I gialloblù hanno bisogno dell’eterno duello
Ansa
I due partiti sono opposti e inconciliabili, ma proprio per questo indispensabili l’uno all’altro. I conflitti sulle singole misure, dal reddito alla giustizia, è la benzina per raggiungere la meta comune delle europee. E se vi arriveranno entrambi intatti, l’esecutivo sarà salvo.

Chiunque fosse negli studi di Piazza Pulita, (io c’ero) è rimasto colpito dalla durezza e dalla spietata tranquillità con cui Virginia Raggi ha attaccato Matteo Salvini: «Forse vuole coprire quella che è successo al suo sottosegretario indagato dall’Antimafia per presunte corruzioni e Tangenti». E subito dopo, mettendoci sopra il carico: «Se invece che cambiarsi le felpe Salvini andasse a lavorare nonfarebbe un soldo di danno».

Il sarcasmo del sindaco di Roma è la prima traccia che bisogna seguire per capire che il conflitto attuale nella maggioranza di governo non è su quel che sembra in apparenza, ovvero sulla punta dell’iceberg (il caso Siri) ma su quello che c’è sotto, ovvero i conflitti di interesse vitali per i due partiti. Se provi a guardare cosa si nasconde sotto le dichiarazioni di giornata dei due duellanti – Matteo Salvini e Luigi Di Maio – scopri che ci sono due macigni pesantissimi sulla strada della sopravvivenza del governo. E se il primo è proprio l’Opa di Salvini sulla capitale il secondo è invece ancora meno visibile, e riguarda il derby sotterraneo aperto dal Decretone, e dal caso di due misure che sono diventate concorrenti. Un uomo di prima fila della squadra di governo della Lega, off record, mi spiega quella che secondo lui è la grande verità nascosta dal polverone di queste ore: «Non ti fare ingannare dalle apparenze. Tutto comincia dal reddito di cittadinanza. Mentre quota 100 è andata esattamente come immaginavamo, i conti del reddito risultano del tutto sballati». E aggiunge: «Sulle pensioni chiuderemo il conto a 350.000 domande, esattamente quello che ci aspettavano. Mentre per il Reddito le domande si sono fermate a 800.000 persone. Molto poche rispetto al milione e 300.000 messo a bilancio». Provo a chiedere all’uomo di governo leghista cosa c’entri questo con il caso Siri, e lui mi dice: «Quello che per loro doveva essere il volano della grande rimonta, diventa un provvedimento che non produce consenso». E proprio così si spiegherebbe l’allusione insolitamente criptica (rispetto agli standard abituali dell’uomo) fatta da Salvini proprio ieri: «Pensi Di Maio a controllare che il reddito di cittadinanza non finisca a furbetti, delinquenti ed ex terroristi».

Il M5s – dicono i salviniani doc – non sta ottenendo sul piano del reddito i risultati di consenso che si aspettava. È per questo si butta sull’ultima arma che gli è rimasta, il giustizialismo. La mia fonte mi invita a leggere in filigrana i primi dati di distribuzione del reddito: «Ci sono ben 50.000 persone che prenderanno solo 50 euro. Questi non andranno a votare entusiasti Di Maio, ma racconteranno incazzati la loro delusione».

Quando (senza svelare la fonte) giro questi interrogativi a un uomo fondamentale per la tenuta dei rapporti parlamentari come il capogruppo al Senato M5s Stefano Patuanelli, la prima risposta che mi da è una risata: «Io mi leggo e ascolto tutte queste dichiarazioni, informali e non, e mi rendo conto che la Lega non ci sta capendo nulla». Gli chiedo: in che senso? «Sembrano proprio non rendersi conto che per noi un inquisito per una ipotesi di corruzione è come la richiesta di bere veleno. Non si rendono conto quale atto di lealtà è stato il voto su Salvini. Ma oserei dire che lo è anche per loro: o questo governo rimane diverso da quelli del passato, abituati a difendersi accusando gli altri e contestando le inchieste, oppure», conclude il capogruppo, «rischiamo di perdere entrambi». Allora chiedo a Patuanelli se i dati del reddito non siano comunque deludenti per loro. La risposta è opposta a quella ricevuta da parte leghista: «Noi ci aspettavamo questo, e il dato non potrà che migliorare: 800.000 in pochi giorni, significa molto più di un milione in un anno». Attenzione all’ultimo punto di questo botta e risposta virtuale. Ancora l’anonimo leghista: «Il M5s ha commesso sul reddito un grave errore comunicativo. A furia di sventolare la storia dei sei anni di carcere hanno spaventato tanti poveri che hanno fatto un lavoretto per campare, e che hanno avuto paura della galera». Ancora Patuanelli: «Se una cosa è stata giusta, da parte nostra, è stato scoraggiare i furbetti. Se avessimo avuto centomila domande in più, ma presentate da doppiolavoristi e imbroglioni la misura sarebbe screditata».

Queste due forze sono così antropologicamente e culturalmente diverse, che entrambe le versioni raccontano una verità. I leghisti, per esempio, pensano davvero, fin dai tempi della Diciotti, che bisogna difendere tutto il governo da una offensiva di parte della magistratura. Mentre i pentastellati sono convinti che se si seguisse la linea Salvini non perderebbero voti solo loro, ma anche la Lega. Entrambi pensano, in modi diversi, che «il barbaro» da civilizzare sia l’altro, e questo non è un gioco delle parti. Il sottosegretario M5s Stefano Buffagni lo legge addirittura in positivo: «C’è sempre un momento in cui i leghisti ululano gridando che ci portano alla crisi e che ci mandano a casa. Poi non lo fanno. Perché? Perché si rendono conto che siamo stati noi a rigenerare la loro immagine, e che se avessero contro noi tornerebbero “vecchi” in un secondo».

Allora provate ad immaginare che i due alleati siano così diversi da essere entrambi convinti che queste ricostruzioni antitetiche siano giuste. Il problema è che in questo clima non può esserci un sentimento di solidarietà, di sintesi politica, ma sono una competizione belligerata. Le europee diventano l’ordalia finale, il punto in cui un referendum sul governo dirà chi ha torto e chi ha ragione. Ecco perché il voto per Strasburgo diventa importante per i gialloblù come quello del referendum fu per Matteo Renzi.

Se uno dei due avversari crolla il rapporto salta. Se la somma delle forze di governo si flette, il rapporto salta. Se invece il M5s resta sopra il Pd, i due amici-nemici resteranno insieme. L’impressione è che Salvini e Di Maio non possano fare nulla per smussare la loro sfida. Ma che entrambi sperino in un successo per poter restare insieme. Sfidanti e indissolubilmente legati, come i duellanti di Joseph Conrad.

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