Hanno fatto una strage per qualche euro in più
Ansa
  • Un indagato crolla e parla coi magistrati: scattano tre arresti, tra cui il gestore. L’ impianto era difettoso, doveva essere chiuso. Mistero sulla rottura del cavo.
  • I parenti delle vittime: i politici si sono rimangiati la promessa dei funerali di Stato.
  • Il gruppo Nerini aveva vinto un appalto per un trenino a cremagliera nel 1911, poi è arrivata la cabinovia Prima di finire in cella, aveva detto: «Sto soffrendo». Il business della struttura nel 2019 è stato di 2 milioni.

Lo speciale contiene tre articoli

Luigi Nerini, del direttore del servizio e dipendente della Leitner di Vipiteno (società fornitrice delle cabine e che si occupava della manutenzione), ingegnere Enrico Perocchio (che è anche direttore della funivia di Rapallo), e del capo operativo Gabriele Tadini.

Il primo ad aver mollato la presa, durante il primo lunghissimo interrogatorio in caserma, è stato proprio Tadini, che con le sue dichiarazioni avrebbe coinvolto Nerini e Perocchio. L’avvocato Andrea Da Prato, difensore di Perocchio, ha spiegato che martedì mattina, tramite una pec, aveva scritto alla Procura per far sapere che l’ingegnere «avrebbe voluto riferire» proprio «sull’utilizzo dei forchettoni, ma non abbiamo avuto risposta». La Procura, poi, l’ha convocato dai carabinieri di Stresa come persona informata sui fatti e alle 3,20 di notte l’ha fermato. Ma al vaglio degli inquirenti c’è anche un ulteriore aspetto che riguarda la posizione dell’ingegnere, che si ritrova a ricoprire sia il ruolo di direttore del servizio sia quello di dipendente della società che ha rinnovato l’impianto.

Le accuse per i tre sono di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose gravi riportate da un minorenne, Eitan, l’unico sopravvissuto (che è stato estubato e ora respira da solo, con l’aiuto di poco ossigeno), e rimozione dolosa di cautele aggravata dal disastro. Tra gli indagati fermati c’è chi ha ammesso di aver inserito volontariamente il forchettone che bloccava i freni d’emergenza per evitare i continui stop della cabina. Un aspetto che pare sia emerso già durante l’audizione di alcuni dipendenti sentiti come testimoni in caserma a partire dal pomeriggio di martedì. Ma gli inquirenti intendono sentire anche gli altri dipendenti della società che gestisce l’impianto, per accertare se erano a conoscenza del fatto che la cabina viaggiava senza sistemi di sicurezza e se quella era diventata una prassi in azienda.

Il comandante provinciale dei carabinieri di Verbania, il tenente colonnello Alberto Cicognani, ha spiegato: «C’erano malfunzionamenti nella funivia ed è stata chiamata la manutenzione che non ha risolto il problema. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la forchetta».

«Gli interventi tecnici per la manutenzione», ha aggiunto il procuratore di Verbania Olimpia Bossi, «erano stati richiesti ed effettuati, ma non erano stati risolutivi e si è pensato di rimediare nella convinzione che mai si sarebbe potuto verificare una rottura del cavo». Secondo il magistrato, insomma, «si è corso il rischio che ha purtroppo poi determinato l’esito fatale». La Procura ritiene di aver raccolto «gravi indizi di colpevolezza», anche perché, quella di disattivare i freni d’emergenza sarebbe stata una scelta «precisa e condivisa». E ha quindi fermato gli indagati.

L’udienza di convalida del fermo si svolgerà stamattina in Tribunale a Verbania. La Procura chiederà l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, perché, si apprende da indiscrezioni, pare ritenga sussistenti sia il pericolo di reiterazione, sia quello di inquinamento delle prove. «Si è trattato di una scelta consapevole dettata da ragioni economiche», ha aggiunto il procuratore, spiegando che «l’impianto avrebbe dovuto restare fermo, perché presentava delle anomalie e avrebbe necessitato un intervento più radicale con un blocco se non prolungato, comunque consistente».

«Fa schifo pensare che siano morti per i soldi», ha commentato Corrado Guzzetti, che nell’incidente ha perso il nipotino Mattia. Il procuratore ritiene che quello del forchettone sia «un fatto concreto che è determinante rispetto all’incidente». Entrambi i forchettoni sono stati ritrovati dai volontari del Soccorso alpino e repertati dai carabinieri. Il primo era ancora attaccato alla struttura ed era ben visibile in alcune fotografie acquisite dai magistrati, il secondo, saltato durante l’urto, è stato trovato ieri mattina tra gli alberi, a poca distanza dalla cabina.

Ma che non è l’unico aspetto da chiarire. Perché domenica scorsa la fune di trazione sulla quale viaggiava la cabina della morte si è spezzata a pochi metri dall’arrivo. La cabina ha cominciato la sua corsa raggiungendo anche i cento chilometri orari, poi ha scarrucolato ed è precipitata, uccidendo 14 passeggeri.

«In questo momento», ha spiegato il procuratore, «non abbiamo elementi per ritenere i due fatti collegati», ovvero la rottura della fune e il blocco dei freni di sicurezza. «La rottura della fune», secondo il magistrato, «era un fatto in astratto prevedibile». Ma per ora preferisce non avanzare ipotesi. Anche perché il consulente tecnico arriverà oggi sul posto per il primo sopralluogo.

E con l’avvio degli accertamenti tecnici irripetibili altri nomi potrebbero presto finire sul registro degli indagati.

Il relitto è stato temporaneamente coperto con un telo per preservarlo e dopo il sopralluogo e la rimozione verrà trasportato al Politecnico di Torino per le indagini scientifiche.

Contemporaneamente si sta scavando tra i certificati delle manutenzioni, che sulla carta sembrano in regola. Sia quella periodica, affidata alla Leitner, (gli ultimi controlli dei freni risalgono al 3 maggio e sarebbe stata simulata anche la rottura del cavo portante per verificare che tutti i dispositivi di emergenza fossero in funzione), sia quelle della Sateco di Torino e degli addetti delle Ferrovie del Mottarone. Ma si cerca anche nei carteggi tra Regione Piemonte e Comune di Stresa, che dal giorno dell’incidente giocano allo scaricabarile sulla proprietà della funivia. Ma stando a quanto ricostruito dai magistrati, la proprietà dell’impianto «dovrebbe essere della Regione Piemonte, perché», ha affermato il procuratore, «non si è mai effettuato il passaggio al Comune di Stresa». Il sindaco Marcella Severino, insomma, sembra avere avuto ragione. «Ora abbiamo dedicato tempo alle cose più necessarie», continua il magistrato, «ma stiamo acquisendo tutta la documentazione relativa». Poi scatteranno gli avvisi di garanzia.


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