Secondo un nuovo rapporto congiunto della Banca mondiale, delle Nazioni unite e della Commissione europea che è stato pubblicato lo scorso 22 febbraio, il costo della ricostruzione dell’Ucraina ammonterà a circa 486 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni. Si tratta di un aumento di 75 miliardi di dollari rispetto alle stime del 2023 ma le cifre lieviteranno ancora visto che il conflitto è in corso, tanto che si arriverà ai famosi 750 miliardi di dollari previsti dalla stima del 2022. Fino ad oggi i danni diretti provocati dalla guerra hanno quasi raggiunto i 152 miliardi di dollari. Queste perdite comprendono circa due milioni di unità abitative distrutte o danneggiate, pari al 10% del patrimonio immobiliare ucraino. Inoltre, sono state danneggiate infrastrutture vitali, 8.400 km di autostrade e strade principali, insieme a quasi 300 ponti e mentre scriviamo altre strutture crollano sotto le bombe russe. Solo per il 2024, le autorità ucraine stimano che il Paese avrà bisogno di circa 14 miliardi di euro per affrontare le priorità immediate. Queste includono il sostegno alle imprese, il ripristino degli alloggi e delle infrastrutture distrutte dai raid di Mosca, oltre alla fornitura di servizi essenziali come il riscaldamento. Al momento i partner internazionali di Kiev hanno garantito una copertura di 5,1 miliardi, lasciando ancora quasi 9 miliardi da finanziare.
La conferenza di Lugano del 4-5 luglio 2022, che è stata senza dubbio la più interessante per contenuti tra quelle che si sono svolte fin qui, ha tracciato molte delle linee programmatiche andranno seguite nel corso della futura ricostruzione. Secondo quanto emerso dai lavori della conferenza la principale fonte di questi fondi dovrebbe arrivare dai beni confiscati alla Federazione russa e agli oligarchi russi che «sono stimati tra i 300 e i 500 miliardi di dollari»; mentre altro denaro si dovrebbe ricavare dai prestiti agevolati delle organizzazioni finanziarie internazionali, dai Paesi amici e dagli investimenti del settore privato ucraino. A Lugano si è anche stabilito chi ricostruirà l’Ucraina con una precisa suddivisione delle aree del Paese. Ad esempio, sarà l’Irlanda a occuparsi della Regione di Rivne, la Germania di quella di Chernihiv, il Canada di quella di Sumy, la «strana coppia» Turchia e Stati Uniti sarà a Kharkiv, mentre Repubblica Ceca e Finlandia nel Luhansk, il Belgio in quella di Mykolayiv, Svezia e Paesi Bassi avranno quella di Kherson. La Svizzera si occuperà della Regione di Odessa, ma la città di Odessa è destinata alla Francia. Infine, i norvegesi saranno nella regione di Kirovohrad e gli austriaci saranno impegnati nella regione di Zaporizhzhya. All’Italia è toccata in coabitazione con la Polonia la regione di Donetsk che è in mano ai russi dal 2014 e che Vladimir Putin intende conquistare del tutto entro quest’estate. Gli Usa e la Gran Bretagna come sempre giocano la partita su altri tavoli e faranno la parte del leone ovunque, per esempio nella ricostruzione del nuovo esercito ucraino.
Chi negli ultimi mesi ha dato segnali tangibili di scontento è la Francia di Emmanuel Macron che il 13 dicembre 2022 ha firmato con l’Ucraina quattro accordi per un valore di oltre 530 milioni di euro. Ma fin dall’inizio l’Eliseo non è rimasto soddisfatto di come è stata fatta la ripartizione della «torta ricostruzione» ucraina e lo ha manifestato più volte seppur lontano dai riflettori, anche perché le grandi aziende transalpine si sono fatte sentire. Così Macron che lo scorso 16 febbraio ha siglato un «Accordo di cooperazione in materia di sicurezza tra Francia e Ucraina», ha iniziato una stagione di interventismo verbale sul conflitto russo-ucraino declinata in due fasi: interventi quasi quotidiani sul conflitto dove è arrivato a parlare persino del possibile invio di soldati europei, mentre sull’altro fronte ha fatto muovere la poderosa macchina diplomatica francese che è abilissima quando si tratta di difendere gli interessi della République e noi italiani lo sappiamo molto bene. Quindi sono state predisposte missioni diplomatiche a Kiev, conferenze come quella di ieri organizzata dal prestigioso think tank Institut français des relations internationales e intitolata «Forum France Ukraine 2024», alla quale abbiamo partecipato. Tra gli ospiti del Forum parigino c’erano Dmitrj Kuleba, ministro degli Esteri dell’Ucraina e Jean-Noël Barrot, segretario di Stato per gli Affari europei della Francia. Non è stata detta una sola parola sulla ricostruzione ma sono stati creati panel quali il «Grande accordo euroatlantico per l’Ucraina: prospettive per l’adesione all’Ue e alla Nato»; «Esercito, élite, società: si può spezzare la “sacra unione”?»; oppure «Come può vincere la guerra di logoramento dell’Ucraina?». Attenzione perché in ogni panel gli esperti francesi hanno rimarcato ai loro ospiti ucraini quanto la Francia continuerà a sostenere lo sforzo bellico e tutte le istanze di Kiev in materia Ue e Nato, ma sempre col sottinteso «vogliamo contare di più».
L’operazione costruita da Macron fin dal giorno successivo alla conferenza di Lugano ha già fatto la prima vittima: la Germania, che si ritroverà Expertise France, l’agenzia francese di cooperazione tecnica internazionale, con status di istituzione pubblica sotto la supervisione congiunta del ministero dell’Europa e degli affari Esteri e dei ministeri dell’Economia e delle Finanze e della Sovranità industriale e digitale nella regione di Chernihiv «nel quadro dell’assistenza tecnica in termini di revisione e stesura di documenti e piani strategici». L’impressione che traiamo dalla conferenza di ieri è che i francesi siano solo all’inizio. E c’è poco da arrabbiarsi. Chapeau e che, in termini di cura dei propri interessi, ci serva da lezione.
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