Trump finanzia l’esercito in Kosovo per sfrattare Juncker. «Savona ci aiuti a entrare in una nuova Europa»
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  • Pristina annuncia la fondazione del ministero della Difesa e si oppone alla linea guidata da Federica Morgherini e dalla Ue. Il premier Ramus Haradinaj cambia schieramento: molla Bruxelles e si mette con Washington.
  • Intervista al ministro per gli affari europei del Kosovo, Dhurata Hoxha. «Paolo Savona ci aiuti a scalzare le politiche di Jean-Claude Juncker».

Lo speciale contiene due articoli.

Venerdì il parlamento del Kosovo ha dato avvio al processo legislativo che porterà all’istituzione del nuovo ministero della Difesa ovvero alla trasformazione delle attuali forze di protezione civile in esercito regolare. Dopo decenni di mandati internazionali succedutisi sotto l’egida della Nato e dell’Unione europea, il più giovane Stato del nostro continente, ultimo rigurgito dello sfaldamento dell’ex Jugoslavia, cerca di dotarsi definitivamente di tutti gli elementi costitutivi della sovranità nazionale nonostante l’ostinata opposizione della Serbia.

Il dialogo tra il presidente kosovaro Hashim Thaci e quello serbo Aleksander Vućić voluto fortemente dall’Alto Rappresentate dell’Unione europea per la politica estera e la sicurezza comune, Federica Mogherini, è naufragato. Anni di abboccamenti tra Belgrado e Pristina alla presenza di Lady Pesc a Bruxelles non hanno portato ad alcun miglioramento nei Balcani. La situazione nella regione in queste settimane si sta nettamente deteriorando tanto da spingere mercoledì scorso il primo ministro del Kosovo, Ramus Haradinaj, a dichiarare apertamente al termine del consiglio dei ministri che Federica Mogherini è colpevole d’avere distrutto l’intero processo di normalizzazione tra il Kosovo e la Serbia avendolo trasformato con il tempo in un mercanteggiamento di territori, confini e futuri rapporti. Secondo Haradinaj il danno fatto dalla Mogherini, aprendo tematiche che storicamente nei Balcani portano alla guerra, sarebbe incommensurabile. Lo stesso Haradinaj poche settimane prima aveva candidamente ammesso alla televisione nazionale serba che il suo Paese è troppo piccolo per permettersi una propria politica estera e che per tale questione preferisce affidarsi completamente agli Stati Uniti d’America. Facendo capire chiaramente che per Jean-Claude Juncker non c’è più spazio. Il messaggio di Pristina non poteva essere più chiaro tanto nei confronti di Bruxelles, quanto di Belgrado e della sua alleata Mosca. Vista la conferma dell’incapacità europea di gestire il proprio vicinato, Donald Trump ha deciso di forzare la situazione sul terreno dando il proprio benestare affinché il Kosovo formi un esercito e affinché, come avvenuto a novembre, imponga severi dazi ai beni provenienti dalla Serbia. Imporre un innalzamento del 100% dei dazi doganali significa per Pristina chiudere ermeticamente il confine nei territori in cui vive una popolazione a maggioranza serba e che sono contesi da Belgrado. In cambio molti si aspettano finanziamento Usa.

Lo sviluppo degli eventi è stato pubblicamente sostenuto venerdì – in piena discussione parlamentare – dall’ambasciatore americano a Pristina, Philipp Kosnett, il quale ha scritto sul suo profilo twitter che la sicurezza di un Paese e le sue buone relazioni col vicinato si basano sulla solidità e la professionalità del proprio esercito.

Per il momento il presidente della Serbia accusa il colpo e non reagisce con toni eccessivamente propagandistici. Egli, da politico navigato, comprende che Washington lo sta sfiduciando, ma anche che al contempo non può certo contare sul sincero sostegno dell’alleato russo dato che il precedente del Kosovo, strappato alla Serbia con un referendum e l’appoggio della Nato, è il fondamento sul quale si basa la legittimità del distacco della Crimea dall’Ucraina ovvero della conseguente annessione alla Federazione Russa. Vladimir Putin non potrebbe mai rischiare di scialacquare il proprio capitale geopolitico per difendere una Serbia che ha realmente perso il Kosovo già negli anni Novanta a causa della politica nazionalista di Slobodan Milošević.

E mentre la Bosnia Erzegovina protesta contro la politica doganale del Kosovo, minacciando di espellerla dall’accordo commerciale Cefta a Belgrado, nonostante il forte controllo esercitato dal governo sui media, la popolazione incomincia a far filtrare il proprio scontento organizzando proteste per le strade della capitale. Per il momento la presidenza di Vućić non pare d’essere a rischio. Egli dovrebbe ancora godere dell’appoggio della maggioranza della popolazione e le temute Ong straniere non sono ancora ingaggiate nella fomentazione politica delle masse come spesso avvenuto in passato. Molto probabilmente per riconfermare la propria legittimità e per evitare che l’opposizione possa avere il tempo necessario per chiedere la riforma della legge elettorale, Vućić firmerà lo scioglimento anticipato del Parlamento indicendo le elezioni politiche per la primavera dell’anno prossimo. In tale modo dovrebbe riuscire a contenere il crescente malumore della piazza e guadagnare qualche mese per trovare un’improbabile soluzione nazionale per la questione kosovara. Il presidente serbo sa bene d’essere debitore all’Occidente per il suo potere e per l’attuale stabilità del Paese. Da lui ci si aspettava il riconoscimento del Kosovo. Passato il periodo dell’obamismo passivo e vista l’incapacità dell’Ue, il dipartimento di Stato americano ha deciso che i Balcani ritornano ad essere una priorità geopolitica e che Vućić potrebbe essere una pedina sacrificabile.

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