Trump posa il bastone e inizia la trattativa
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  • Dopo la prova di forza, il presidente annuncia «nuove potenti sanzioni» contro l’Iran ma si augura un cambio di comportamento. Rientra l’ipotesi di un «regime change» troppo destabilizzante per l’area. Sul tavolo anche la riscrittura di un accordo sul nucleare.
  • È l’eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati. L’alleato storico siriano è silente. Baghdad gioca su due sponde. E Mosca guarda altrove.

Lo speciale comprende due articoli.

Il bastone e la carota: è questa la strategia che gli Stati Uniti sembrano aver scelto, in risposta all’attacco missilistico iraniano che ha colpito due basi americane in territorio iracheno. Donald Trump ha tenuto ieri un discorso alla Casa Bianca, in cui, pur assumendo un atteggiamento severo nei confronti di Teheran, non ha comunque chiuso del tutto alla possibilità di un dialogo.

Il presidente americano ha innanzitutto chiarito che l’aggressione iraniana non abbia causato vittime tra i soldati statunitensi, smentendo così seccamente le Guardie della Rivoluzione che avevano parlato di oltre ottanta vittime. «Non abbiamo subito vittime. Tutti i nostri soldati sono al sicuro e nelle nostre basi militari sono stati subiti solo danni minimi», ha dichiarato. L’inquilino della Casa Bianca ha poi rivendicato l’eliminazione di Qasem Soleimani e ha attaccato duramente l’Iran. «Per troppo tempo, risalendo fino al 1979 per l’esattezza, le nazioni hanno tollerato il comportamento distruttivo e destabilizzante dell’Iran in Medio Oriente e oltre. Quei giorni sono finiti».

Per tale ragione, Trump ha annunciato l’imposizione di nuove sanzioni economiche. «Queste potenti sanzioni», ha chiarito, «rimarranno fin quando l’Iran non cambierà il suo comportamento». Da notare come, in quest’ultima affermazione, il presidente sia passato parzialmente dal «bastone» alla «carota». Trump ha infatti invocato un «cambio di comportamento» e non un «cambio di regime». Una linea, quest’ultima, che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha del resto sempre fatto propria, visto il suo scetticismo verso le guerre mediorientali e – soprattutto – verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale di marca neoconservatrice. Una posizione significativa, soprattutto dopo che – qualche giorno fa – l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era tornato ad invocare un cambio di regime a Teheran.

Nel discorso di ieri, il presidente americano è tornato poi a parlare dell’accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015: Trump ha definito «folle» quell’intesa e ha chiesto esplicitamente a Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina di stracciarla. Tuttavia – anziché chiudere completamente al dialogo – è tornato alla sua classica proposta di una rinegoziazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per fare un accordo con l’Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico», ha dichiarato. Insomma, postura aggressiva e disponibilità al dialogo convivono nella stessa linea. Una linea che non sembra lasciare spazio, almeno al momento, a una rappresaglia militare da parte di Washington. Che fosse questa l’intenzione della Casa Bianca lo si era del resto già capito qualche ora prima della conferenza stampa di Trump, quando un notorio falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva affermato: «Una ritorsione per il gusto di una ritorsione non è necessaria a questo punto.»

Negli ultimi giorni, Trump, dipinto dai media progressisti come uno sprovveduto che schiaccia bottoni di lancio nella war room, ha ottenuto due obiettivi. In primo luogo, ha ristabilito la deterrenza anti iraniana con l’eliminazione di Soleimani dopo l’assalto all’ambasciata americana di Baghdad: eliminazione che lo ha portato nei fatti a decapitare un pezzo importantissimo della classe dirigente di Teheran, che forse stava ritagliandosi uno spazio di azione personale inviso agli stessi ayatollah. In secondo luogo, Trump sembra aver evitato un’escalation militare che avrebbe potuto spingerlo nel pericoloso pantano di un conflitto mediorientale: uno scenario particolarmente temuto da un presidente che ha sempre fatto della lotta alle «guerre senza fine» uno dei propri fiori all’occhiello. Questo presidente che una certa vulgata tende ancora a dipingere come un lunatico incompetente sembra quindi riuscito a fiaccare il suo principale avversario nella regione mediorientale. Che Teheran si trovi in estrema difficoltà è d’altronde testimoniato da una serie di elementi. Innanzitutto troviamo il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che, poco dopo l’attacco missilistico, si affretta a dire di non volere un’escalation. In seconda battuta, non dimentichiamo che, in base a quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi, l’Iran avesse preventivamente avvertito dell’aggressione Baghdad e che quest’ultima – ha riportato Cnn – potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Trump ha quindi creato le condizioni per aprire una trattativa negoziale con l’Iran, potendosi però adesso permettere una forza contrattuale incredibilmente più grande: una forza contrattuale che sgorga direttamente dall’eliminazione di Soleimani e dalle nuove sanzioni annunciate ieri.


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