- L’ex ministro ha sbattuto la porta con la scusa dei pochi soldi alla scuola, eppure fu lui a boicottare il piano nazionale redatto, sotto i suoi predecessori, da ben 14 luminari e oltre 1.000 docenti. Non sapendo come intestarselo, lo ha lasciato in un cassetto.
- Il titolare uscente dell’Istruzione vorrebbe ergersi a leader della fronda contro Luigi Di Maio in un progetto ambientalista e pro Conte. Ma per ora ha solo una decina di fedelissimi.
Lo speciale contiene due articoli.
Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l’ex ministro dell’Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti».
Non certo l’unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l’addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l’università e la ricerca», ha scritto l’ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi».
Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027.
Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l’intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l’efficienza e l’efficacia. Fondamentale, nell’impianto del documento finale, l’attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell’Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l’uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo.
E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch’egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all’italiana, l’ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell’ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette.
Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell’Aerospazio, dove anche grazie all’Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. Ma come molti grillini, forse aveva difficoltà con i curriculum e le competenze.
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