Dal catasto ai vaccini, quante mine per Draghi
  • La tregua tra il premier e i partiti è fragile: Super Mario esige che si recuperino gli articoli del Milleproroghe bocciati in commissione. L’emendamento sul green pass e la delega fiscale le prossime trappole. Malumori nell’esecutivo: «Noi sempre informati all’ultimo».
  • Enrico Letta tenta l’approccio con Carlo Calenda, che lo gela: «Noi insieme solo senza i 5 stelle».

Lo speciale contiene due articoli.

La tregua tra Mario Draghi e i partiti che compongono la sua variegata maggioranza di governo è molto più fragile di come tentano di descriverla gli ultras di Nonno Mario sparsi nelle redazioni e in parlamento. Del resto, lo stesso Draghi, a quanto apprende la Verità da fonti di Palazzo Chigi, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro: barra al centro, è il suo motto, e lavorare perché le scadenze che il governo ha tracciato sono molto impegnative per tutti. Tanto per cominciare occorre recuperare i provvedimenti sui quali, tre giorni fa, il governo è stato battuto in commissione congiunta Bilancio e Affari costituzionali alla Camera durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, uno in particolare: quello che, con i voti di Pd, M5s, Forza Italia, Iv e gruppo misto ha abrogato l’articolo 21, che assegnava una parte dei fondi delle bonifiche ex Ilva, 575 milioni di euro, ai progetti di decarbonizzazione del siderurgico di Taranto. I soldi restano dunque alle bonifiche per essere spesi dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, ma Draghi non ci sta e chiede che si torni alla indicazione del governo.


Intanto, domani (o al massimo martedì) va al voto, in commissione Affari sociali della Camera, un emendamento al decreto sull’obbligo vaccinale presentato dal deputato del Carroccio Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione che propone che «le disposizioni in materia di impiego delle certificazioni verdi siano abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica», quindi il prossimo 31 marzo. Stop all’emergenza, stop al green pass: la logica della proposta di Borghi è stringente, ma il governo è contrario. Incidente parlamentare in vista? Difficile fare previsioni: «Mi sembra», dice Borghi alla Verità, «che Draghi abbia cercato di appropriarsi del tema delle riaperture cercando di depotenziare la nostra proposta. Vedremo come andrà la votazione». Forza Italia non voterà a favore dell’emendamento: «Mai e poi mai», dice alla Verità un deputato di peso del partito di Silvio Berlusconi, «è una stupidaggine: il 15 febbraio è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i cinquantenni e dopo un mese togliamo il green pass?». Ma i rapporti tra Draghi e i partiti di maggioranza come sono? Ci sono rischi per il governo? «No, al momento no», risponde la nostra fonte forzista, «ma lui deve tener conto del Parlamento. Non può ignorarlo, non può far arrivare i testi all’ultimo minuto e sperare che tutto vada liscio».


La riflessione del berlusconiano doc è assai significativa, perché la critica a Draghi arriva da un partito che in questo anno di governo è stato sempre graniticamente al fianco di Nonno Mario. In sostanza, strigliata o non strigliata, i problemi tra il governo e i partiti sono in realtà tra il governo e i parlamentari. Alla stragrande maggioranza degli osservatori, infatti, continua a sfuggire un particolare decisivo: come ha dimostrato in maniera cristallina la vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, Draghi non solo deve tenersi buoni i partiti, ma soprattutto i gruppi parlamentari, che mai come in questo ultimo scorcio di legislatura rispondono poco ai leader delle rispettive forze politiche e molto al loro umore personale, alle vicende del proprio collegio elettorale, alla prospettiva di una rielezione e ai capicorrente che potrebbero agevolarla. Lo spiega alla Verità con franchezza un ministro di primo piano: «Draghi ha un problema», argomenta la nostra fonte, «si è costruito dei rapporti privilegiati con pezzi di partiti nella vicenda del Quirinale. Nella Lega parla con Giorgetti e trascura Salvini, nel M5s si confronta con Di Maio e snobba Conte. Nel Pd la linea è viva Draghi ma poi non tutti i parlamentari sono disposti a votare e tacere. Questo tipo di impostazione mette molto sotto stress i gruppi, quindi ci vuole polso da parte di chi li dirige. La gestione quotidiana dei singoli provvedimenti è fragile perché lui non ha collaboratori in grado di sminare i problemi che sorgono man mano». Sull’Ilva, Draghi pretende che ora si torni indietro: «Un modo si troverà», aggiunge il ministro, «ma anche nel giorno della famosa strigliata tutti abbiamo detto al premier che per poter intervenire occorre essere messi al corrente di quello che succede. Non puoi gestire una vicenda nazionale lasciandola nelle mani dei deputati di Taranto. Il ministro per i rapporti col Parlamento D’Incà affronta le emergenze come le cavolate e viceversa, ed è successo il patatrac». Prossimi scogli in vista? «Sulla delega fiscale», prevede la fonte, «la riforma del catasto è una mina pericolosa. Il centrodestra è contrario, occorre che ci metta le mani Salvini, altrimenti si rischia un ko in Parlamento». La riforma in quel testo non doveva esserci, come da accordo raggiunto da tutta la maggioranza, e poi invece è spuntata lo stesso. Una delle «dragate» che i partiti, o meglio i parlamentari, non sono più disposti a digerire. Ecco perché l’approdo in aula del testo, previsto per il 28 febbraio, è stato rinviato.


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