Gualtieri lo ammette, siamo fregati. «Conte ha blindato il Mes a giugno»
  • Il ministro riferisce in Senato sul salva Stati e svela il segreto di Pulcinella: il premier, malgrado le indicazioni dell’allora maggioranza gialloblù, ha già dato il suo assenso al trattato. Giorgia Meloni furiosa: «Parole gravissime».
  • La dem Lia Quartapelle criticò il Meccanismo che adesso il Pd difende. Ma non fateglielo notare…

Lo speciale contiene due articoli

«Il testo è stato chiuso». Verso le ore 15 il ministro del’Economia Roberto Gualtieri scatena la rabbia della Lega. In audizione al Senato, il titolare del Mef risponde alla domanda se sia o meno possibile negoziare la posizione italiana sulla riforma del fondo salva Stati, o Mes (Meccanismo europeo di stabilità). È la prova, per il Carroccio, che il premier Conte ha mentito al Parlamento, impegnandosi a difendere posizioni suggerite dall’allora maggioranza salvo poi approvare tutto, e tenere di fatto all’oscuro le Camere. La risposta è il culmine di una «deposizione» a tratti anche drammatica, in cui Gualtieri ha difeso a spada a tratta il Mes. La proposta di modifica, ha detto, non è dannosa: al limite, è inutile. Il vero cambiamento, ha spiegato, riguarda il cosiddetto backstop: la linea di credito per il fondo di risoluzione unico chiamato a gestire le crisi bancarie prossime venture. E su questa proposta, sempre secondo Gualtieri, a giugno 2019 è stato raggiunto un ampio accordo. Il successore di Giovanni Tria relazionava ieri le commissioni 6 (Finanze e Tesoro) e 14 (Politiche dell’Unione europea ) in Senato, in merito alla bozza di riforma del trattato istitutivo del Mes. Le notizie sono tre.

Come detto, la prima è che Giuseppe Conte ha già espresso il suo assenso lo scorso 20 giugno 2019, muovendosi non in linea col mandato che l’allora maggioranza gialloblù gli aveva conferito, e che vale la pena riportare testualmente: «il governo» si leggeva nella risoluzione approvata da Lega e M5s, «si impegna a rendere note alle Camere le proposte di modifica al trattato Mes, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Visto il consenso attuale di Gualtieri alla proposta, siamo nella surreale situazione di un premier che a giugno disattende gli ordini della maggioranza di governo di allora, per negoziare un accordo che sarebbe invece piaciuto alla sua successiva. Quando si dice essere previdenti.

È qui che la Lega scatta ad accusare il premier di aver mentito in Aula: in Commissione volano parole durissime (c’è chi parla di «eversione») anche da parte di Fratelli d’Italia. Poco più tardi Giorgia Meloni annuncia una manifestazione per il 9 dicembre a Bruxelles dopo le «gravissime le parole del ministro dell’Economia, che dice che il negoziato sul Mes non si può riaprire. È un atto di alto tradimento del popolo italiano».

Lo stesso Gualtieri, smentendo l’allora opposizione da parte del Pd in Aula, sottolinea poi quanto sia stato bravo Conte a evitare l’eventualità di ristrutturazione automatica del debito nel caso in cui un singolo Paese faccia richiesta di assistenza al fondo. Salvo però, a mezza bocca, ammettere che nuove clausole di azione collettiva (in gergo Cac) saranno inserite nelle emissioni di titoli dal 2022, di rendendo più agevole proprio la ristrutturazione del debito una volta intrapreso questo percorso.

La seconda notizia è che Gualtieri, dopo aver ammesso che i giochi sono fatti mettendo in grave imbarazzo il suo premier, apre comunque a una possibile non approvazione. Lo dice in maniera poco convinta, pur di tacitare le rabbiose osservazioni degli esponenti leghisti. I quali in effetti hanno acquisito ieri la certezza di quanto su queste colonne si era paventato settimane fa. Conte ha di fatto tradito il mandato conferitogli, senza ottemperare ai suoi doveri di rendiconto. Tutto dietro il sotterfugio della incomprensibile «logica di pacchetto» da rispettare. Forse, in sostanza, non è detto che Palazzo Chigi dia il suo placet definitivo, fa capire Gualtieri. E se lo desse, rimane l’approvazione parlamentare. Ma tutti sanno che difficilmente il Parlamento si prenderebbe la responsabilità di far naufragare un accordo già raggiunto in sede europea.

Gualtieri evidenzia poi – terza notizia – il vero obiettivo della riforma. Prova a far passare come successo italiano una colossale fregatura per il nostro Paese.

Il vero obiettivo del nuovo fondo è, come spiegato due giorni fa dalla Verità, far arrivare i soldi del Mes (cui l’Italia dovrà contribuire per 110 miliardi a semplice richiesta del suo direttore generale) al fondo di risoluzione unico, che dovrà gestire le crisi bancarie. Gualtieri omette di rivelare quello che ormai è il segreto di Pulcinella: le forti criticità delle banche tedesche necessiteranno di interventi forti. Sono in vista processi di ristrutturazione dolorosi, che potrebbero innanzitutto interessare il colosso Deutsche Bank. E a pagare saranno anche gli altri Stati dell’eurozona presenti nel capitale del Mes. Qualora il fondo di risoluzione unico rimanesse a corto della sua disponibilità, interverrebbe il Meccanismo europeo di stabilità, obbligato a erogare il credito dopo dodici ore – sì: 12 -dalla richiesta formulata dal Fondo di risoluzione.

È la meraviglia di stare nell’Eurozona, dove è stata negata all’Italia la possibilità di soccorrere e tutelare con fondi nostri il risparmiatore di Banca Etruria, ma ci viene comunque assicurato il «privilegio» di poter pagare per ciò che succede nella filiale di Brema della Deutsche Bank. Gualtieri sceglie l’«europeese» per edulcorare la dinamica: la chiama backstop, che tradotto in italiano significa «supporto», o «sostegno». Un termine che non ha portato benissimo alla premier Theresa May, la quale nell’accordo sulla Brexit aveva inserito questo termine con tutt’altro significato. Non porterà fortuna neppure all’Italia. Basterà attendere la prossima crisi bancaria tedesca per averne la riprova.

Da ieri, almeno, i termini dello scontro sono palesi. Stamattina alle 11.30 la Lega scende in campo in formazione completa (Matteo Salvini, i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, Alberto Bagnai Claudio Borghi e Giancarlo Giorgetti. Il 10 dicembre Conte sarà in Aula, e il M5s dovrà scegliere da che parte stare.

Fabio Dragoni

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