Trump stronca la Turchia e fa crollare la lira. La botta arriva pure da noi
Ansa
  • Gli investitori mollano il Paese. Milano cede il 2,5% (Unicredit il 4,73%), spread su a 267. Il presidente americano Donald Trump rincara la dose e raddoppia i dazi.
  • Il Cairo protegge il nostro gas da Recepp Erdogan. Oltre a pattugliare il giacimento Eni di Zohr, quattro navi della Marina di Al Sisi scortano la Saipem 10.000. È lo stesso mezzo che fu cacciato da Cipro dai militari del sultano. Sotto il cappello Usa, Italia ed Egitto sono i nuovi poli del Mediterraneo Est.
  • I bond emessi in valuta di Ankara hanno perso il 38% in un solo anno. A emettere le obbligazioni Banca Imi, Société Générale, Goldman Sachs e la Banca europea degli investimenti. Gli istituti tricolore sono esposti verso il Paese eurasiatico per 15 miliardi.


Lo speciale contiene tre articoli.

Da due anni l’economia turca corre molto velocemente. Troppo, perché il Paese guidato dal sultano e dittatore Recepp Erdogan ha le gambe sottili. Credito a imprese e famiglie è stato pompato e l’inflazione è arrivata al 16%. A giugno ci sono state le elezioni. Il capo dello Stato ha promesso investimenti mirabolanti in mega opere infrastrutturali. Nonostante il rapporto tra debito pubblico e Pil sia bassissimo (circa 28%), ad Ankara c’è un forte deficit commerciale (6%) delle partite correnti, senza dimenticare che le imprese locali chiedono prestiti all’estero per poter essere considerate affidabili. La mossa ha portato così il debito privato a valere più del 50% del Pil, e a mettere in difficoltà la valuta. Ai primi di luglio, la maggior parte degli investitori esteri si aspettava un deciso rialzo dei tassi d’interesse. Che non è arrivato, perché Erdogan, che dallo scorso anno nomina direttamente il governatore della Banca centrale, ha messo il veto: nessun rialzo per evitare impatti sui consumi interni e sui mutui.

L’effetto è stato invece negativo. L’inflazione è salita comunque, e gli investitori si sono spaventati. Ieri sono poi entrate in vigore le sanzioni volute da Donald Trump e allo stesso momento sono scattate le contromisure di Ankara. La Casa Bianca, per via delle tensioni politiche, ha voluto prendere le distanze da Erdogan e lui quattro giorni fa ha alzato i toni minacciando di congelare i beni americani sul territorio turco. Una mossa non troppo intelligente. Ieri si sono visti i frutti. Sprofonda a nuovi minimi storici la lira turca, che è arrivata a cedere oltre il 14% sul dollaro, innescando un generale panico sui mercati emergenti ed europei.

Il sell off di massa ha inasprito i timori del mercato per l’esposizione delle banche occidentali nei confronti della Turchia. Bbva, Bnp Paribas e Unicredit sono i tre istituti percepiti più a rischio. La banca italiana ieri ha perso il 4,73% in Borsa anche se il suo ad, Jean Pierre Mustier, ha più volte messo le mani avanti, anticipando l’intenzione di alleggerire il peso degli asset turchi.

La banca a fine giugno aveva finanziamenti verso investitori istituzionali nazionali pari a 165,18 milioni di euro. Si tratta, è bene ricordarlo, dello 0,14% dei 120,7 miliardi complessivi di esposizione sovrana di Unicredit. Già in occasione della presentazione dei conti del primo semestre, i vertici dell’istituto italiano avevano spiegato che una svalutazione del 10% della lira turca avrebbe avuto un impatto netto di 2 punti base sul coefficiente Cet1 fully loaded (che misure la solidità del patrimonio) di Unicredit. Poca cosa, ma sufficiente a far crollare il titolo in Borsa. È l’effetto cascata che tocca tutto ciò che può riguardare la Turchia.

Gli investitori hanno infatti dubbi sulla reale capacità delle imprese del Paese, pesantemente indebitate, di ripagare i loro debiti in euro e dollari dopo anni di credito dall’estero per finanziare il boom edilizio, uno dei punti cardine della politica economica di Erdogan.

Il suo atteggiamento anacronistico e sprezzante – riproposto anche in un discorso tenuto ieri, con accuse alla «lobby dei tassi di interesse» e alle agenzie di rating occidentali di voler danneggiare l’economia turca – ha ulteriormente innervosito gli investitori. «Se loro hanno il dollaro, noi abbiamo il nostro popolo e Allah», è stata una delle dichiarazioni del presidente.

In tutta risposta la lira è scesa ulteriormente (20%) toccando quota 6,4. L’onda d’urto del crollo ha travolto gli altri mercati emergenti. Al peso argentino che affonda nei confronti del dollaro con un balzo dei rendimenti sui bond a 100 anni di Buenos Aires che lascia intravedere una recessione alle porte, si aggiunge il crollo del rand sudafricano che scende a 14 per dollaro, per la prima volta da novembre. Non è rimasto indietro neppure l’euro, che ieri ha perso terreno pure sul dollaro. Così come le Borse del Vecchio Continente hanno passato una giornata davvero nera. Sale fino a quota 260 lo spread tra il Btp e il Bund tedesco nei primi scambi della mattinata per rialzarsi nel tardo pomeriggio di altri 7 punti.

Il differenziale di rendimento tra il decennale italiano e quello tedesco, che giovedì aveva chiuso a 252 punti base, si è attestato ora a 267 punti, con un rendimento del 2,99%. Anche il rublo ha avviato una discesa brusca: c’è da aspettarsi un agosto turbolento. L’Italia è già sotto pressione per via dell’elevato debito pubblico e per le incertezze legate alla Finanziaria d’autunno.

Molti analisti dicono che balleranno Borsa e titoli di Stato. Vedremo, ancora una volta, quali saranno le mosse degli Stati Uniti. Se decideranno di calmierare le vendite come hanno fatto a giugno o staranno a guardare. Con la Turchia ci stanno affondando la lama.

Claudio Antonelli


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