• Al di là delle dichiarazioni di principio, ecco i provvedimenti cruciali per l’agenda politica del Congresso scaligero. Sulla quale Curia e vescovi dovranno decidere se rinunciare ad avere sponde in Parlamento.
  • Si è conclusa a San Francisco la kermesse di potentissime donne «non conformi» ai vertici dei colossi hi tech.

Lo speciale contiene due articoli

«Non possumus». Sussurrata al bar o in qualche ufficio diocesano, la formula usata da Pio VII per negare i territori dello Stato pontificio a Napoleone oggi ha un effetto più soffice, ma il senso non cambia. Se ufficialmente la Chiesa italiana non ha nulla da ridire nei confronti del Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona a fine marzo, nel linguaggio da sacrestia preferito dai vertici si sostiene che un’adesione formale creerebbe imbarazzo. Soprattutto dopo che Matteo Salvini – considerato dall’entourage di Papa Francesco e quindi dalla Cei allo stesso livello di un angelo nero – ha annunciato la sua presenza sul palco.

Per la Chiesa delle porpore quel summit è un impiccio non da poco. Nel Palazzo della Gran Guardia (già tutto esaurito) dal 29 al 31 ci saranno il popolo di Dio, i valori del Vangelo e del Catechismo, i principi non negoziabili (quelli che secondo Monica Cirinnà ammorbano la vita) e idealmente un buon numero di sacerdoti che ogni giorno nelle parrocchie affrontano i problemi reali dei fedeli. Ma da quelle conferenze e da quei workshop si terranno alla larga gli intellettuali arcobaleno che dettano la linea, stile padre Antonio Spadaro; i vescovi concentrati solo sull’accoglienza diffusa dei migranti; quel mondo economicamente potente della cooperazione che oggi rappresenta il portafoglio di numerose opere di bene. La spaccatura è destinata a diventare più netta dopo l’endorsement del presidente del Family Day, Massimo Gandolfini (che non ha ruoli organizzativi al summit) per Giorgia Meloni: «Fratelli d’Italia sta portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per questo alle prossime elezioni europee sosterremo i suoi candidati».

Al di là di schieramenti e sensibilità, è importante comprendere se la freddezza della Chiesa sia politicamente vincente e se quel «non possumus» pronunciato in penombra porterà dividendi. La domanda a margine del congresso è elementare: nei fatti il governo 5 stelle -Lega si sta muovendo dentro binari interessanti per i cattolici italiani? La risposta non può che essere positiva. Almeno su quattro punti, la concomitanza d’intenti va ben oltre gli eccessi comunicativi del linguaggio salviniano.

Occhio alla consulta

Primo punto, il fine vita. La Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che costringe il Parlamento a legiferare sul tema entro la fine del 2019, e sapere che c’è una potenziale maggioranza non favorevole all’eutanasia tout court può essere confortante. La Consulta ha parlato chiaro, l’indirizzo è granitico quando «l’assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita, può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi – nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona – a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare». Poiché definire il perimetro di «suicidio come unica via d’uscita» e di «concetto di dignità della persona» non è materia giudiziaria, ci si attende una battaglia politica importante. E per la Chiesa, non avere come interlocutore primario la sinistra radicale del «vietato vietare» ma una componente cattolica sensibile ai temi del fine vita potrebbe essere rassicurante.

Secondo punto, la famiglia. Nella discussa legge di bilancio sono passati interventi per 1,3 miliardi su Famiglia e Disabilità. È il punto d’orgoglio del ministro Lorenzo Fontana, criticato dai globalisti d’assalto perché difende il presepe e demonizzato dalle lobby gay perché è favorevole a un passeggino spinto da una mamma e da un papà. Per coloro che arrivano dalla strada della parrocchia, simili difetti dovrebbero costituire medaglie da lucidare, baluardi da difendere. E sapere che anche il Reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini ha portato in dote alle famiglie più povere e con disabili a carico altri 1,6 miliardi dovrebbe indurre i vescovi a curarsi le loro gastriti ideologiche e a far suonare le campane.

Terzo punto, il contratto. Nell’accordo di governo ci sono due isole ancora inesplorate: la Flat tax per le persone fisiche e la legge Donna, che vorrebbe racchiudere provvedimenti a favore delle madri e delle lavoratrici. Due temi di grande impatto sulle priorità del mondo cattolico, almeno di quei cattolici culturalmente pronti ad andare oltre i fantasmi del decreto Sicurezza e i 35 euro per i migranti ridotti a 20. Nella Flat tax sono allo studio defiscalizzazioni per i nuclei famigliari numerosi ed esiste in generale un’attenzione alle situazioni di disagio sociale delle quali solitamente le diocesi si fanno carico. La legge Donna dovrebbe invece contenere agevolazioni per le madri lavoratrici e provvedimenti indirizzati a riaccendere la fiammella della maternità per andare oltre il decremento delle nascite.

Diavolo o acqua santa?

Quarto punto, le indulgenze. Chiamiamole così per facilità di comprensione all’ombra dei campanili. Ma due disattenzioni palesi fanno capire che il governo dei demoni in realtà è quello che mostra maggiore sensibilità nei confronti della Chiesa. Pur rischiando un bagno di voti (che paradossalmente farebbe stappare champagne alla Conferenza dei vescovi) Luigi Di Maio e Matteo Salvini non stanno dando seguito alle sentenze europee che imporrebbero all’esecutivo di concretizzare il recupero miliardario dell’Imu sugli immobili ecclesiastici con fini commerciali. Traccheggiano, tirano in lungo, mentre un governo fortemente laicista avrebbe già aperto le fauci.

Analoga sensibilità (chiamiamola così) viene mostrata nel non aderire all’invito dell’Onu di varare una legge per rendere obbligatoria la denuncia dei preti pedofili da parte delle diocesi, pena l’incriminazione per favoreggiamento. Con un simile provvedimento in vigore, peraltro popolarissimo, qualche arcivescovo rischierebbe il processo. Non sempre i «non possumus» denotano saggezza. E saper distinguere i buoni dai cattivi al di là della propaganda è sempre stato un tratto vincente della Chiesa nei secoli.

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