicamente parlando, si trattò di un atto deflagrante: una specie di sfiducia del partito di maggioranza relativa nei confronti di una decisione del suo premier. E la Lega ne trasse le conseguenze, constatando l’insostenibilità della situazione, e accelerando verso la crisi. Ecco, se poco più di tre mesi fa una circostanza del genere innescò una crisi, figurarsi cosa potrebbe accadere adesso davanti a uno strumento normativo cogente (un emendamento al dl fisco) e in presenza di un governo già fragile, sfilacciato, sfibrato. Per altro, ieri Fdi ha annunciato un emendamento simile, mentre il leader Pd Nicola Zingaretti – sempre più all’angolo – è costretto a inseguire: «Chi inquina paga ma chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue. Proporremo iniziative parlamentari in questo senso».

È per questo che nelle ultime ore, nel Pd e nei palazzi romani, è scattato il panico. E in diversi cercano di trovare un escamotage che consenta di disinnescare la mina. Come? Tentando di imbastire in fretta e furia una ripresa di trattativa con Arcelor Mittal; rendendo il governo protagonista di un’opera di rammendo. Ma il terreno è sdrucciolevole: non solo per la comprensibilissima mancanza di fiducia dell’azienda nei confronti di un governo che ha cambiato le carte in tavola. Ma anche perché il gruppo senatoriale grillino è una polveriera: e lo sa meglio di tutti l’attuale titolare del Mise, Stefano Patuanelli, che, prima dell’attuale incarico, presiedeva quella tumultuosa comitiva.

La Verità lo aveva raccontato prim’ancora del famigerato voto nelle commissioni congiunte Lavoro e Industria che, intervenendo sul decreto sulle crisi aziendali, aveva fatto a pezzi lo scudo legale: amplissimi settori del gruppo senatoriale grillino avevano fatto sapere che, se le commissioni non avessero votato a favore dell’emendamento Lezzi, sarebbero stati pronti, in Aula, il giorno dopo, a votare contro il decreto, con tutte le conseguenze del caso. Morale: quand’anche, per anticipare e svuotare l’incursione emendativa renziana (realisticamente, sostenuta dal centrodestra), Patuanelli e il governo tentassero di mettere una pezza nella medesima direzione, sarebbe immaginabile una reazione furiosa dei pasdaran grillini: avendo detto no allo scudo un paio di settimane fa, non è realistico che dicano sì adesso, e meno che mai che lo facciano rispetto a una norma generale ed astratta che potrebbe essere applicata anche ad altri casi, oltre all’Ilva. Ecco perché l’ordigno renziano conserva intatta tutta la sua carica esplosiva.


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