Metà Regioni contro l’esecutivo. «Le scuole non saranno riaperte»
  • Friuli e Veneto, a guida leghista, si sono opposte al piano di Roma, seguite a ruota anche dal dem Vincenzo De Luca. Dubbi pure per Piemonte e Liguria: «Non è sicuro». La minaccia di Francesco Boccia: «Allora chiuso anche lo sci».
  • Il 27 gennaio scade il termine per la revisione della riforma dello sport chiesta dal Cio. Se il governo non si sveglia, il pericolo è andare alle Olimpiadi senza inno né bandiera.

Lo speciale contiene due articoli.

Mancano appena due giorni alla fatidica data. Il 7 gennaio anche le scuole superiori dovrebbero tornare in classe al 50%, dopo due mesi di didattica a distanza. Ma il condizionale comincia a trasformarsi, in mezza Italia, nel periodo ipotetico dell’irrealtà. I contagi non rallentano. La terza ondata sembra incombere. E il rischio dei trasporti è rimasto identico a quando venne profetizzato, nella la scorsa primavera. Il premier, Giuseppe Conte, insiste: «Dobbiamo riuscire a dare un segnale». Ma molti governatori, uniti da un moto bipartisan, si rivoltano.

Il caos nel caos. Avvia le ostilità il presidente del Veneto, Luca Zaia: «Non ci sembra prudente lasciare aperti licei, tecnici e professionali. Quindi proroghiamo la didattica a distanza fino al 31 gennaio». Segue il collega leghista Massimiliano Fedriga, alla guida del confinante Friuli-Venezia Giulia: «La pandemia ora non è sotto controllo, io penso che non sia il momento di fare tentativi. Dobbiamo tutelare professori e studenti. Il governo non può lasciare spazio a posizioni ideologiche. Queste scelte possono farci fare una brutta fine». Anche Fedriga, dunque, firma un’ordinanza che posticipa a fine mese il rientro: «Basta balletti: se si apre, bisogna deve arrivare a fine anno. Molte altre regioni seguiranno l’esempio di Friuli e Veneto».

Ed è questo, per il governo, l’aggravio. I riottosi non sono solamente trinariciuti di centrodestra, ma pure attigui di centrosinistra. Come Michele Emiliano, che medita il rinvio. O Vincenzo De Luca, che procede a tappe. Scuola dell’infanzia e primi due anni della primaria cominciano l’11 gennaio. Mentre gli alunni di medie e superiori dovranno aspettare almeno il 25 gennaio.

L’ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, prevede invece il ritorno in classe del 50% degli studenti il 7 gennaio. Con i contagi sotto controllo, dal 18 gennaio si dovrebbe poi arrivare al 75%. E poi ingressi scaglionati, uscita fino alle 16, lezioni anche il sabato, orario ridotto e mezzi pubblici pieni a metà. Regole, per molti, già superate dagli eventi. Zaia e Fedriga così si sfilano. E il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, rintuzza: «Se si sposta l’apertura delle scuole a fine gennaio e si mantiene l’apertura dello sci il 18 gennaio, c’è qualcosa che non va…». Ma allora qualcosa non va neppure nelle più pianeggianti Marche, dove è stato deciso identico slittamento. O nella Liguria baciata dal mare. Il presidente, Giovanni Toti, spiega: «È inutile riprendere per due giorni e poi richiudere. Mi auguro che il governo si prenda la responsabilità, altrimenti anch’io farò un’ordinanza».

Già, perché davanti a molti degli ammutinati lampeggia l’allarme del riconfinamento: zona arancione o addirittura rossa. Come in Liguria, appunto. O in Veneto, probabilmente. E in Calabria. Difatti, pure qui, Antonio Spirlì annuncia: «Se non ci sono pericoli le scuole andranno in presenza al 50%, altrimenti i nostri ragazzi possono studiare a distanza. Il libro dentro la bara non serve a nessuno». Meno macabro ma ugualmente attendista è Alberto Cirio, alla guida del Piemonte: «La situazione non è chiara. C’è una parte del governo che vorrebbe il rinvio e una parte che si impunta, con il pericolo però di richiudere l’11».

Fiduciosi nella capacità di sintesi di Giuseppi, il 7 gennaio Valle d’Aosta, Toscana, Molise e Sicilia si preparano invece diligentemente alla ripartenza. Tutti in aula da giovedì. Ma i timori, vista anche l’inerzia dei giallorossi, restano ovunque. Per i presidi è un «rischio». Per i sindacati un «azzardo». Eppure, l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore della sanità sembra rassicurante: «La scuola non è tra i primi tre contesti di trasmissione in Italia». Ma la pattuglia di chi non sembra più fidarsi di Palazzo Chigi ed emanazioni scientifiche statali continua a ingrossarsi. Il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, passa quindi alle velate minacce: «Le Regioni riflettano bene sulle conseguenze per studenti e famiglie». Ma in vista di un possibile rimpasto, la sua scrivania in viale Trastevere, che fu degli incolpevoli Benedetto Croce e Giovanni Gentile, traballa vistosamente. Come, del resto, quella di Paola De Micheli, assisa al vertice del dicastero dei Trasporti, dunque responsabile di riorganizzare il servizio scolastico di bus e treni. Se ne parla da quest’estate. Il solitamente ossequioso Cts è arrivato perfino a bacchettare invano l’esecutivo. De Micheli, dopo mesi ad arrovellarsi, ha trovato la soluzione: ci pensino i prefetti. Entrate, uscite, accessi scaglionati. Fate vobis.

Solita solfa. Da quando è arrivata la pandemia, anche lo scaricabarile sulle regioni, soprattutto quelle meno docili, è stato ricorrente: dalle terapie intensive alla ripartizione cromatica. E adesso, che la lotta riscoppia pure sulla scuola, il pensiero torna sempre lì: all’insostenibile leggerezza dell’essere giallorossi.


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