«Smettiamola con questa idiozia della mancata discontinuità. Dobbiamo ritenerla un’offesa. La discontinuità c’è su tutto, anche sui grandi temi, anche nella politica europea, sull’immigrazione, sulla flat tax su cui era stato costruito l’impianto di una manovra impossibile». Toni non proprio conventuali dal ministro della Cultura e capo delegazione governo del Pd, Dario Franceschini, uno degli artefici dell’alleanza tra Pd e M5s, in apertura della due giorni di ritiro dem nell’abbazia di San Pastore a Contigliano (Rieti). Il messaggio è diretto a qualche «grande vecchio» che continua a criticare la linea del segretario Nicola Zingaretti anche ora che sta pensando a un «partito nuovo» e più aperto. Sempre in tema di discontinuità il ministro, sulle modifiche ai decreti Sicurezza, ha detto: «Partiremo dalle osservazioni di Mattarella e in Parlamento potremo intervenire, ci sarà spazio per segnare un cambiamento di prospettiva».
Ma Franceschini oltre a sottolineare la discontinuità di questa esperienza di governo rispetto alla precedente gialloblù ha aggiunto: «Con questo governo siamo usciti fuori dalla linearità di un percorso che dovrebbe portare a una alleanza, a una coalizione che si forma prima delle elezioni, con un livello di omogeneità costruito nel corso del tempo. Vorrei che questa iniziativa segni un nuovo inizio. E vorrei che si togliesse ogni dubbio sul fatto che in agosto abbiamo fatto la cosa giusta. Ma partire contro non è sufficiente, per dare fiato e continuità, ora servono continuità nell’azione di governo e il collante della prospettiva politica». E in questo nuovo percorso, ha aggiunto Franceschini, bisogna abolire «l’ansia da prestazione, che non paga», ha rimarcato il responsabile del Mibact: «È una condizione di debolezza complessiva perché più sono stata usate tecniche di distinzione più il ritorno è stato negativo. Togliamo l’ansia da competizione nel governo, la prospettiva comune rende i risultati positivi». Parlando degli alleati, per Franceschini «dobbiamo fare di tutto perché vengano di qua, in questo campo, davvero può bastare essere felici, nel giusto ma minoranza? Dobbiamo andare avanti in questa prospettiva che è importante per la democrazia italiana, anche quando ti dicono dei no», ha spiegato il ministro della Cultura sottolineando la necessità di cercare un dialogo «con il M5S e con i moderati che non si riconoscono più nelle politiche estremistiche di Salvini». Infine un passaggio sulla legge elettorale su cui i dem hanno trovato l’accordo con il M5s. «Con il proporzionale con il 5% di sbarramento, c’è spazio per una nuova vocazione maggioritaria del Pd. Prima siamo sempre stati spinti a creare maggioranze prima per prendere un voto in più dell’avversario e cercato qualcuno per prendere consensi, Di Pietro o Bonino» ha spiegato il capo delegazione Pd al governo, mentre «il 5% non consente più questo e ci spinge a costruite un partito più largo che non appalta più ad altri, è questa la proposta di Nicola: un partito che riscopre la vocazione maggioritaria e che si pone la questione delle alleanze. Prima, però, perché c’è un grande spazio per costruire i poli, rafforzare il bipolarismo ma meno forzato o obbligato dalla legge elettorale».
Proprio sulla legge, ha risposto alla leader di FdI Giorgia Meloni che aveva attaccato dicendo come «riproporre il proporzionale è scandaloso, ma d’altra parte se uno come Franceschini rivendica la volontà di “fare i governi in Parlamento”, è chiaro che sono pronti a tutto. Vorrebbero una eterna ingovernabilità per poter essere sempre al centro di tutto, contro la volontà dei cittadini». Il capo delegazione dem al governo ha quindi replicato: «Meloni, in una intervista, dice che quello che dico io sul governo è scandaloso: datti una ripassatina della Costituzione o, se ti imbarazza, ricordati che i due ultimi governi sono nati in Parlamento. Siamo dentro un percorso costituzionale».
Infine, Franceschini condivide con il suo segretario l’idea di un partito più aperto perché il Pd deve essere il partito «che non lascia da soli», e che darà ascolto a sardine e a Greta».
Anche se proprio ieri il governatore del Lazio ha ribadito «io non voglio né annettere né includere nessuno: i partiti hanno il dovere etico e morale di dare risposte ai movimenti, ma non di metterci il cappello e tirarli per la giacchetta». Chiaro il riferimento alle sardine che però non è altrettanto chiaro se abbiano voglia di entrare nel Pd di Zingaretti… Alla relazione introduttiva di Franceschini ieri è seguita la presentazione di Ilvo Diamanti sullo scenario socioeconomico Italia 2020 e, nel pomeriggio i 5 tavoli di lavoro: crescita, lavoro e sostenibilità; nuovo welfare; Italia semplice; conoscenza; cittadinanza. Probabilmente non senza qualche difficoltà «climatica» considerato il commento dell’ex ministro Valeria Fedeli, piuttosto critica sulla proposta zingarettiana, che ieri mattina, intervistata su Rai Radio1 ha detto: «Siamo in un posto meraviglioso come l’abbazia di San Pastore, ma fa un freddo pazzesco siamo tutti col cappotto. È una cosa francescana. Vuol dire che dobbiamo conservarci per rilanciarci». A parte l’ironia, la Fedeli ha detto che «non è vero che il Pd cambierà nome. È così bello questo. E comunque non è argomento di questa due giorni». Oggi parleranno molti ministri: da quello dell’Economia Roberto Gualtieri a quello della Difesa Lorenzo Guerini a Francesco Boccia, titolare degli Affari regionali. E alle 12, in chiusura della due giorni di ritiro per pensare al futuro del partito, l’intervento conclusivo di Nicola Zingaretti.
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