meloni volenterosi
Friedrich Merz ed Emmanuel Macron (Ansa)

«La posizione del governo» sull’Ucraina «non cambia». Giorgia Meloni lo mette subito in chiaro, nella mattinata di ieri, durante le sue comunicazioni al Senato in vista del Consiglio Ue di oggi e domani.

Il sostegno a Kiev, insiste, «non è un’alternativa alla pace, ma ciò che la rende possibile», perché un aggressore che «può puntare sulla resa dell’avversario» non avrebbe interesse a negoziare.

Meloni avverte i volenterosi: «L’Europa non vada in ordine sparso»

Purché «l’Europa non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola». È la sberla che il presidente del Consiglio assesta ai volenterosi. Un contenitore, più che di concrete iniziative diplomatiche, delle ambizioni di leader decotti.

Ucraina, il premier sfida l’E3 e propone un mandato comune per negoziare

«Un’Europa che si divide sui formati», tuona la Meloni, «offre un’immagine di sé infantile». «Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme – e finora è questa la scelta che hanno fatto – allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti».

Alla sfida del premier corrisponde un’ipotesi alternativa: spingere i 27 a individuare «una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa», in modo che il Vecchio continente «non resti a guardare», perché il futuro dell’Est «riguarda […] la nostra sicurezza» e le condizioni di pace «non possono essere scritte senza di noi».

Non è certo la prima volta che l’inquilina di Palazzo Chigi contesta il protagonismo dei volenterosi. È almeno da marzo 2025, anzi, che rivendica le differenze tra la linea di Roma e quella dell’élite che si è arrogata la gestione della crisi con la Russia, senza però superare lo scoglio dell’irrilevanza geopolitica.

Un anno e mezzo fa, Meloni segnalò a Emmanuel Macron la nostra contrarietà all’invio di truppe, specie al di fuori di una missione Onu. Propose anche di invitare gli Stati Uniti ai vertici sull’Ucraina.

Poi, decise di disertare alcuni summit, come quello di Tirana, a maggio 2025: «Non avrebbe senso partecipare a formati che hanno degli obiettivi sui quali non abbiamo dichiarato la nostra disponibilità», dichiarò allora, riferendosi sempre alle voci sul contingente europeo da spedire al fronte.

Ancora a giugno e luglio scorsi, il premier ha saltato le riunioni della coalizione per Kiev; a quella di Parigi, di tre mesi fa, si è fatta rappresentare da Antonio Tajani.

Gas russo, Meloni boccia l’intesa Trump-Putin: «Scelta rischiosa»

Ieri in Aula, comunque, il presidente del Consiglio non ha diretto i suoi rimproveri soltanto ai marpioni europei. Benché condivida la prospettiva di una tregua energetica, esortando anzitutto Mosca a rispettarla, ha contestato l’intesa sul gasolio russo raggiunta da Donald Trump.

Proprio ora che il capo della Casa Bianca aveva archiviato le polemiche per il mancato sostegno italiano alla campagna in Medio Oriente. «È una scelta che considero molto rischiosa», ha detto Meloni dell’accordo con Vladimir Putin. «Dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina».

È la tesi opposta a quella del tycoon. «Dunque», ha aggiunto, «il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari». In ballo ci sono una «legittimazione per Mosca», «nuove entrate con cui finanziare la guerra» e un «implicito indebolimento della leva sanzionatoria: sono elementi […] che contraddicono quanto finora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative».

Al suo intervento ha reagito piccata Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo: «Non sono affari suoi», ha sbuffato. A dare manforte a Meloni ci ha pensato il titolare della Farnesina: «Non credo che la scelta americana», ha confermato Tajani, «agevoli questa situazione che punta a portare Putin al tavolo della pace».

Il centrodestra concorda: anche se Matteo Salvini suggerisce di comprare gas e petrolio «laddove costa di meno», quando la guerra sarà finita, la maggioranza ha votato la risoluzione che impegna il governo «a garantire la continuità del sostegno multidimensionale alla popolazione ucraina, anche in vista dell’inverno e a sostenere ogni iniziativa diplomatica volta a una pace giusta e duratura, […] promuovendo un ruolo attivo dell’Unione europea».

Peraltro, come ci ha tenuto a sottolineare il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ieri si è visto qualche applauso anche «dai banchi dell’opposizione».

Roma conferma la linea: sostegno a Kiev e sangue freddo

Meloni, in fondo, ha un pedigree politico di risoluta marca antisovietica. E nei soprusi della Russia di oggi vede un riflesso di quelli dell’Urss di un tempo: «Se l’Ucraina smettesse domani di difendersi», spiega, «noi non avremmo la pace. Noi discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo».

«Personalmente non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, non rimpiango il Muro di Berlino».

Ciò non le impedisce di esortare gli alleati a mantenere il «sangue freddo» dinanzi alle operazioni ibride di Mosca. Invoca, sì, una «risposta europea».

Ma più che l’imminenza di un «attacco letale», come vanno ripetendo a Varsavia, vede delle mere «provocazioni», che servono a Putin per «avere una reazione» e distogliere l’attenzione dall’andamento deludente del conflitto. Anche qui, la posizione italiana non cambia: guai a chi scherza col fuoco. Volenterosi avvisati.

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