
«Sono sfide complesse quelle che attendono l’Europa, troppo complesse per essere affrontate con vecchi schemi ideologici e con regole non più attuali, che vanno evidentemente ridiscusse per renderle maggiormente aderenti ai nostri tempi». È solo l’ultimo di una serie di appelli del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che spiega: «Non è tempo di esitare. Occorre un cambio di passo in Europa.
Occorre prima di tutto che la politica torni a svolgere un ruolo centrale, quello che le spetta». Il ministro ancora una volta è costretto a precisare: «Non siamo destinati al fallimento, ma il risultato dipenderà dalla capacità di passare da un’Europa che gestisce l’emergenza a un’Europa in grado di governare il cambiamento, per trasformare le crisi in opportunità e ridefinire così il nostro futuro». Lo ha detto in occasione della cerimonia di Consegna diplomi e distintivi agli ufficiali frequentatori del 53° Corso superiore di polizia economico-finanziaria.
«L’Europa oggi è percepita come una costruzione di trattati, vincoli e regolamenti. Ma quando la burocrazia e le procedure diventano più importanti dell’obiettivo stesso, si rischia di perdere di vista il fine ultimo, il benessere delle nostre società», insiste Giorgetti. Anche perché «il valore di una scelta politica si misura sull’impatto concreto che ha sulla vita delle persone e sulla coesione sociale, sulla capacità di far arrivare le soluzioni direttamente ai cittadini e alle imprese, riducendo così la distanza tra Bruxelles e la realtà quotidiana». Il numero uno del Mef cita Bismarck: «La “politica è l’arte del possibile”, come sosteneva Otto von Bismarck, dove il possibile va inteso non come limite, ma piuttosto come orizzonte aperto. Nel contesto europeo attuale, il possibile è stato troppo spesso interpretato come un limite sottoposto a veti e rigidi vincoli di bilancio». Quindi, «di fronte a momenti di crisi straordinari, l’arte del possibile diventa la capacità di immaginare soluzioni che ieri sembravano non percorribili, trasformando la necessità in pragmatismo, per trovare risposte tempestive e concrete, sempre ispirate da responsabilità e serietà». Sulla flessibilità, infine, intesta al governo la vittoria dovuta a «la riconosciuta responsabilità di questo governo nella gestione della finanza pubblica».
Giorgetti non è il solo a lanciare l’allarme perché lo fa, ancora una volta, pure Confindustria che, pur dicendosi non contraria alla decarbonizzazione, avverte che qualunque revisione del sistema Ets deve tenere conto delle esigenze industriali, in un momento in cui imprese e produzioni si reggono su equilibri fragili. Un messaggio chiaro a Bruxelles mentre la Commissione europea prepara la revisione del sistema di scambio delle emissioni di carbonio (Ets), che sarà presentata a metà luglio.
«Non basta indicare gli obiettivi, bisogna capire come finanziarli senza cedere quote di mercato alla Cina», sintetizzano da Confindustria. «Senza una revisione profonda di questo meccanismo portiamo l’industria europea e italiana verso una deindustrializzazione che l’Europa non può permettersi. Se non saremo in grado di mantenere questa produzione, la condanniamo a un destino irreparabile».
Messaggio che già il giorno precedente era stato ribadito dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione della riunione informale su competitività: serve uno «sforzo straordinario, a livello europeo, per contrastare gli effetti di breve e medio termine della crisi energetica». E riferendosi agli Ets aveva auspicato che la revisione della direttiva «si concentri sulla mitigazione del suo impatto sui prezzi dell’energia, sulla riduzione della volatilità delle tariffe e sull’eliminazione degli effetti asimmetrici sugli Stati membri».






