- Lo zar nella inedita veste di mediatore di pace nel conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh. Sono stati riaffermati gli accordi siglati appena due anni fa, ma con un occhio di riguardo per l’influenza turca nella regione.
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Lo speciale contiene due articoli
Se il fronte ucraino è ancora aperto, Mosca è riuscita perlomeno a chiudere temporaneamente il fronte caucasico. Nell’annosa disputa territoriale del Nagorno Karabakh, che vede contrapposte Armenia e Azerbaigian, Putin ha vestito i panni del paciere, ottenendo il massimo risultato attualmente conseguibile: la cessazione di ogni ostilità armata tra Erevan e Baku. Nella città russa di Sochi, situata appunto nel Caucaso, è infatti andato in scena il vertice trilaterale che ha visto Putin agire da mediatore tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev.
«Il trattato di pace non è ancora arrivato», ha specificato il presidente russo, «ed è prematuro parlare qui dei suoi elementi fondamentali, perché è ancora oggetto di compromessi, che dovrebbero essere raggiunti da entrambe le parti con la mediazione di altri Paesi, compresa la Russia, se entrambe le parti contraenti lo vogliono». In sostanza, Putin è riuscito a gettare acqua sul fuoco in uno scenario molto complicato, con le braci di un conflitto che covano da decenni sotto la cenere di brevi tregue e accordi piuttosto precari. Un conflitto, quello tra Armenia e Azerbaigian, iniziato in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, poi sopito, ma che è divampato nuovamente nel 2020, causando migliaia di morti e facendo ripiombare la regione nell’instabilità e nell’incertezza.
Ora, con l’incontro di Sochi, il presidente russo ha riaffermato i termini dell’accordo di pace siglato appena due anni fa. Eppure, questa mediazione russa non era bastata. Lo scorso 13 settembre, la tregua è stata rotta e le ostilità hanno causato diversi morti da ambo le parti. Anche se, da un punto di vista militare, l’avanzata azera è arrivata piuttosto in profondità, andando a minacciare il cuore stesso della sovranità armena.
Insomma, con il vertice trilaterale di Sochi, Putin è riuscito tutt’al più a mettere la proverbiale toppa a un buco che rischiava di diventare voragine. Dopotutto, in ballo c’è nientemeno che il Caucaso, ossia una regione strategica per Mosca che, peraltro, rappresenta il suo «estero vicino». Una regione in cui la Russia è stata per decenni attore geopolitico solitario, ma che negli ultimi anni ha visto la prepotente ascesa della Turchia, che anche in questo scenario è riuscita a scalare posizioni con pazienza e intelligenza.
Questo conflitto tra Armenia e Azerbaigian affonda le sue radici in una disputa secolare. Ma a peggiorare le cose è stata senz’altro la politica sovietica che, anche in questo caso, ha ridisegnato la mappa geopolitica dell’area infischiandosene della sua storia etnoculturale. Anzi, proprio per evitare l’insorgere di nazionalismi localistici, Stalin non si è fatto scrupoli a spostare confini e a mischiare popolazioni differenti.
Il «giardino nero» del Nagorno Karabakh (Artsakh in armeno) è una regione montuosa del Caucaso meridionale che fa parte della storia armena da tempo immemore. Anzi, per Erevan, rappresenta il simbolo stesso della propria indipendenza: l’Artsakh, infatti, è l’unica regione che non venne incorporata nell’impero persiano – cosa che lo rende il fulcro identitario della nazione armena.
Proprio per la sua storia e la sua conformazione etnica (maggioranza schiacciante della popolazione armena), in seguito alla rivoluzione del 1917 il Partito comunista russo accorpò la regione alla Repubblica socialista sovietica di Armenia. Scenario completamente ribaltato da Stalin, appunto, che la trasferì nei domini controllati da Baku, pur conferendole uno statuto autonomo. Le radici del conflitto scoppiato tra il 1992 e il 1994 sono da rintracciare esattamente in questo tornante decisivo per la storia dell’area caucasica.
Ma se quello del Nagorno Karabakh è stato per anni un conflitto locale che non ha mai suscitato l’interesse delle grandi potenze, oggi la situazione è cambiata. Gli azeri, vicini agli Stati Uniti e affini a livello etnoreligioso alla Turchia, sono diventati per Ankara alleati strategici. L’Azerbaigian, infatti, rappresenta per Erdogan la chiave che gli può aprire la porta verso il mar Caspio.
Sfruttando i suoi ricchi giacimenti di petrolio, dopo l’implosione dell’Urss Baku è riuscita anche a ribaltare i rapporti di forza militari nei confronti dell’Armenia, che è invece rimasta nella sfera d’influenza di Mosca. Anche se, a onor del vero, a Putin non è mai andato giù il filoamericanismo del primo ministro Pashinyan. Così si spiegano anche alcune concessioni fatte dalla Russia all’Azerbaigian in sede di trattativa.
Vista la situazione potenzialmente esplosiva, con il vertice di Sochi, Putin ha potuto raffreddare il fronte caucasico proprio ora che il fronte ucraino è diventato incandescente. E lo ha fatto con un occhio di riguardo per la Turchia, evitando cioè di andare a infastidire il «sultano» in una regione, quella del Caucaso, che da giardino di casa di Mosca sta diventando sempre più un condominio con Ankara. Benché ambiguo e doppiogiochista, Erdogan rimane comunque la cosa più simile a un amico che sia rimasta a Putin in Occidente.
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