Il patentino nasce senza scadenza e rischia di diventare un guinzaglio
  • Le ipotesi allo studio sull’attestato sanitario penalizzano i ragazzi (ancora senza dose), i più veloci a immunizzarsi (che sarebbero costretti a un altro richiamo) e i guariti. Rinviando il ritorno alla normalità.
  • I partecipanti ai test di Reithera restano in un limbo burocratico senza certificato. Il farmaco infatti non è ancora stato approvato e non possono riceverne uno differente.

Lo speciale contiene due articoli.

Da una parte gli italiani con il patentino verde in mano. Dall’altra tutti gli altri, quelli ancora sprovvisti di una certificazione che condizionerà ancora tanti aspetti di una quotidianità già ampiamente stravolta in questo anno e mezzo di pandemia. Ben prima dell’approvazione del nuovo decreto Covid, in cui verranno fissate le norme cui attenersi nelle prossime settimane, l’ipotesi di estendere l’utilizzo del green pass rischia di creare un solco non solo tra i cittadini, ma anche tra le imprese, con le associazioni dei commercianti che mettono in guardia sul pericolo «discriminazione».

Tra le varie posizioni espresse in questi giorni, del resto, si è già sentito praticamente di tutto: dalla possibilità di prevedere l’uso del lasciapassare anche per entrare nei luoghi di lavoro, con tanto di sospensione della paga o cambio di mansione per chi decide di non vaccinarsi, all’eventualità di mostrare il codice a barre per salire sui mezzi pubblici. Insomma, per quelli che non dispongono della carta verde l’unica possibilità residua è la reclusione. Già da lunedì, lo scenario potrebbe essere più o meno quello paventato da Aldo Cursano, vicepresidente vicario di Fipe-Confcommercio: «Se passa l’obbligo del green pass anche per andare al ristorante, oltre 3 milioni di famiglie italiane verranno letteralmente spaccate in due. Al momento infatti ci sono circa 4 milioni di giovanissimi tra i 12 e i 19 anni non ancora vaccinati: non si tratta di no vax, ma di persone in attesa del loro turno. Molti di questi ragazzi passeranno le vacanze con i genitori, in larga parte già vaccinati, ma non potranno andare neppure a mangiare una pizza con loro». Situazioni del genere potrebbero ripetersi potenzialmente ovunque, dai cinema ai teatri. Perfino nei supermercati.

Per quanto tempo potremmo fare i conti con un Paese diviso in due, tra chi sta dentro e chi resta fuori? E soprattutto, per quanto tempo il decreto Covid, che uscirà oggi dal Consiglio dei ministri e che andrà convertito in legge entro i canonici 60 giorni, imporrà l’uso della «patente» verde anche per le attività più consuete? Lo strumento legislativo, infatti, rischia di nascere già vecchio per tutte quelle persone che da mesi hanno completato il ciclo vaccinale. A oggi, gli italiani che si sono sottoposti alla doppia dose sono poco più di 28 milioni, molti dei quali hanno ricevuto la copertura nei primissimi mesi dell’anno. Si tratta delle categorie più esposte al contagio, come gli over 80, e quelle a stretto contatto con i malati, cioè medici e operatori sanitari. Per loro, l’efficacia della certificazione verde Covid-19 scadrà nei primi giorni d’autunno, quando verranno meno i termini previsti dal governo nel decreto del 22 aprile scorso: validità di sei mesi dal giorno del completamento del ciclo vaccinale. Ebbene, quale scenario si apre per loro? Dal momento che l’ipotesi dei tamponi ogni 48 ore sarebbe piuttosto ardua da perseguire, l’unica via che resta per ottenere il lasciapassare sarebbe il richiamo con terza dose. Un’eventualità inutile, se non addirittura dannosa, secondo quanto riferisce Ignazio Grattagliano, coordinatore per la Regione Puglia della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg): «Una terza dose con lo stesso vaccino già utilizzato non aggiungerebbe altra protezione all’organismo, che già ha acquisito gli anticorpi necessari per far fronte all’infezione. Di contro, si corre il rischio che diventi del tutto inutile: gli anticorpi prodotti dalla vaccinazione agiscono contro il virus originario e non contro le potenziali nuove varianti che possono apparire in futuro». Dagli ospedali filtra una certa preoccupazione: tra i sanitari c’è il timore di vedersi limitare la libertà di movimento, con l’aggravante di trovarsi esposti a un rischio contagio quando la copertura vaccinale sarà più debole.

Tra «coloro che saran sospesi» potrebbero finire anche tutti gli italiani che hanno contratto il virus. Per loro, al momento, è prevista un’unica dose, da somministrare entro i sei mesi dall’infezione, superati i quali ne vanno fatte due. A conti fatti, alla fine dell’estate migliaia di persone potrebbero ritrovarsi in tasca una certificazione scaduta. Sembra che al ministero della Salute si siano accorti solo ora del possibile cortocircuito, tanto che è partita la corsa per mettere una pezza: «Le persone guarite dal Covid-19 potranno effettuare un’unica dose di vaccino entro 12 mesi dal primo tampone positivo dopo la malattia», ha spiegato all’Ansa il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Il provvedimento potrebbe vedere la luce alla fine della settimana.

Se i presupposti per ottenere il green pass si rivelano già oggi complicati, cosa potrebbe accadere se un’estensione temporale dello strumento rendesse necessario aggiungerne degli altri, che magari con la sfera sanitaria hanno poco o nulla a che vedere? Magari aver pagato regolarmente le tasse o avere una fedina penale immacolata. Scenari irrealistici, probabilmente, ma chi può dirsi al sicuro se già tante conquiste nel campo dei diritti sono state calpestate in nome delle ragioni sanitarie?


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