- Ministri in Aula sul caso Almasri. Il Guardasigilli tuona: «La Corte penale internazionale ha scritto un atto in modo frettoloso, io non sono un passacarte». Il titolare del Viminale: «Agito per la sicurezza dello Stato».
- Opposizioni scatenate. Schlein: «Abbiamo un “presidente del coniglio”» Conte: «La premier scappa». Gasparri duro col leader di Iv: «Ha trovato i milioni arabi».
Lo speciale contiene due articoli.
Nordio scatenato: le informative di ieri alla Camera e al Senato del ministro della Giustizia e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi vedono i riflettori puntati sul Guardasigilli, considerato che il suo collega del Viminale in fondo la sua versione dei fatti l’aveva già fornita lo scorso 23 gennaio, rispondendo al question time. Piantedosi ieri ha più che altro arricchito di dettagli e particolari la sua ricostruzione di due settimane fa, mentre Nordio ha parlato per la prima volta del caso Almasri e ha attaccato con estrema durezza la Corte Penale Internazionale. Nordio in apertura dell’intervento a Montecitorio ha anche dato la notizia di essere indagato pure per omissione di atti d’ufficio, oltre che per favoreggiamento: fino a ieri mattina nessuno era a conoscenza di questo ulteriore capo di imputazione a suo carico. «Prima di entrare nel merito della vicenda», dice il ministro della Giustizia, «devo informare che il giorno 28 gennaio alle ore 16.50 è stato consegnato al sottoscritto un’informativa ai sensi dell’articolo 335 del Codice di procedura penale dalla quale si evince che Carlo Nordio è indagato per i reati di favoreggiamento e omissione di atti d’ufficio. Ho manifestato subito la disponibilità ad essere ascoltato il prima possibile», aggiunge Nordio, «infatti eccomi qua, per chiarire questa vicenda sulla quale ci sono tantissime incertezze, inesattezze, talune grossolane contraddizioni». Le critiche alla Cpi per le modalità con le quali è stato redatto il mandato di arresto nei confronti di Almasri sono pesantissime: «Tanto più la richiesta proveniente dalla Corte penale internazionale è articolata e complessa», argomenta Nordio, «tanto maggiore deve essere la riflessione, anche critica, sul suo procedere logico, sulla sua coerenza argomentativa, sui dettagli degli elementi citati e sulla coerenza delle conclusioni cui perviene. Come vedremo questa coerenza manca e quell’atto è radicalmente nullo».
Una affermazione perentoria, spiegata attraverso argomentazioni giuridiche e tecniche: «L’atto è arrivato in lingua inglese senza essere tradotto. Sin dalla prima lettura», argomenta il ministro della Giustizia, «il sottoscritto notava una serie di criticità sulle richieste di arresto che avrebbero reso impossibile un’immediata richiesta alla Corte d’Appello. Non so perché abbiano agito in modo così frettoloso da sbagliare completamente un atto così solenne ma è mia intenzione attivare i poteri che la legge mi riconosce e chiedere alla Corte penale giustificazione circa le incongruenze di cui è stato mio dovere riferire». Dunque Nordio intende mettere anche formalmente la Cpi sul banco degli accusati: «La Corte si è corretta, ha rilevato i difetti e ha cercato di cambiarli 5 giorni dopo», aggiunge il Guardasigilli, «perché si era accorta che aveva fatto un immenso pasticcio». Nordio mette in risalto «l’incertezza assoluta» del documento della Cpi, «a cominciare dalla data in cui sarebbero avvenuti i crimini: si dice a partire dal marzo 2015 ma nel preambolo si parlava del febbraio 2011, quando Gheddafi era ancora al potere». Il ministro della Giustizia rivendica il suo diritto-dovere di non limitarsi al ruolo di mero esecutore degli ordini dell’Aja: «Il ruolo del ministro», scandisce Nordio in Aula, «non è semplicemente quello di un organo di transito delle richieste che arrivano dalla Corte, non è un passacarte ma è un organo politico che deve meditare il contenuto delle richieste in funzione di un eventuale contatto con gli altri ministeri, con altre istituzioni o con altri organi dello Stato». Non manca la ricostruzione del timing degli eventi, pure oggetto di infuocate polemiche: «Il 18 gennaio 2025 la Corte Penale Internazionale emetteva un mandato di arresto internazionale», ricostruisce il ministro della Giustizia, «il mandato di arresto (nei confronti di Almasri, ndr) veniva eseguito dalla Digos di Torino domenica 19 gennaio 2025 alle ore 9.30. Una notizia informale dell’arresto veniva trasmessa via e-mail da un funzionario dell’Interpol a un dirigente del dipartimento degli Affari di giustizia, alle ore 12.37 sempre della domenica 19 gennaio 2025. Si trattava, come ho detto, di una comunicazione assolutamente informale, di poche righe, priva dei dati identificativi del provvedimento in oggetto e delle ragioni sottese. Non vi era nemmeno allegata», aggiunge, «la richiesta di estradizione».
Il ministro non trattiene un sentimento di amarezza nei confronti dei magistrati che lo hanno criticato: «Quello che mi ha un pò deluso», sospira il Guardasigilli, «anche se non è arrivato in parte inaspettato, è stato un atteggiamento di certa parte della magistratura che si è permessa di sindacare l’operato del ministro senza aver letto le carte, cosa che può essere perdonata ai politici, ma non può essere perdonata a chi per mestiere e per prudenza le carte le dovrebbe leggere».
Piantedosi, da parte sua, ribadisce che una volta scarcerato, Almasri doveva essere assolutamente espulso dall’Italia: «L’espulsione di Almasri», sottolinea Piantedosi, «è da inquadrare per il profilo di pericolosità che presentava il soggetto in questione nelle esigenze di salvaguardia della sicurezza dello Stato e della tutela dell’ordine pubblico, che il governo pone sempre al centro della sua azione, unitamente alla difesa dell’interesse nazionale che è ciò a cui lo Stato deve sempre attenersi». Il fatto che l’aereo di Stato fosse già pronto prima della scarcerazione di Almasri, sottolinea Piantedosi, «rientra tra quelle iniziative a carattere preventivo, e quindi aperte a ogni possibile scenario».
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