- La tragicommedia del giudice Nunzio Sarpietro e del suo pranzo a pesce e Champagne nel ristorante romano in zona arancione. Il compagno della figlia scrive che l’incontro a tavola era stato organizzato fin dal mattino. Altro che «ero in stato di necessità».
- Luigi Di Maio testimonierà sul «sequestro di migranti» per cui l’ex ministro è imputato a causa sua.
Lo speciale contiene due articoli.
Per fortuna hanno solo mangiato al ristorante in pieno lockdown. Perché se si fossero dati al traffico di stupefacenti, avrebbero fatto la fine della banda di Smetto quando voglio, il film di Sidney Sibilia che racconta la storia di un gruppo di plurilaureati che si danno al crimine. Giorno dopo giorno, la tragicommedia del giudice Nunzio Sarpietro e del suo pranzo regale con figlia e «genero» assume contorni sempre più fantozziani. Gran parte del merito, va detto, tocca al giudice catanese del caso Gregoretti, che vede l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini accusato nientemeno che di sequestro di persona. Martedì, parlando con il Corriere della Sera, si era aggrappato a un presunto «stato di necessità». Ora viene fuori, grazie a una letterina di precisazioni del compagno di sua figlia, che invece il pranzo era stato organizzato dal giovanotto e che il magistrato «era stato invitato a raggiungerci la mattina stessa». Insomma, non è che vagasse per il centro di Roma senza la possibilità di avere del cibo. Da «Chinappi» a Porta Pia, Sarpietro sapeva benissimo che ci sarebbe dovuto andare già prima di interrogare, a Palazzo Chigi, il premier dimissionario Giuseppe Conte.
Davanti alle telecamere delle Iene e alle domande incalzanti di Filippo Roma, entrato nel locale fintamente «chiuso» a pranzo del 28 gennaio, il sessantanovenne magistrato si era difeso con qualche imbarazzo, ammettendo subito che stava facendo una cosa vietata. Aveva tuttavia cercato di rifugiarsi dietro un paio di understatement: «Non ho violato la legge, semmai un regolamento» e «Abbiamo mangiato solo tre piattini freddi e bevuto un goccio di vino». In realtà è stato smentito dal ristoratore stesso, che ha parlato di tre pasti completi: antipasti di polpo; piatti pesce crudo con gamberi, scampi e palamida; spaghetti alle telline e una spigola al sale. Per un conto da 200 euro.
Dopo la messa in onda del servizio, su Italia1, anziché starsene a Catania ad aspettare la sanzione pecuniaria per aver violato un Dpcm, il giudice ha risposto al Corriere e l’ha un po’ sparata grossa. In sostanza, si è appellato allo «stato di necessità», perché l’albergo dove aveva dormito non era in grado di fornire il pranzo, a causa di una impellente opera di «sanificazione anti Covid». Lo stesso Sarpietro ammetteva che avrebbe fatto meglio ad accontentarsi di un pezzo di pizza al taglio. Ma dopo la soddisfazione di essere finito su tutti i telegiornali per aver interrogato Conte, poteva limitarsi a uno spuntino così dozzinale?
Vero o falso che sia lo «stato di necessità» ad aver deviato il gup catanese da un trancio di margherita ai gamberi rossi, di sicuro non aveva letto l’email che il compagno di sua figlia, Simone Ancona, aveva scritto a Le Iene nel disperato tentativo di arginare la figuraccia stellare.
«Buonasera. Mi chiamo Simone e mi pregio di essere il felice compagno della sig.na Sarpietro, figlia del dott. Sarpietro, ahimè protagonista del servizio del dott. Filippo Roma che andrà in onda nella serata odierna». Inizia così la missiva del giovane, che racconta di vivere a Roma con la figlia dell’alto magistrato e si assume la responsabilità di aver organizzato la fastosa colazione. «Intendevo regalare ad entrambi un momento di svago insieme dopo una giornata particolarmente impegnativa», scrive. Per questo, saputo dell’arrivo nella Capitale del «suocero», ha chiamato un amico che lavora con Stefano Chinappi, padrone del ristorante, e ha ottenuto di pranzare nel locale aperto solo per l’asporto, violando le regole della zona arancione. «Il pranzo da me offerto era innegabilmente clandestino, ma si è svolto in totale sicurezza», precisa Simone, il quale poi tenta di scagionare il magistrato. «Ritengo dunque inesatto ed estremamente arbitrario, se non addirittura malizioso, supporre che la richiesta di consumare all’interno del locale sia pervenuta dal dott. Sarpietro», scrive nella lettera, aggiungendo di non essere stato «particolarmente limpido nel delineare adeguatamente la situazione». In ogni caso, rivela che il padre della fidanzata era stato invitato «la mattina stessa». Non poteva certo immaginare, pur con tutta la sua buona volontà, che il giudice avrebbe poi tirato fuori la storia dello «stato di necessità», per definizione legato a eventi improvvisi. Storia che proprio non va d’accordo né con un pranzo organizzato almeno dalla vigilia, né con un invito ricevuto alcune ore prima.
Varie testate, poi, hanno scritto che il lieto pranzetto sarebbe stato organizzato per scambiarsi una promessa di matrimonio. È lo stesso Simone a smentirlo, raccontando che, preoccupato per la vista del cameramen di Italia1, «ho consigliato di dire che si trattasse di una prova piatti per un pranzo di matrimonio, nell’ingenuo tentativo di limitare i danni e ridurre il suo imbarazzo». Inteso come imbarazzo di Sarpietro padre. Non sapeva ancora che il probabile suocero si mette in imbarazzo già da solo.
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