- L’esperto: «L’aumento di 2 punti di Irap rischia di tagliare gli investimenti delle utility. Sono soddisfatte le Pmi, ma questo scontro a chi porta vantaggi?».
- Fabio Zanardi (Assofond): «Il Cbam è un dazio sulle materie prime che dobbiamo importare».
Lo speciale contiene due articoli
«La Cina va a carbone, gli Stati Uniti producono gas, la Francia punta sul nucleare e la Spagna sulle rinnovabili. Ecco se lei mi chiede un giudizio sul decreto Bollette, mi domando in che direzione stia andando l’Italia e mi sembra che questo provvedimento non sposti granché. Anzi finisce per esacerbare gli animi tra le piccole imprese (rappresentate da Confindustria) e i grandi produttori di energia, con i primi che ne escono vincitori e i secondi che vanno all’attacco. Cui prodest?».
Davide Tabarelli è il presidente di Nomisma Energia e dà una valutazione in chiaroscuro del decreto Bollette. Non è un fautore del disaccoppiamento e ancora meno gli piacciono gli Ets. Parla di giusto palliativo per il bonus da 115 euro per le famiglie vulnerabili e dell’incremento del 2% dell’Irap sui produttori come di una misura comprensibile di ridistribuzione, ma molto pericolosa perché mette a rischio gli investimenti e se mancano gli investimenti diventa ancor più difficile risolvere il vero problema energetico del Paese, la scarsa diversificazione delle fonti.
Presidente, pensare di risolvere tutti i problemi creati da anni di politiche energetiche sbagliate con un decreto non è eccessivo?
«Certo, ma il punto è inquadrarli i problemi per andare nella giusta direzione. Dieci anni fa eravamo qui che ci stavamo “scannando” sul referendum delle trivelle e non le abbiamo volute, nessuno parla del rigassificatore di Piombino, abbiamo chiuso le centrali a carbone di Monfalcone, Fusina (Venezia) e La Spezia, mentre su Brindisi e Civitavecchia si naviga a vista. Questi sono problemi che non vengono affrontati. Poi non ci meravigliamo se in Cina l’energia costa un terzo».
Come poteva affrontare questi problemi il decreto?
«Magari incentivando le Regioni che non mettono i bastoni tra le ruote ai progetti che possono portare a una diversificazione della produzione energetica. Oppure al contrario imponendo dei balzelli a chi lo fa».
In compenso il decreto prova a sterilizzare il sistema degli Ets. È la direzione giusta.
«Da sempre sostengo che il sistema di scambio delle quote di emissione dell’Ue vada cambiato, ma non credo sia possibile farlo unilateralmente. L’iniziativa che parte da un singolo Paese al massimo può mettere pressione sulla Commissione. Lo spero fortemente ma nutro dei dubbi».
Non è d’accordo neanche con il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Eppure è una misura che stabilizzerà i prezzi.
«Penso che sia un meccanismo farraginoso che si scontra con i principi basilari del commercio che invece dovrebbero essere semplici e lineari proprio per facilitare la trasparenza e garantire la libertà ai partecipanti del mercato di fare prezzi in base alle loro esigenze. Questo meccanismo impone dei vincoli pur di eliminare l’accoppiamento».
C’è stata molta polemica per l’aumento di due punti dell’Irap ai produttori d’energia. I titoli sono crollati e il ministro Pichetto Fratin ha parlato di «oscillazioni naturali». Cosa ne pensa?
«Credo che siamo di fronte a un provvedimento comprensibile, perché lo Stato aveva bisogno di ridistribuire ricchezza dalle grandi aziende produttrici alle piccole e medie aziende, ma comunque emergenziale. Il pericolo però è che i gruppi colpiti per attutire il colpo riducano gli investimenti e quindi anche le risorse per produrre nuova energia. Per il sistema Paese sarebbe un grande problema perché abbiamo una disperata necessità di aumentare l’offerta energetica».
In compenso arriva un bonus da 115 euro per le famiglie vulnerabili. Un aiuto per 2,7 milioni di persone.
«Bene, ma parliamo comunque di un palliativo. Palliativo che si ripete negli anni. E dal governo Draghi che andiamo avanti di bonus in bonus e quindi bene ha fatto il governo a dare un supporto a chi più è in difficoltà. Ma sempre di pezza si parla».
Invece quali sarebbero state le sue misure prioritarie?
«Quelle di cui le ho parlato fino ad adesso. Se l’Italia vuol colmare il gap energetico rispetto ai competitor europei e soprattutto alla Cina, non si può che ripartire dalla necessità di aumentare l’offerta e di diversificarla. Che vuol dire più rigassificatori, tenere aperte le centrali a carbone, più produzione di gas nazionale e di rinnovabili e nell’ottica di lungo periodo puntare sul nucleare. Noi invece siamo ancora qui a battagliare con gli Ets e con i veti di degli ambientalisti e dei territori».
Colpa dell’Europa e dei fanatismi green. Dell’utopia delle rinnovabili panacea di ogni male.
«Certo, ma anche noi potremmo fare qualcosa in più».
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