- Il nostro Paese resta in procedura di infrazione: niente flessibilità per i 12 miliardi di investimenti in Difesa. Rivisto al ribasso pure il Pil, che crescerà dello 0,6% nel 2026.
- Si dovrà scegliere tra rinnovo delle agevolazioni e decontribuzione sugli aumenti.
Lo speciale contiene due articoli
Ci sono Paesi che litigano per la storia, altri per la geografia, altri ancora per i confini, la religione o la moneta. L’Italia no. L’Italia litiga con l’Europa per due miliardi. Una cifra che nel bilancio dello Stato vale quanto una riga scritta male in un allegato tecnico, ma che nella liturgia di Bruxelles pesa come un trattato internazionale. Due miliardi. Lo 0,1% del Pil. Tanto basta per restare dietro la lavagna per deficit eccessivo. Tanto basta per rinviare la festa, spegnere la musica e rimettere in frigo lo spumante. Il Documento di finanza pubblica presentato dal ministro Giorgetti consegna il verdetto con la grazia di una cartella esattoriale: il deficit italiano nel 2025 si fermerà al 3,1% del Pil. Un decimale sopra la soglia magica del 3%. Quel numero che Bruxelles ha assunto al rango del Santo Graal. Al 2,9% sei responsabile. Al 3% sei attenzionato. Al 3,1% torni sul banco degli imputati Il governo sperava in un’altra sceneggiatura. Un colpo di reni finale. Un soffio di cipria sui conti pubblici. Invece niente.
Commentare la sentenza tocca ovviamente a Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, che da tre anni sta al volante di una Ferrari senza benzina. Sceglie di spiegare tutto con una citazione che unisce nostalgia calcistica e realismo geopolitico: Vujadin Boskov, grande allenatore di Serie A: «Rigore è quando arbitro fischia». Si può protestare, invocare il Var, chiedere il fermo immagine, ma la palla resta sul dischetto. Ed eccolo il cuore della questione europea: regole spesso astratte, talvolta discutibili, quasi sempre inderogabili. Il continente che non riesce a decidere su guerra, energia o politica industriale diventa inflessibile quando si tratta di decimali.
Perché non si tratta solo di numeri. Si tratta di narrazione politica. Il numero è 3,1%. Quasi uno scherzo contabile: due miliardi di troppo in un Paese con oltre 3.100 miliardi di debito. Giorgetti regala un’altra perla lessicale: «Sarò sincero, questo dibattito sull’uscita dalla procedura di infrazione a me interessava molto fino al 28 febbraio. Dopo mi interessa relativamente meno». Fino a ieri il tema era rientrare nei parametri. Oggi il tema è sopravvivere alla geopolitica. In questo scenario, la differenza tra 2,99 e 3,1 somiglia al dibattito sulla piega del tovagliolo mentre la cucina prende fuoco. La frase davvero politica, però, è un’altra. Quella che riguarda il possibile scostamento di bilancio. Espressione elegante per dire: più deficit del previsto.
Giorgetti si dice disponibile: «Ci muoveremo da soli? Non lo escluderei». Se Bruxelles non concede spazio, Roma potrebbe prenderselo. Non per capriccio ideologico, ma per necessità pratica. Difendere famiglie e imprese da una nuova fiammata inflazionistica, sostenere i consumi, assorbire shock energetici.
Il ministro si è definito addirittura «il medico nell’ospedale da campo». Ogni settimana entra un nuovo ferito in barella.
C’è un responsabile della mancata vittoria ed è il Superbonus? Giorgia Meloni lo dice chiaramente: «La sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, al momento, impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione, togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi».
Il monumento nazionale al cappotto termico finanziato a debito continua a produrre effetti contabili anche da defunto. Il costo complessivo dell’operazione viaggia intorno ai 220 miliardi di euro tra crediti maturati, oneri spalmati negli anni e impatti sui saldi. Una cifra così enorme da diventare irreale. Il bonus è finito. Il conto no.
È la perfetta metafora italiana: la festa la organizza un governo, il mal di testa lo paga quello successivo.
Il ministero dell’Economia stima il rapporto deficit/Pil al 2,9% nel 2026 e al 2,8% nel 2027. Quindi sì, il rientro sotto il 3% arriverà. Ma non adesso. Arriverà dopo, quando l’attenzione pubblica sarà altrove e quando nuove emergenze avranno già occupato il tavolo.
Il governo ha anche rivisto al ribasso le stime di crescita: 0,6% nel 2026 e ancora 0,6% nel 2027. Il motore è acceso, ma gira al minimo. La macchina non si spegne, però non accelera. Sta ferma con le quattro frecce accese, mentre dietro suonano tutti.
Se la crescita langue, ogni manovra diventa un esercizio di ceramica fragile.
Molti pensano che la procedura europea sia solo una macchia reputazionale. In realtà è soprattutto un vincolo politico e negoziale. Restarci dentro significa innanzitutto minore libertà di manovra sui conti. Poi trattative più dure con Bruxelles. Spazi fiscali aggiuntivi più difficili da ottenere. Sorveglianza costante. Meno margine per misure espansive. In una fase in cui servirebbero risorse per la difesa, per l’energia, per l’industria e forse per nuove tutele sociali, non è un dettaglio.
Giorgetti lo ha ricordato con freddezza: «C’è agli atti una risoluzione parlamentare che prevedeva – qualora fossimo usciti dalla procedura di deficit – una prospettiva di progressivo aumento della spesa della difesa di 12 miliardi». Il piano c’era. Mancava il prerequisito. Il debito pubblico continua la sua passeggiata alpina: 138,6% del Pil nel 2026, 138,5% nel 2027 , 137,9% nel 2028 Scende piano. Senza fretta. La vicenda insegna molto sull’Europa e molto sull’Italia. L’Europa resta una macchina che misura al millimetro ciò che spesso non sa governare al chilometro.
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