È il 16 febbraio del 2020. La task force anti Covid voluta dal ministro Roberto Speranza si riunisce per fare il punto sulla diffusione del virus a livello internazionale, e sulle contromisure da prendere in Italia. A un certo punto, prende la parola Francesco Maraglino. È un funzionario del ministero con un ruolo importante: responsabile dell’Ufficio 5, quello che si occupa di «prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale». Egli informa i colleghi della task force che due giorni dopo, il 18 febbraio, «si riunirà il tavolo di lavoro per l’aggiornamento del piano pandemico. Si lavorerà in sottogruppi per accelerare i lavori».
Queste frasi sono molto interessanti, per almeno due motivi. Primo: dimostrano come tutti, alla task force e al ministero, avessero ben chiara la situazione del piano pandemico, e cioè che non era mai stato aggiornato. Secondo motivo: il piano pandemico – e gli esperti lo sapevano – sarebbe stato utilissimo, anche se non si occupava nello specifico del Covid, bensì delle pandemie influenzali. Il fatto che venga ripetutamente tirato in ballo nei verbali è il segno che averlo sarebbe stato fondamentale.
C’è però un ulteriore elemento di interesse, e riguarda proprio la persona che si pronuncia sulla necessità di aggiornare il piano e di farlo in tempi brevi onde «accelerare». Francesco Maraglino, infatti, sul piano pandemico dovrebbe essere particolarmente informato. E per una ragione semplicissima: è uno dei dirigenti a cui sarebbe spettato il compito di aggiornarlo.
Come noto, il nostro scudo anti epidemia era fermo al 2006. Eppure in virtù della decisione 1082 del Parlamento e del Consiglio europeo, già dal 2013 sarebbe stato obbligatorio aggiornarlo. Tanto più che, nel 2014 l’Oms aveva modificato le sue linee guida sulle pandemie. Chi aveva il compito di lavorare sul piano e renderlo adatto ai tempi? Ovviamente il ministero della Salute, e in particolare il dipartimento Prevenzione. Proprio quello, guarda un po’, in cui lavora Francesco Maraglino. Quest’ultimo, infatti, è in servizio presso la direzione generale della Prevenzione sanitaria del ministero dal 2016.
Perché non ha aggiornato il piano? Forse perché non ne sapeva nulla? Difficile pensarlo. Anche perché esiste un documento che dimostra come Maraglino fosse a conoscenza delle necessità di aggiornamento. Si tratta, per la precisione, di una lettera lunga circa una pagina e mezzo datata 15 settembre 2017. È un appunto rivolto all’allora ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ed è intitolato «Aggiornamento Piano Pandemia influenzale». Nella lettera si spiega che «l’influenza pandemica non è una minaccia teorica» (lo abbiamo visto, purtroppo). E si dice chiaramente: «Si è posta quindi la necessità di predisporre un nuovo piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale». A firmare il tutto è il direttore generale della prevenzione di allora, Ranieri Guerra, prossimo a lasciare l’incarico. Appena sotto la firma di Guerra, ne compare un’altra, quella del «direttore dell’ufficio 5»: Francesco Maraglino. Stessa cosa l’anno dopo, con una lettera analoga indirizzata dal direttore generale Claudio D’Amario al ministro Giulia Grillo: di nuovo, compare la firma di Maraglino. Riepilogando. Maraglino lavora alla direzione prevenzione dal 2016. Nel 2017 firma, assieme a Ranieri Guerra, una lettera in cui si fa notare al ministro che il piano pandemico non è stato aggiornato. Ne firma un’altra uguale pure nel 2018. Nel febbraio 2020, sempre da dirigente del ministero, egli prende la parola in una riunione della task force per spiegare che la riunione per l’aggiornamento è stata finalmente fissata. Incredibile: l’aggiornamento del piano era di fatto obbligatorio dal 2013, e ben sette anni dopo al ministero sono ancora impegnati a fissare tavoli e incontri.
Ovvio: non è tutta colpa di Maraglino. In primis la responsabilità ricade sui ministri (Beatrice Lorenzin in primis, poi Giulia Grillo e infine, e solo in parte, Speranza). Poi ricade sui direttori come Ranieri Guerra. Ma anche i dirigenti hanno la loro quota di coinvolgimento. A maggior ragione se consideriamo che cosa è accaduto proprio negli anni in cui il piano pandemico avrebbe dovuto essere aggiornato.
Antonino Monteleone e Marco Occhipinti delle Iene, in un bel servizio sul caso del piano pandemico, hanno svelato un particolare molto interessante. Maraglino (e con lui altri dipendenti del ministero) ha ricevuto una «indennità di risultato», cioè una sorta di «premio produzione» per il lavoro svolto nel 2017 e nel 2018. Parliamo di 13.481 euro nel 2017 e 17.552 euro nel 2018 (per il 2019 l’iter non è ancora concluso). In totale, il dirigente ha incassato 113.659,09 euro nel 2017 e 118.055,33 euro nel 2018. Occhio alle date: nel 2017 e nel 2018 il dirigente firma la lettera in cui si dice che il piano pandemico va aggiornato. Negli anni successivi il piano non viene aggiornato, ma lui e altri colleghi ricevono comunque una bella integrazione allo stipendio. Piccola, ulteriore curiosità: l’accordo definitivo sulla «retribuzione di risultato del personale dirigente per l’anno 2017» viene firmato il 5 marzo del 2020 nella sede del ministero della Salute. Quattro giorni dopo sarebbe scattato il primo micidiale lockdown dell’era Conte.
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