• Il vice premier incontra le sigle ambientaliste nel tentativo di indossare il gilet giallo dei No Tav e No Tap. Un gioco pericoloso.
  • Scossoni dentro la maggioranza. Tra i 5 stelle c’è chi pensa al misto. Ci sono i governisti ma pure deputati che guardano a nuove alleanze con il Carroccio.

Lo speciale comprende due articoli.

Taranto è un perfetto specchio del nostro Paese e del loop politico che ricorda tanto il giorno della marmotta. Dal 24 aprile al 4 maggio la protesta contro quella che è stata l’Ilva e ora si chiama Arcelor Mittal avrà nel capoluogo di provincia pugliese l’eterno ritorno. Senza che ci siano motivi particolari, né novità negative che giustifichino picchetti o astensioni dal lavoro. Eppure i dieci giorni di «dibattiti» avranno un’impennata di tre distinti momenti: l’arrivo del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che mercoledì sarà in prefettura per presiedere il riavvio del tavolo del contratto istituzionale di sviluppo e per incontrare le associazioni ambientaliste; il concerto del primo maggio, promosso dal movimento Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, che da anni sostiene la geniale idea di chiudere l’acciaieria; infine, la manifestazione del 4 maggio all’esterno della fabbrica, con arrivo di movimenti e associazioni da tutta Italia, dal titolo «Ancora vivi».

Tra gli aderenti ci sono un po’ tutti i «No» d’Italia. Dai No Muos in arrivo dalla Sicilia fino ai No Tav e No Tap. Tutte sigle che hanno ben chiara la necessità di spiegare all’opinione pubblica di essere ancora in vita. insomma, nulla che non appartenga all’eterno ritorno delle piazze che fanno del «No» l’unico senso pratico di rappresentanza. Ciò che invece spinge ad accendere i riflettori su Taranto è la presenza del vice premier grillino, atteso dagli ex fan ambientalisti nei pressi dell’acciaieria dallo scorso settembre, cioè da dopo la chiusura dell’accordo e la vendita definitiva al gruppo Arcelor Mittal.

Nonostante Di Maio faccia la sua calata a Sud per rifare il punto sul contratto di sviluppo, lo strumento messo in pista dal precedente governo per investire in infrastrutture, bonifiche ambientali, porto, sanità, recupero della città vecchia e riqualificazione urbana, il tema del siderurgico, con tutte le sue implicazioni, è comunque all’ordine del giorno. Innanzitutto, oggi si riunirà il Consiglio dei ministri. All’ordine del giorno c’è il decreto crescita, che a sua volta dovrebbe contenere anche la progressiva abolizione dell’immunità penale che una legge del 2015 ha concesso ai commissari Ilva, i loro delegati e agli acquirenti dello stabilimento (in quest’ultimo caso, Arcelor Mittal) solo relativamente alle condotte per l’attuazione del piano di risanamento ambientale.

Da tempo l’area ambientalista – ma anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano – rivendicano l’abolizione dell’immunità penale, e il fatto che sia stata mantenuta anche con il passaggio dell’Ilva ad Arcelor Mittal ha acceso le proteste, prendendo come bersaglio proprio i 5 stelle. I quali, secondo l’accusa di chi scende in piazza, nella campagna elettorale di un anno fa aveva promesso non la soppressione dell’immunità, ma addirittura la chiusura dell’Ilva per far spazio alla riconversione economica. «Dopo quasi un anno di ipocrisia, tradimenti, bugie e latitanza», fanno sapere tramite agenzia i portavoce dei vari movimenti, «il vicepresidente del Consiglio sarà finalmente qui. Ci preme sottolineare che, come associazioni, movimenti e comitati ascoltati a Roma durante le audizioni al Mise lo scorso giugno per la questione Ilva, abbiamo fornito a Di Maio, e al governo tutto: dati, valutazioni e possibili soluzioni, per una riconversione ecologica della nostra economia che passi necessariamente dalla chiusura delle fonti inquinanti, con la riqualificazione e il reimpiego delle maestranze in opere di risanamento del territorio». E «ora», proseguono, «in piena campagna elettorale per le europee, il leader grillino pensa di venire a Taranto a raccontare nuove bugie».

Se sui temi di protesta c’è poco da concordare, su quest’ultimo aspetto le associazioni sembrano cogliere il punto. Il numero uno del Movimento sente che il terreno elettorale si sta assottigliano. Prima si scaglia contro Armando Siri, il sottosegretario leghista finito indagato per presunta corruzione, e ora sfilandosi la casacca da vicepremier cerca di infilare il gilet giallo buono per i giorni di protesta. Non è dato sapere quanto si spingerà in là pur di riavvicinarsi a tutti quegli elettori che soffrono della sindrome di Nimby, ma il fiato leghista in vista delle europee si fa sempre più vicino al collo dei 5 stelle.

Il gioco è però complicato, perché quando è stato formato il governo – lo scorso primo giugno – Di Maio ha preso per sé i due ministeri più delicati da gestire, e più pericolosi quanto a effetto boomerang. Più si sposterà verso i «No Ilva», più rischierà di sconfessare un buon accordo con Arcelor Mittal che lui stesso ha portato a termine. Il rischio è una schizofrenia che può minare il decreto crescita ancor prima dell’arrivo in Gazzetta ufficiale.


Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.