Le truppe leghiste sono pronte: «Se Salvini dà l’ordine si va tutti a casa»
  • Domani il premier riferirà in aula sui russi. Il Carroccio non esclude di calare il sipario e ripresentarsi alle elezioni da solo.
  • Le amministrative portano novità: un giro in più agli eletti e apertura alle civiche.
  • La stampa progressista lo ha sempre sbeffeggiato. Poi però lui ha aperto a sinistra, diventando uno statista.

Lo speciale contiene tre articoli

Ancora 24 ore e sapremo se il governo Lega-M5s, guidato da Giuseppe Conte, sarà archiviato. Domani alle 16.30 Conte andrà in Senato a riferire sull’affaire Savoini. Subito dopo, intervenendo dai banchi della Lega, Matteo Salvini potrebbe far calare il sipario sul governo. Le truppe sul territorio sono mobilitate da settimane, ma nelle ultime ore l’attività è diventata frenetica: si disegnano organigrammi, si discute di collegi. Il 34% della Lega alle Europee è stato il risultato per la maggior parte dell’appeal di Salvini, ma anche dell’impegno di una nuova classe dirigente che ora aspira a entrare in parlamento e al governo. Il «pressing» sul quartier generale è estenuante.

Venerdì scorso Giancarlo Giorgetti è salito al Quirinale: non per comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il suo ritiro dalla corsa per la nomina a Commissario europeo, ma per anticipargli che la crisi è vicina, vicinissima. Venerdì scorso, il leader della Lega ha attaccato direttamente due ministri del M5s, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta (ieri è toccato ad Alfonso Bonafede, seppure non esplicitamente) e poi ha fatto in modo che il premier Conte venisse pesantemente criticato – nell’ordine – dai governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, sulle autonomie, e dai capigruppo alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo per la sua difesa di Toninelli e Trenta. Un percorso lineare, come fanno notare alla Verità autorevoli esponenti del Carroccio, che sottolineano come nessuno potrà accusare Salvini di aver fatto tutto da solo.

Tra la crisi e il voto a ottobre c’è solo un ostacolo: la tentazione del «partito di Mattarella» di trovare in Parlamento una maggioranza alternativa, partendo da Pd e M5s. Dario Franceschini, che di Mattarella è uno dei fedelissimi, ieri al Corriere della Sera ha detto che un’alleanza tra Pd e M5s potrebbe essere possibile, parlando delle prossime elezioni ma pensando anche a questa legislatura. «Conte non è Salvini», ha aggiunto Franceschini, mettendo il timbro sul fatto che ormai, nel M5s, Luigi Di Maio conta assai meno dell’attuale primo ministro, e che sarebbe Conte, se si andasse al voto a ottobre, il candidato del fronte antileghista.

C’è da star certi che Pd e M5s, insieme a Forza Italia, le tenteranno tutte per impedire a Salvini di correre alle elezioni e, probabilmente, trionfare in solitudine, come anticipato già alcune settimane fa dalla Verità: si registra infatti freddezza in casa Lega anche verso Giorgia Meloni, per le sue resistenze sull’autonomia e per gli appetiti politici dei suoi colonnelli, mentre con Forza Italia ogni discorso è chiuso.

Se la Lega andrà da sola, è il ragionamento, in nome del voto utile gli elettori di centrodestra sceglieranno in massa Salvini. Infine, il sospetto che il Russiagate sia un’arma per dissuadere Salvini dal far cadere il governo, facendogli prevedere una campagna elettorale tutta audio, foto e intercettazioni, si rafforza tra analisti e osservatori internazionali, secondo i quali i cosiddetti poteri forti preferiscono a Palazzo Chigi uno come Conte, ormai pienamente arruolato nell’establishment europeo, piuttosto che il leader del Carroccio con una super maggioranza leghista in Parlamento. Ma c’è un aspetto della vicenda tutt’altro che secondario. La proverbiale ritrosia dei parlamentari ad avallare scelte dei leader che portano a elezioni anticipate, stavolta ha un antidoto: il taglio di deputati e senatori. Far crollare tutto prima dell’approvazione definitiva della legge, darebbe una speranza anche ai peones più terrorizzati dall’idea di dire addio, dopo appena un anno, a velluti, arazzi e stipendioni.

«Stiamo al governo», ha ribadito ieri Salvini, «solo per fare le cose importanti. Se non riusciamo, andremo da soli ma non ci fermiamo. Non accettiamo un no, il governo passa dalle autonomie. Sono contento di quello che abbiamo fatto in questo ultimo anno ma ultimamente gli italiani hanno notato troppi no e coi no l’Italia non decolla. Sulla riforma della giustizia abbiamo letto una proposta troppo timida, non risolutiva da parte del M5s. C’è da dimezzare i tempi dei processi», ha aggiunto Salvini, «separare le carriere, selezionare in maniera diversa chi va a amministrare la giustizia. Non è il momento dell’arretramento, delle mezze misure, della timidezza Se penso ad andare a Palazzo Chigi senza le elezioni? No. Se andrò in aula a parlare del caso Russia? Mi occupo di vita reale: la vita reale è questa, l’antimafia, l’antidroga, l’anticamorra, l’antiracket, non le fantasie o film di spionaggio senza nessun fondamento concreto».

A chi gli ha chiesto se in caso di caduta del governo ipotizzi un governo tecnico, il leader del Carroccio ha risposto così: «Faccio quello che penso serva agli italiani, non ho secondi fini o pensieri negativi. Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, e su questo dubbi non ne ho. Non ho incontri in agenda con Luigi Di Maio. Per il futuro», ha sottolineato Salvini, «siamo nelle mani del buon Dio».

Carlo Tarallo

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