- Con la scusa delle tariffe di navigazione il prossimo leader Usa avverte Russia e Cina: cambia tutto, possibile l’uso della forza.
- Sarà Tilman Fertitta il nuovo ambasciatore statunitense in Italia. Washington si prepara al nuovo corso che predilige gli uomini di fiducia ai diplomatici.
Lo speciale contiene due articoli.
Gli Stati Uniti potrebbero cercare di ottenere il controllo del Canale di Panama e della Groenlandia. È questo quanto affermato da Donald Trump nel corso del fine settimana. Semplici provocazioni? Forse no. Dietro le sue dichiarazioni potrebbero celarsi degli obiettivi strategici, volti a ripristinare la deterrenza nei confronti di Pechino e di Mosca. Ma andiamo con ordine.
Sabato, con una serie di post su Truth, il presidente americano in pectore si è lamentato delle tariffe troppo alte che il Canale di Panama impone alle navi statunitensi. Ha quindi affermato che, se la situazione non dovesse cambiare, Washington potrebbe riprendere il controllo della struttura. Parole che hanno provocato la reazione stizzita del presidente panamense, Jose Raul Mulino. «Ogni metro quadrato del Canale e della sua area adiacente appartiene a Panama e continuerà a esserlo», ha tuonato. «Questo lo vedremo», ha controreplicato Trump, il quale ha anche postato su Instagram la foto di una bandiera statunitense che campeggia sul Canale con scritto: «Benvenuti nel Canale degli Usa».
Gli Stati Uniti ottennero il controllo della Zona del Canale nel 1903 e ne completarono la realizzazione undici anni dopo. Nel 1977, l’allora presidente americano, Jimmy Carter, firmò due trattati con il leader panamense dell’epoca, il generale Omar Torrijos. Sulla base di quegli accordi Washington si impegnava a cedere a Panama il controllo del Canale entro il 1999 mentre dall’altra parte si garantiva che il Canale stesso fosse soggetto a neutralità permanente: una neutralità che gli Usa si sono riservati il diritto di preservare, anche militarmente. Guarda caso, nei post di sabato, Trump ha criticato Carter per aver ceduto il controllo del Canale, che è attualmente gestito dalla Panama canal authority.
A questo punto, le domande sono principalmente due. Come potrebbe Trump recuperare il controllo del Canale? E soprattutto: qual è la vera ragione per cui vuole farlo? Per quanto riguarda il «come» non è al momento chiaro in che modo possa muoversi dal punto di vista tecnico-legale. Ricordiamo comunque che, quando gli Stati Uniti invasero Panama nel 1989 per deporne il leader di allora Manuel Noriega, George H. W. Bush citò, tra le giustificazioni dell’intervento militare, la necessità di salvaguardare la neutralità del Canale. Nonostante questo precedente storico non si attagli completamente alla situazione presente, non è del tutto escludibile che Trump possa minacciare esplicitamente un atto di forza. Non è detto che poi lo traduca necessariamente in concreto, ma potrebbe usarlo come forma di pressione negoziale per spuntare un accordo vantaggioso con le autorità panamensi.
Venendo invece alla motivazione del suo interesse per Panama, il tycoon ha citato sì la questione delle tariffe per le navi statunitensi. Tuttavia sembra proprio che l’obiettivo reale sia quello di ridurre la crescente influenza cinese sul Canale. «Era solo Panama a dover gestire il Canale, non la Cina», ha scritto Trump sabato. Pechino è d’altronde diventato il secondo principale cliente del Canale dopo gli Usa e, secondo il Guardian, controlla due dei cinque porti a esso adiacenti. Il tycoon vuole quindi contrastare l’influenza politico-commerciale del Dragone in America Latina: un’influenza che, nei quattro anni dell’amministrazione Biden, è notevolmente aumentata. Senza trascurare che nel 2022 la Russia aveva schierato propri soldati in Nicaragua. Sembrerebbe quindi che Trump sia intenzionato a proporre una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe: l’obiettivo sarebbe, in altre parole, quello di espellere o comunque ridurre l’influenza di potenze straniere nelle Americhe.
Del resto, anche sulla questione della Groenlandia Trump si sta muovendo in base a considerazioni strategiche. «Ai fini della sicurezza nazionale e della libertà in tutto il mondo, gli Usa ritengono che la proprietà e il controllo della Groenlandia siano una necessità assoluta», ha dichiarato Trump domenica, irritando il primo ministro della Groenlandia, Múte Egede, che ha replicato: «Non siamo in vendita». Già nel 2019 il Wall Street Journal aveva riportato che il tycoon fosse interessato ad acquistare quest’isola. E adesso è tornato alla carica. Dipendente dalla Danimarca, la Groenlandia non è solo ricca di oro, uranio e terre rare. Dal 1943 ospita una base Usa e rappresenta soprattutto un punto d’accesso privilegiato all’Artico: regione strategica, storicamente attenzionata da Russia e Cina. Guarda caso, a inizio dicembre, il Pentagono aveva lanciato l’allarme sul rafforzamento della cooperazione militare tra Mosca e Pechino in quest’area. Le parole di Trump sulla Groenlandia vanno quindi lette come un messaggio a russi e cinesi per far capire che, con la sua amministrazione, gli Usa potrebbero avere intenzione di diventare protagonisti nell’Artico.
Insomma, il tycoon punta a mettere sotto pressione sia Pechino che Mosca. E, in quest’ultimo caso, la questione potrebbe intersecarsi con il processo diplomatico ucraino. Domenica Trump ha detto che Vladimir Putin vorrebbe incontrarlo «il prima possibile». Tutto questo mentre il prossimo inviato speciale per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha criticato la recente uccisione del generale russo Igor Kirillov a Mosca da parte dei servizi ucraini. «Non penso che sia una cosa intelligente da fare», ha detto, paventando l’aumento di tensioni. Dall’altra parte, secondo il Financial Times, Trump avrebbe intenzione di chiedere ai membri della Nato un contributo economico del 5% del loro Pil. È dunque chiaro come, nel suo rapporto con Mosca sul dossier ucraino, il tycoon stia alternando il bastone alla carota. Ed è altrettanto chiaro come, con le sue dichiarazioni su Groenlandia e Panama, Trump stia lanciando un messaggio preciso sia ai russi che ai cinesi: rispetto a Joe Biden, la musica sta per cambiare. Decisamente.
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