Non sanno neanche fare la manovra
  • Esercizio provvisorio a un passo. In stallo pure il Milleproroghe. Per la prima volta il relatore della legge di bilancio potrebbe non riferire ai parlamentari: schiaffo alla democrazia.
  • Bloccato il prestito da 400 milioni necessario per tenere viva Alitalia. Il fondo non verrà inserito nel bilancio, ma passerà con un decreto: l’Ue potrà fermare tutto. Il tetrapak, meno sostenibile tra gli imballaggi, sarà esonerato dalla plastic tax: la scusa delle imposte verdi non regge più.

Lo speciale comprende due articoli.

Il tempo passa, e le ore per approvare le manovra senza cadere nell’esercizio provvisorio di bilancio diminuiscono. Lo scorso anno, quando il Pd, capeggiato da Emanuele Fiano, denunciava la violazione della democrazia parlamentare da parte del governo gialloblù, l’iter a quest’ora era già avviato e incardinato. Adesso, invece, senza alcun intervento a gamba tesa di Bruxelles per modificare il rapporto tra deficit e Pil, il Senato non ha ancora ricevuto il testo della legge di bilancio. L’Aula lo vedrà nella sua forma definitiva probabilmente solo domani. E, nonostante il capogruppo del Pd, Daniele Manca, si sia detto ottimista, non si esclude che per la prima volta il documento venga licenziato senza dare il mandato al relatore di riferire ai parlamentari. In pratica una busta chiusa, a cui i senatori dovranno dire sì o no sulla fiducia.

Se si aggiunge il fatto che appena in tre occasioni il Parlamento ha avuto solo due turni di lavori attorni al dl bilancio, si arriva al minimo storico in fatto di rispetto del Parlamento. D’altronde, ieri la commissione Bilancio del Senato ha avuto una serie di stop, salvo poi riaggiornarsi prima di cena per valutare le ultime inammissibilità. Difficoltà ci sono state per dare l’ok in parallelo al decreto sisma e all’ipotesi di stabilizzare i precari della Pa, e di rimpolpare le casse di Alitalia (400 milioni di euro) tramite commi alla manovra. Dovendo attendere gli ultimi ritocchi a un testo che già nella giornata di lunedì aveva subito violenze di ogni genere, i relatori stessi si sono spinti fino a produrre sub emendamenti agli emendamenti del governo, a loro volta… subemendati. Un modo per cristallizzare interventi di modifica che nessuno dei partiti di maggioranza riesce più a controllare.

Siamo di fronte a un caos che ha due motivazioni. La prima è dovuta alla mancanza di preparazione e di professionalità nel gestire la macchina di relazioni tra governo e Parlamento. Un tema paradossale: i giallorossi sono stati in tutti i modi sponsorizzati dai «competenti» che da mesi si scagliavano contro il Conte uno. Per loro -e per le forze politiche che essi rappresentano o sponsorizzano – l’iniezione piddina dentro il governo avrebbe portato una ondata di serietà, professionalità e rispetto delle istituzioni. Invece il risultato, ne siamo stati facili anticipatori, è stato l’opposto. Anche per un secondo motivo, che è anche l’altra gamba del caso a cui stiamo assistendo. Il governo teme e sa bene che se non arriva con una manovra in busta chiusa potrebbe saltare. Rischia di trovare – e non parliamo di senatori o deputati dell’opposizione, ma della stessa maggioranza – imboscate dietro l’angolo.

Grillini e piddini in Aula si fanno la guerra. Lo abbiamo visto sulla plastic tax, sulla sugar tax e sulla riforma delle intercettazioni. L’unione di governo non sta assieme in alcun modo. È una sorta di matrimonio contro natura e il Quirinale lo sa bene. Ecco perché al governo è consentito tirare la corda fino all’ultimo. Come in quelle gare abusive d’auto in cui l’ultimo che frena vince, con l’inconveniente che chi sbaglia finisce nel burrone. In questo caso, se il governo sbaglia i tempi il Paese finisce in esercizio provvisorio. Se invece approva la manovra all’ultimo istante, avremo messo una volta per tutte la pietra su uno dei tre poteri della Repubblica, quello legislativo. Nel 2020 saremmo costretti a dire che il Paese si basa solo su quello esecutivo e giudiziario.

Il sentore arriva anche da dettagli che si apprendono tra un banco e l’altro dell’Aula. Basti pensare che al momento l’idea circolata lunedì di fondere il decreto Milleproroghe con la legge di bilancio sarebbe stata accantonata per far posto a un’opzione ancora più estrema. Nel corso delle continue modifiche del testo della manovra, si assiste a un progressivo inserimento di commi ed emendamenti che di solito sono la spina dorsale del Milleproroghe. Significa che il governo – e soprattutto uno dei registi, il vice ministro all’Economia Antonio Misiani -sa bene che far approvare entrambi i testi entro il 31 è impossibile. Di conseguenza un Milleproroghe svuotato potrebbe slittare anche a dopo la Befana senza comportare sussulti ala macchina dello Stato. Anche in questo caso saremmo però di fronte a una violenza dell’iter parlamentare. Il Milleproroghe è di solito un contenitore di marchette nascoste tra un rinvio e uno stanziamento. Il fatto però che ciascun partito mercanteggiasse sulle proprie marchette, al di là dell’immagine, consentiva un riequilibrio dei poteri. Sapere che quest’anno anche le marchette assieme ai rinvii possono finire in una manovra blindata non lascia tranquilli.

Perché ci si può solo aspettare un finale: tasse ai nemici dei giallorossi e regali agli amici. Se questo è il senso della democrazia di Pd e 5 stelle… allora meglio l’esercizio provvisorio.


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