Natale spacca il Cts, il fisco beffa i ristoranti
  • Il comitato si divide e presenta un parere non firmato. Chieste restrizioni ma senza divieti specifici. Oggi vertice con le Regioni.
  • Il Mef aveva dato parere positivo al taglio dell’imposta sul cibo a domicilio. L’Agenzia delle entrate però ha deciso di ignorare Roberto Gualtieri. Il paradosso: in Italia la burocrazia prende a schiaffi i ministri.

Lo speciale contiene due articoli.

È una spaccatura in piena regola quella che si è consumata ieri in seno al comitato tecnico scientifico. Nel corso di una riunione lunga e accesa, si sono confrontate due anime divergenti. Da una parte chi (come il commissario straordinario Domenico Arcuri) auspicava di proporre delle restrizioni specifiche; dall’altra chi (come Franco Locatelli dell’Istituto superiore di sanità) invocava una serie di raccomandazioni più generiche. Alla fine il comitato ha invitato a «inasprire le misure e aumentare i controlli secondo le indicazioni contenute nel Dpcm del 3 dicembre, modulandole come si ritiene opportuno». Tutto ciò aggiungendo che il ricorso alla sola zona gialla sarebbe fondamentalmente insufficiente. Ma il documento non è stato firmato, proprio a testimonianza della frattura.

Questa impostazione non è comunque riuscita a sanare del tutto la frattura, visto che i tre direttori generali del ministero della Sanità, Achille Iachino, Andrea Urbani e Giovanni Rezza, si sarebbero rifiutati di firmare il verbale finale, ritenendo fosse invece necessario inserire nel documento delle misure particolareggiate. Il coordinatore del comitato, Agostino Miozzo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, dichiarando: «È stata una riunione difficile e intensa in cui si sono espressi tutti i componenti del comitato, come sempre accade nei nostri incontri. Alla fine abbiamo raggiunto un punto d’incontro e condiviso all’unanimità la necessità di inasprire le misure di contenimento del contagio».

Nonostante le rassicurazioni, lo scontro nel Cts rischia di complicare la situazione all’interno dell’esecutivo giallorosso, perché evidenzia come sulla linea da seguire si registrino alcune differenze di veduta tra gli stessi tecnici. Un elemento problematico per il governo che è solitamente abituato a scaricare la responsabilità delle sue scelte in materie di salute proprio sull’autorità degli esperti. In questo caso, l’assenza di misure specifiche nel documento del comitato rischia di tramutarsi in un nodo politico per Giuseppe Conte, che si ritrova maggiormente esposto sia sul piano dell’opinione pubblica sia su quello politico.

E proprio su quest’ultimo fronte il premier (che ha preannunciato ieri un «ritocchino» sulle misure natalizie) rischia di più. Eh sì, perché le fibrillazioni in seno alla maggioranza potrebbero adesso esplodere fragorosamente. Fibrillazioni che già prima dell’ultima riunione del Cts avevano avuto modo di palesarsi. Il dibattito interno all’esecutivo si sta infatti sempre più articolando tra due ipotesi. Una proposta è istituire una zona rossa a livello nazionale nei giorni festivi e prefestivi (con ristoranti e negozi chiusi); lo scenario alternativo sembrerebbe invece essere quello di una zona arancione generalizzata, con negozi aperti, ristoranti chiusi e coprifuoco serale. Tutto questo, senza dimenticare la spinosissima questione degli spostamenti tra piccoli Comuni.

Da una parte, Italia viva e i settori filo renziani del Pd propendono per una linea più morbida: in tal senso, il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci, ha presentato una mozione proprio per consentire la mobilità fra paesini. Dall’altra parte, si staglia l’ala rigorista, che trova i propri principali punti di riferimento nel ministro della Sanità, Roberto Speranza, e nel suo collega agli Affari regionali, Francesco Boccia. Un Boccia che proprio ieri ha dichiarato: «Anche durante le festività natalizie vogliamo mettere in sicurezza gli ospedali e l’intero sistema perché ci aspettano tre mesi invernali difficilissimi e ha anche annunciato che oggi il governo discuterà delle misure restrittive nella riunione con le Regioni, Speranza e Arcuri. Per il rigore anche il direttore della prevenzione del ministero della Sanità, Giovanni Rezza, che ha dettoo: «Se non si prende alcun provvedimento alla fine saremo costretti a fare il lockdown generale, che è quello che si vuole evitare». Lo stesso Rezza ha poi aggiunto che è «troppo presto» per dire se le scuole possano completamente riaprire dopo le festività natalizie.

Ecco, è in mezzo a questi contrasti interni che Conte è costretto a muoversi. Una situazione non certo rosea per il premier che si sta trovando a «combattere» contemporaneamente su più fronti (a partire da quello – delicatissimo – della verifica di maggioranza). È quindi in ragione di questo caos intestino che probabilmente a Palazzo Chigi si sperava in indicazioni più specifiche dal Cts: indicazioni che avrebbero potuto servire come alibi per cercare di placare gli alleati riottosi. Purtroppo per il premier le cose non sono andate esattamente così. Tutto questo, senza poi trascurare come la spaccatura nel comitato metta in evidenza anche un ulteriore elemento: non è vero che il rigorismo duro e puro sia sposato dalla totalità dei tecnici. Un fattore di notevole interesse, visti gli elevati costi psicologici, economici e perfino religiosi che una linea troppo rigida potrebbe comportare. Nel frattempo, ieri sono stati registrati 14.844 nuovi casi con 846 decessi.


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