Persino i dottori si oppongono al green pass
  • I medici di base: «Folle chiederci di rilasciare un certificato che non esiste». Dai buchi sulla privacy al rischio discriminazione, il lasciapassare pensato per l’estate solleva troppi dubbi. Altro tema è il costo dei tamponi. E l’Europarlamento vuole siano gratis.
  • In Lombardia il 20% delle punture. Vincenzo De Luca: «Capri Covid free la prossima settimana».

Lo speciale contiene due articoli.

Tutti lo vorrebbero, ma non si trova. Di fatto, perché nemmeno esiste. Ma ancora prima di venire effettivamente alla luce, il cosiddetto green pass è riuscito a generare dubbi, sollevare criticità e raccogliere opposizioni alla sua esistenza.

Come è noto, il certificato verde, previsto dal decreto Riaperture del 22 aprile scorso, sarà necessario per gli spostamenti tra le Regioni non gialle e sarà in possesso di chi è stato vaccinato, è guarito dal Covid o dimostra la sua negatività grazie al tampone. Nei primi due casi, il via libera ha durata di sei mesi, mentre il test permette di spostarsi per le successive 48 ore. E già qui, solo dalle tempistiche, iniziano i guai. Un tampone eseguito 48 ore prima, infatti, non può fornire garanzia certa di negatività del soggetto che, nel frattempo, può avere infatti contratto il virus. Ma l’intoppo maggiore deriva dall’aver stabilito con un decreto la durata legale dell’immunizzazione da vaccinazione: il caos rischia di esplodere proprio in estate per i soggetti vaccinati a gennaio e febbraio, anziani e personale sanitario in primis. È previsto un terzo richiamo? O chi ha avuto la fortuna di ricevere il vaccino quasi subito, si ritroverà penalizzato proprio quando gli spostamenti si renderanno più necessari? Non è ancora dato sapere. Un altro aspetto fondamentale, e che sin da subito ha azzoppato il progetto del green pass, è quello della privacy. Il presidente dell’Autorità Garante è stato lapidario. Già il 23 aprile era stato inviato al governo un avvertimento formale in cui si faceva presente che il decreto Riaperture è gravemente incompleto in materia di protezione dei dati, privo di una valutazione dei possibili rischi su larga scala per i diritti e le libertà personali.

Non solo. Si legge in una nota del Garante che la norma sui pass vaccinali «presenta criticità tali da inficiare, se non modificata, la validità e il funzionamento del sistema previsto per la riapertura degli spostamenti durante la pandemia». Il presidente Stanzione ha fatto presente che gli ultimi dl sono stati adottati in assenza di previa consultazione del Garante, dovuta invece secondo il Gdpr. Tra i vari nodi da sciogliere sul versante privacy, centrale quello sulla raccolta e soprattutto protezione di una mole enorme di dati sensibili. Inoltre, non viene specificato chi è il titolare del trattamento dei dati, in violazione del principio di trasparenza, rendendo così difficile l’esercizio dei diritti degli interessati. E mentre si cerca di capire perfino che forma avrà questo pass (cartaceo, digitale card, app?) dopo la bocciatura del Garante, anche i medici di base si uniscono alle voci contrarie.

In migliaia si stanno infatti rifiutando di fornirlo ai propri assistiti vaccinati o guariti: «Io posso rilasciare un certificato di avvenuta vaccinazione se io somministro il vaccino, ma se lo fa una struttura pubblica è lì che viene rilasciata la documentazione. Così, per chi ha avuto il Covid. Tocca al Dipartimento di salute pubblica rilasciare la comunicazione di uscita dall’isolamento dopo la guarigione. Trovo folle chiedere a noi medici di famiglia di rilasciare certificazioni che non esistono», ha dichiarato Renzo Le Pera, vicesegretario nazionale della Fimmg. Se non bastassero tutte le incognite già elencate, non si può far notare il rischio di discriminazione su più fronti.

Se infatti il pass è stato pensato per la stagione estiva, nulla vieta di sospettare che potrebbe essere usato in futuro per ogni singola attività. Dal cinema al ristorante, dalla palestra al teatro. Considerando quanto le libertà individuali siano state limitate da oltre un anno a questa parte, si può davvero mettere la mano sul fuoco che il pass non sarebbe richiesto solo in stazione o in aeroporto, ma in qualsiasi luogo pubblico? C’è poi la questione dei tamponi. Per avere il certificato e quindi poter viaggaire, chi non è stato vaccinato o è guarito dal Covid sarebbe obbligato a fare un test a proprio spese ogni due giorni. Un salasso, considerando poi la forbice di prezzi degli esami, dai 30 agli oltre 100 euro. Un problema fatto notare dal governatore veneto, Luca Zaia: «Chi non ha i soldi per pagarsi il proprio tampone si chiude in casa?». Sul tema, tanto palese quanto ignorato in Italia, si è invece mosso l’Europarlamento. Giovedì è stato infatti approvata dagli eurodeputati la loro posizione negoziale, da portare avanti nelle trattative con il Consiglio, sul green pass europeo.

La richiesta dei parlamentari è che il certificato sia accompagnato dalla «possibilità di effettuare test universali e gratuiti». Il green pass eu, ribattezzato «certificato Covid-19 per l’Unione Europea» dovrebbe essere approvato da Commissione, Consiglio e Parlamento, nelle intenzioni di Bruxelles, entro l’estate, ma la strada è piena di insidie, a cominciare dalla cornice di regole diversa in ogni Stato, difficile da armonizzare, soprattutto per quanto riguarda le limitazioni che ogni Paese membro può decidere di adottare verso chi varca i suoi confini. Un primo grande gruppo di Stati, tra cui l’Italia, inizierà la fase di test «verso il 10 maggio», ha spiegato un alto funzionario Ue, in vista dell’avvio dei negoziati che dovrebbero iniziare la prossima settimana.


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