- Penultimatum di Matteo Renzi al ministro: «Entro Pasqua, svolta o sfiducia». Poi propone il governissimo per fregare anche il centrodestra.
- Il M5s: «Il Guardasigilli non si tocca». Il leader della Lega: «Niente trucchi, si voti».
Lo speciale contiene due articoli.
Più petardo che bomba. Più penultimatum che ultimatum. Da 48 ore, complice la crescita della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, e considerando il battage autopromozionale con cui il Bullo aveva lanciato e caricato di significato la sua ospitata televisiva, c’era grande attesa per la presenza di Renzi, ieri sera, nel salotto di Bruno Vespa a Porta a Porta.
E l’auto ostensione c’è stata: abbronzatura pakistana, toni di sfida, consueta sicumera. Come Morgan verso Bugo a Sanremo, Renzi ha recitato lo scontro frontale con Conte. Ma sempre avvertendo più che minacciando in modo definitivo: in sostanza aprendo il negoziato, senza nessuna conseguenza immediata.
Primo esempio, quando Renzi ha un’altra volta evocato un’eventuale mozione di sfiducia verso il Guardasigilli. Alla domanda: «Se entro Pasqua la maggioranza non ritirerà la proposta Bonafede sulla giustizia, voi presenterete una mozione di sfiducia individuale?». Risposta: «Penso proprio che andrà così». Morale: palla lunga, trattative aperte fino al 12 aprile. E per chi non avesse capito, ecco la precisazione ulteriore: «Se Bonafede verrà sfiduciato, non credo che cadrà il governo». E più avanti un’incredibile calata di braghe sulle intercettazioni: «Votiamo ok per carità di patria». Altro che battaglia garantista senza cedimenti e senza compromessi.
Secondo esempio, quando ha ripetuto in forma di piagnisteo molte cose già sentite negli ultimi giorni: «Ci sono state polemiche inspiegabili. Noi siamo coerenti. È il Pd che è diventato giustizialista e ha cambiato idea. Non voglio morire grillino. Non è che adesso diventiamo la sesta stella e ci iscriviamo alla piattaforma Rousseau». E ancora: «Il Pd non ci tollera più, come ha detto un vicecapogruppo? Ma se vogliono i nostri voti, si prendano anche le nostre idee. Io dico: abbassiamo le polemiche». Persino quando ha affrontato il tema della presunta caccia ai responsabili da parte di Conte, Renzi è sembrato scegliere più il wrestling (grandi urla, ma senza far male a nessuno) che il pugilato vero: «Hanno provato a farci fuori, ma non ce l’hanno fatta. Hanno cercato di raccogliere senatori “responsabili”. È loro diritto provarci, ma la prossima volta farebbero meglio a riuscirci». Anche la posizione netta sul reddito di cittadinanza («Va abolito», ha detto Renzi), è sembrata più una bandierina che una reale volontà.
Terzo esempio, quando ha smentito di voler staccare la spina: «Non ho mai detto: tolgo la fiducia a Conte».
Quarto e ultimo esempio, quando si è buttato su una proposta di riforma come strumento per blindare la legislatura, anche ipotizzando una confusa formula di governo istituzionale (Renzi ha citato il modello Maccanico), o in alternativa invitando Conte a siglare un nuovo patto del Nazareno, e nel frattempo preannunciando che Italia viva metterà in campo uno strumento ultraleggero, quasi inconsistente, una petizione online: «Faccio un appello a tutte le forze politiche, a Zingaretti, Di Maio, Crimi, Conte, Leu, Salvini, Berlusconi, Meloni: siccome così non si va avanti, fermiamoci un secondo e mettiamoci d’accordo per eleggere il sindaco d’Italia, che è l’unico modello che funziona. Una persona che sta lì e governa 5 anni, l’elezione diretta del presidente del Consiglio, anche se so che qualcuno vorrebbe l’elezione diretta del presidente della Repubblica». Per la cronaca, si tratta di una proposta di Mariotto Segni del 1993. E, messa come ha fatto Renzi, si tratta di tutta evidenza di un trappolone ai danni di Matteo Salvini, nel tentativo di spaccare il centrodestra.
La verità è che Renzi deve fare i conti con un’equazione dal numero piuttosto elevato di incognite: non può permettersi di far saltare la legislatura (i parlamentari che lo hanno seguito sarebbero i primi a impalarlo); sa che, nonostante un’esposizione televisiva enorme, i suoi sondaggi sono boccheggianti, tra il 3 e il 4 per cento (ma si tratta, secondo molti, di approssimazioni perfino generose); cerca disperatamente altra visibilità. Sulla giustizia, però, alla prima occasione vera (votare pro o contro Matteo Salvini), si è allineato ai giustizialisti; e alla seconda (prescrizione), risse di giornata a parte, ha buttato la palla in tribuna, rinviando a votazioni parlamentari molto lontane e incerte.
Anche perché è la partita delle nomine che gli interessa: vuole la sua fetta delle 400 poltrone che i giallorossi stanno per spartirsi, e tutta la sua agitazione serve a far crescere un potere negoziale che era basato sui suoi voti al Senato, ma che potrebbe essere presto ridimensionato dalla pur impresentabile pattuglia di «responsabili» che Palazzo Chigi sta cercando di pilotare.
Così, Renzi cerca la strada della riforma istituzionale per tante ragioni: un po’ per tentare di nobilitare la sua traiettoria, un po’ per giustificare la durata della legislatura, un po’ per ammiccare (a questo serve il doppio turno) a una specie di «unione sacra» contro Salvini, e un po’ (questo è ciò che gli importa di più) per far saltare lo sbarramento al 5% che gli altri hanno più o meno concordato sulla legge elettorale: un’asticella irraggiungibile oggi dalla lillipuziana Iv.
Anche perché – e qui sta il cuore della questione – Renzi ha evitato in tutte queste settimane l’unica cosa certa che un leader possa fare, se vuole davvero porre fine a un’esperienza di governo: ritirare la sua delegazione dall’esecutivo, facendo dimettere i suoi ministri. Ma a lui interessa tirare la corda, non certo spezzarla.
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