- I politici del Vecchio Continente si lamentano per le misure «sovraniste» del presidente americano, ma poi si comportano allo stesso modo con i prodotti provenienti dall’estero. Tabacco, ma anche carne e pesce: sono centinaia le merci protette.
- In piena bagarre sul 5G, la commissaria alla Concorrenza si muove contro Broadcom.
Lo speciale contiene due articoli
Dall’Europa si alza un solo grido: «I dazi? Figli del sovranismo». Con toni diversi è quello che pensano tanti politici, da Nicola Zingaretti a Matteo Renzi fino alle parole del presidente Sergio Mattarella, che ha stigmatizza il ritorno alla concorrenza fra gli Stati come avveniva nel secolo scorso. Sono preoccupati, giustamente, del contraccolpo che colpirà le nostre eccellenze alimentari.
Ma contro le misure protezionistiche di Donald Trump tuonano anche il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz e quello francese dell’Economia, Bruno Le Maire, i cui Paesi sono tra i primi responsabili per gli aiuti statali concessi al consorzio Airbus ai danni della Boeing. Se non avessero cercato di barare, il Wto non avrebbe autorizzato le ritorsioni commerciali americane.
Nel coro non può mancare la Commissione europea che, attraverso il portavoce Daniel Rosario, deplora la decisione di Washington e rivendica il diritto di imporre contromisure agli Usa. Tuttavia, mentre divampa la discussione per evitare una stangata all’export europeo, basta poco per scoprire che sono centinaia i dazi che l’Ue applica su moltissime merci provenienti da Paesi con i quali non ha specifici accordi. E che, non diversamente da quelli di Trump, vanno a incidere sulle tasche dei consumatori finali. La sfilza dei prodotti tassati alla dogana (che pubblichiamo in tabella) è impressionante. Si va dal tabacco, sul quale i dazi medi sono del 44,7%, alle carni lavorate, sulle quali i prelievi sono del 18%. La lista è davvero lunghissima, e contiene anche beni di prima necessità che finiscono con il costare molto di più ai cittadini europei. Ci sono, per esempio, alcune specie di frutta fresca e frutta secca (17,5%), crostacei e molluschi (10,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Così come articoli di abbigliamento, calzature, prodotti chimici, fertilizzanti, metalli e pietre e perfino animali vivi.
Insomma, mentre in questi giorni si parla di prossima «guerra dei dazi» fra Ue e Stati Uniti, con 7,5 miliardi di dollari (6,8 miliardi di euro) che Washington potrà recuperare alle dogane a partire dal 18 ottobre su una lista di prodotti europei già stilata, si dimentica che un conflitto commerciale esiste da sempre con Paesi con i quali Bruxelles non ha mai raggiunto accordi. Stati Uniti inclusi. Fra tutti i dazi attualmente presenti, il più consistente riguarda tabacco e merci correlate: chiunque voglia esportare beni di questo tipo in Europa deve pagare una tassa media del 44,7%. Ma non finisce qui, perché ogni prodotto industriale è composto da una serie di sotto prodotti, sui quali vengono applicate specifiche imposte. In una catena che, alla fine, fatalmente grava sui consumatori. L’obiettivo è sempre lo stesso e non va demonizzato: proteggere il più possibile la produzione interna, soprattutto quella delle aree più depresse del Vecchio Continente (in particolare Bulgaria, Sud della Spagna, dell’Italia e Grecia) dalla concorrenza estera. Sfruttando spesso l’argomentazione di voler in realtà tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo vale ovviamente quando si parla di tabacco, ma anche quando sotto la lente ci sono le tasse applicate su beni di prima necessità come carne e pesce. In questo settore le tasse alla dogana sono in media del 18%, solo il 2,4% del comparto non risente di alcun dazio. La stessa cosa vale nel caso dei preparati a base di verdura, frutta, e frutta secca, oberati mediamente del 17,5%. Seguono i prodotti di macinazione (la cosiddetta «milling industry»), con una media del 12,2%. Insomma, i primi posti della classifica sono occupati da prodotti legati al mondo agricolo, sul quale da sempre si concentra il protezionismo dell’Unione. Una politica messa in atto non solo attraverso le dogane, ma anche con l’ausilio di sussidi ad agricoltori e pescatori e anche con quote massime di produzione, come quelle famigerate applicate al latte, per evitare un calo eccessivo dei prezzi.
Naturalmente quale eccezione esiste, perché nel corso della sua storia l’Ue ha stretto patti commerciali con alcuni Paesi o con gruppi di Stati, che riducono a zero l’ammontare dei dazi applicati dalle merci importate. Questo vale, per esempio, per Albania, Algeria, Cile, Tunisia, Egitto, Sud Africa, America Centrale e Colombia. Mercati dai quali arrivano enormi quantità di olio di oliva e frutta, con prezzi talmente bassi da creare difficoltà ai produttori europei. Da queste intese sono estromessi solo i grandi giganti del commercio mondiale come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, che invece vedono gravati di imposte i loro prodotti in entrata. Proprio i dazi applicati agli Usa potrebbero presto subire un’impennata perché, se è vero che l’Ue ha agevolato Airbus violando le norme del Wto, anche il governo americano avrebbe fatto la stessa cosa nei confronti di Boeing. E questo potrebbe tradursi in una nuova lista di prodotti da tassare. Beni questa volta prodotti negli Stati Uniti e diretti verso i nostri mercati: jeans, whisky, scarpe da ginnastica, noccioline e chewing gum tanto per cominciare.
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