- Il vicepremier: «Taglieremo i super assegni, incasseremo un miliardo per alzare la minima». Solo che il gettito effettivo sarebbe di 300 milioni, a meno che il governo per raggiungere l’obiettivo abbia in mente di copiare il contributo di solidarietà di Mario Monti.
- Il politologo Lorenzo Castellani: «L’establishment ormai si sgretola, i grillini non sanno approfittarne. Matteo Salvini non rompa con il Canada, farebbe male alle nostre imprese».
Lo speciale contiene due articoli
Luigi Di Maio, vicepremier, esterna sulle pensioni. Come tutti i giovani non ha ben presente gli schemi previdenziali e l’intersecarsi del modello retributivo con quello contributivo nelle fasce di reddito più alto. Ieri, però, ha detto una volta per tutte che «vogliamo finalmente abolire le pensioni d’oro che per legge avranno un tetto di 4.000/5.000 euro per tutti quelli che non hanno versato una quota di contributi che dia diritto a un importo così alto. E cambiano le cose in meglio anche per chi prende la pensione minima, perché grazie al miliardo che risparmieremo potremo aumentare le pensioni minime».
L’obiettivo chiaramente elettorale del capo dei 5 stelle è riparare allo «sfregio a quei tre milioni di italiani che non hanno neppure i soldi per fare la spesa, perché sono stati abbandonati dalle istituzioni. Sia chiaro: chi si merita pensioni alte per avere versato i giusti contributi ne ha tutto il diritto, ma quest’estate per i nababbi a spese dello Stato sarà diversa».
Nelle prossime settimane assisteremo a funzionari muniti di mannaie per tagliare le pensioni d’oro. Secondo Di Maio il taglio procurerà allo Stato 1 miliardo di gettito, con il quale potranno essere innalzate le pensioni minime. Gli assegni più bassi oggi valgono 507 euro, se veramente la strategia grillina funzionasse l’incasso salirebbe di 40 euro mensili. Non cifre incredibili, ma pur sempre un valore vicino al 10%. Peccato che ieri Di Maio abbia dato i numeri. Innanzitutto tra i 4.000 netti e i 5.000 euro netti mensili c’è una differenza abissale. Immaginare un taglio secco sopra i 5.000 euro (circa 30.000 pensionati) comporterebbe un risparmio per lo Stato di 280 milioni all’anno (bisogna considerare che il taglio degli assegni comporta anche la rinuncia a una buona fetta di Irpef e altre tasse) e con una tale cifra non si è in grado di aumentare le minime se non di circa 15 euro al mese. Chiaramente l’operazione sarebbe una mera propaganda.
A meno che Di Maio non voglia proprio abrogarle. In questo caso risparmierebbe addirittura 3,3 miliardi. Ma allora ci troveremmo in un regime sovietico, condizione con non vorremmo nemmeno prendere in considerazione.
Se invece l’ipotesi sbandierata ieri avesse come soglia di taglio quella dei 90.000 euro lordi annui, che equivalgono a 4.000 euro netti mensili, il modello è esattamente il medesimo del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro voluto da Mario Monti e nell’estate del 2011 immaginato da Silvio Berlusconi. Questo, nella sua versione più hard, procurerebbe un risparmio annuale esattamente di 1 miliardo. La cifra sbandierata da Di Maio. Lo schema dovrebbe però coinvolgere l’intero imponibile (in contraddizione con le dichiarazioni di ieri) con prelievi a cominciare dai 2.800 euro lordi (sei volte la minima) fino a un 15% per l’apice del reddito. Se il prelievo dovesse cominciare solo dagli 8.500 euro lordi non si arriverebbe in alcun modo al miliardo agognato ieri dai 5 stelle. Per di più, per il governo del cambiamento mutuare le ricette a base di loden e di Bocconi non sarebbe un grande vantaggio d’immagine. Tanto più che Di Maio (sempre che sappia di copiare Monti) si troverebbe a fare i conti con la Consulta. I giudici supremi due anni fa hanno definitivamente e sonoramente bocciato l’extra prelievo: è incostituzionale. Il taglio di Di Maio rischierebbe lo stesso parere. D’altronde basta vedere i nomi dei sostenitori.
«Credo che non sia praticabile la strada evocata anche dal presidente dell’Inps di andare a ricalcolare tutte le pensioni del passato sulla base del metodo contributivo», ha spiegato nel 2016 la professoressa Elsa Fornero, «e a mio avviso non sarebbe inopportuno continuare a chiedere, anche in considerazione che la crisi economica non sembra affatto finita, a persone che hanno redditi alti, oltre i 90.000 euro, di versare un contributo di solidarietà. Credo che questo sia anche interamente nello spirito della nostra Costituzione e non è tassazione di redditi». No, certo non è più un reddito quello pensionistico se lo si considera un mero regalo da parte dello Stato.
Chissà cosa ne pensa Matteo Salvini, il numero uno della Lega, di questa ultima proposta grillina, per giunta mutuata paro paro da un’idea più volte espressa da Alessandro Di Battista. Alla fine dei giochi viene da sperare che Di Maio si sia limitato a dare numeri a caso. Al contrario dobbiamo immaginare che sia diventato un discepolo della Fornero e di Giuliano Poletti che è riuscito a inventare il bonus che porta il suo nome. Un sistema idoneo a bloccare la rivalutazione degli assegni pensionistici sostituendoli con qualche mancia. Il tutto comportando un risparmio per l’Erario di 10 miliardi. Senza nessuna redistribuzione. Perché lo Stato è una macchina affamata che finisce sempre con il mangiarsi tasse, contributi e le promesse dei politici.
Claudio Antonelli
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