- Il secondo round del negoziato si chiude con una mossa in favore della popolazione e l’impegno a sedersi al tavolo per una terza volta. Ma Vladimir Putin è duro: «Stiamo combattendo i neonazisti». Mosca e Washington stabiliscono una linea rossa come nella guerra fredda.
- Il francese tenta il dialogo con il leader russo, che però insiste: «Andremo fino in fondo».
Lo speciale contiene due articoli
Il tentativo di disgelo diplomatico tra Ucraina e Russia ha fatto un timidissimo passo avanti. La seconda tornata di negoziati – tenutasi ieri a Brest tra la delegazione di Kiev e quella di Mosca si è conclusa con un piccolo spiraglio di ottimismo. Sebbene i risultati nel complesso si siano rivelati inferiori alle aspettative, le due parti hanno raggiunto un accordo sui corridoi umanitari per l’evacuazione dei civili e hanno stabilito di tenere un terzo colloquio negoziale all’inizio della prossima settimana. «Le parti hanno raggiunto un’intesa per fornire congiuntamente corridoi umanitari per l’evacuazione dei civili e la consegna di farmaci e cibo nelle aree dei più aspri combattimenti con la possibilità – sottolineo – di un cessate il fuoco temporaneo per la durata dell’evacuazione nei settori in cui avviene», ha detto il negoziatore ucraino, Mykhailo Podolyak. «I ministeri della difesa russo e ucraino hanno concordato di fornire corridoi umanitari per i civili e un possibile cessate il fuoco temporaneo nelle aree in cui è in corso l’evacuazione», ha confermato il negoziatore russo, Vladimir Medinsky.
Nelle stesse ore in cui si tenevano i negoziati, Volodymyr Zelensky, ha chiesto trattative dirette con Vladimir Putin, definendole «l’unico modo per fermare la guerra». «Non stiamo attaccando la Russia e non abbiamo intenzione di attaccarla. Cosa vuoi da noi? Lascia la nostra terra», ha detto. «Siediti con me. Soltanto non a 30 metri», ha proseguito, rivolgendosi al leader del Cremlino e riferendosi al lungo tavolo usato alcune settimane fa a Mosca da Putin ed Emmanuel Macron.
Mentre la Casa Bianca ha ribadito che non sono in programma colloqui tra Joe Biden e il leader russo, il Pentagono e il ministero della Difesa di Mosca hanno attivato una linea di comunicazione, per evitare «errori di calcolo, incidenti militari ed escalation». Ieri si è poi tenuta una telefonata piuttosto tesa tra il capo del Cremlino e l’inquilino dell’Eliseo. Nell’occasione, il presidente russo ha detto di essere intenzionato a tirare dritto, sostenendo di voler procedere alla «denazificazione dell’Ucraina» e non risparmiando delle stoccate agli occidentali. Parlando successivamente, Putin ha anche dichiarato che «formazioni nazionaliste e neonaziste, che includono anche mercenari stranieri, anche dal Medio Oriente, stanno usando i civili come scudi umani». In tutto questo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha ribadito gli obiettivi di Mosca nei negoziati: obiettivi che resterebbero per ora principalmente la demilitarizzazione e la neutralità dell’Ucraina.
Il punto è che, come abbiamo già sottolineato nei giorni scorsi, è ben difficile che Kiev possa accettare una demilitarizzazione, così come un altro aspetto controverso risiede nel concetto di neutralità, invocato dai russi. Che cosa s’intende per neutralità? Un’equidistanza integrale tra Mosca e l’Occidente oppure una finlandizzazione, cioè un’Ucraina di fatto nell’orbita russa? Uno scenario, quest’ultimo, che il governo ucraino considera inammissibile. Così come inammissibile è, dall’altra parte, per Mosca la richiesta, formulata lunedì da Zelensky, di un ingresso dell’Ucraina nell’Ue.
È probabile ritenere che le richieste «massimaliste» di entrambe le parti possano essere considerate come i punti di partenza delle trattative in corso: delle bandierine, cioè, da cui prendere le mosse, per cercare poi un compromesso. Non è tuttavia chiaro a che punto siano in concreto i negoziati. Certo, quello di ieri è un mezzo passo avanti: si tratta tuttavia di un progresso minimo, anche perché pare proprio che le aspettative fossero più alte. In tutto questo, non trascuriamo che le forze russe sono alle porte di Kiev (e ieri sera si segnalavano movimenti al confine tra Ucraina e Kazakhistan).
Probabilmente Putin vuole far leva proprio su questo fattore, per aumentare la pressione sui negoziati. Ma se i negoziati continuassero a prolungarsi o dovessero naufragare, a finire sempre più sotto pressione potrebbe essere proprio il presidente russo, che si troverebbe davanti a un bivio: o ritirarsi o cercare di penetrare nella capitale. Messo davanti al primo scenario, Putin temerebbe di perdere la faccia. Tuttavia – qualora scegliesse la seconda opzione – rischierebbe di impantanarsi in una guerriglia urbana.
Le ripercussioni internazionali intanto non si arrestano. Ieri, l’Arabia Saudita si è offerta come mediatrice nella crisi. Un gesto forse tutt’altro che disinteressato. In un primo momento, Riad aveva assunto una posizione piuttosto ambigua, poi – due giorni fa – ha votato all’Onu la storica risoluzione di condanna dell’invasione russa. Il fatto che ieri si sia tuttavia proposta come paciere dimostra che, alla prova dei fatti, i sauditi non abbiano troppa intenzione di voltare le spalle a Mosca, con cui, soprattutto negli ultimi anni, hanno stretto significativi rapporti.
Del resto, anche la mediazione cinese è tutt’altro che disinteressata. Pechino si è astenuta sulla risoluzione dell’Onu e ha fatto sapere che non appoggerà le sanzioni finanziarie alla Russia. Il Dragone spera che, con la crisi ucraina, si allenti l’attenzione americana sull’Indo-Pacifico: un fattore che gli consentirebbe un più ampio margine di manovra su Taiwan. Non solo: Pechino sa che la crisi politica in corso con l’Occidente spingerà sempre più la Russia all’interno della propria orbita e punta probabilmente a sfruttare le mosse revisionistiche di Mosca, per picconare l’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra Fredda e marginalizzare così gli Stati Uniti. Washington e Bruxelles devono quindi fare attenzione.
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