L’occasione per un’intesa Usa-Russia
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Il Consiglio di sicurezza Onu può fermare i procedimenti dell’Aia. Fine comune di Mosca e Stati Uniti, che potrebbero accordarsi per revocare le sentenze su Benjamin Netanyahu e lo zar.

Gli Usa «rifiutano categoricamente» – come si legge nel comunicato ufficiale del portavoce della Casa bianca – la decisione della Cpi (Corte penale internazionale) di emettere mandato di arresto nei confronti del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e dell’ex ministro della difesa, Yoav Gallant, per veri o presunti crimini di guerra commessi contro la popolazione civile di Gaza; decisione che già in precedenza il presidente Joe Biden aveva addirittura definito «scandalosa ». E, per una volta tanto, su tale posizione sembra potersi registrare un pieno sostegno «bipartisan», dal momento che, anche da parte repubblicana, il provvedimento in questione è stato accolto con decisa contrarietà.

Prescindendo, però, da ogni valutazione di carattere politico, vi è subito da dire che l’eventualità di un «ritiro» del mandato d’arresto appare di assai difficile realizzazione, stando, almeno, a quanto dispone lo Statuto della Cpi. Esso, infatti, non prevede alcuna possibilità di impugnazione del mandato d’arresto o di una sua revoca per fatti sopravvenuti che, comunque, siano portati a conoscenza della Corte, come è invece previsto, in vario modo, per i normali procedimenti penali, secondo gli ordinamenti vigenti, oltre che in Italia, anche nel resto dell’Europa ed in numerosi paesi di altre parti del mondo. È soltanto previsto, all’art. 58, comma 4, che «Il mandato d’arresto rimane in vigore fino a quando la Corte non abbia deciso diversamente», senza che risulti in alcun modo chiarito a quali condizioni ciò possa avvenire. Appare chiaro, peraltro, che la norma non sia interpretabile se non nel senso che il mandato possa essere revocato solo dopo che l’accusato sia comparso davanti alla Corte, essendo questa la sua principale, dichiarata finalità, atteso che il processo, in base all’art. 63 dello Statuto, può essere celebrato solo a condizione che la presenza dell’accusato sia stata assicurata.

Dovendosi, quindi, ritenere esclusa, in assenza di tale condizione, la revocabilità del mandato, rimarrebbe, tuttavia, una diversa via d’uscita: quella, cioè, offerta dall’art. 16 dello Statuto, in cui si stabilisce che: «Nessuna indagine e nessun procedimento penale possono essere iniziati o proseguiti ai sensi del presente Statuto per il periodo di 12 mesi successivo alla data in cui il Consiglio di Sicurezza, con risoluzione adottata ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, ne abbia fatto richiesta alla Corte; tale richiesta può essere rinnovata dal Consiglio con le stesse modalità».

Ad una tale richiesta, come chiaramente risulta dal testuale tenore della norma ora riportata, non è previsto che la Cpi possa in alcun modo opporre rifiuto. In sostanza, quindi, è nelle mani del Consiglio di sicurezza dell’Onu il potere, assoluto e insindacabile, di impedire o far rinviare, a tempo indeterminato ogni e qualsiasi indagine o procedimento per reati di competenza della Cpi e, quindi, anche l’emanazione o (quando questa sia avvenuta) l’esecuzione di mandati d’arresto.

Ora, la Cpi, com’è noto, ha emesso, il 17 marzo 2023, anche nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, un mandato d’arresto, ritenuto, ovviamente, dalla Russia, del tutto privo di valore, anche perché essa, al pari degli Usa e di altri «giganti» mondiali, quali la Cina e l’India, non ha aderito al trattato in base al quale la Cpi è stata istituita. Si verifica, quindi, la singolare e inaspettata situazione per cui Russia e Usa avrebbero ora un convergente interesse a porre nel nulla le decisioni della Cpi che, rispettivamente, li riguardano.

Il che facilmente potrebbero fare, nella loro qualità di membri permanenti del Consiglio di sicurezza, attesa la estrema improbabilità che taluno degli altri membri permanenti (Cina, Francia e Gran Bretagna) decidesse di avvalersi del diritto di veto. Inutile dire che una tale prospettiva, finché dura in carica il presidente Biden, è del tutto irrealistica, essendosi più che abbondantemente dimostrato che, per l’attuale amministrazione Usa, al di sopra di qualsiasi altro interesse (ivi compreso quello a sostenere in ogni modo Israele contro i suoi nemici) vi è quello di mantenere al calor bianco il livello di contrasto con la Russia, evitando, quindi, ogni iniziativa che possa dare anche la sola impressione di volerlo abbassare.

Le cose dovrebbero però cambiare, una volta che, il 20 gennaio 2025, Donald Trump abbia assunto le funzioni presidenziali e la precedente amministrazione non sia, fino a quel momento, riuscita a far scoppiare la terza guerra mondiale. Non sembra dubbio, infatti, che se il nuovo presidente volesse tener fede all’impegno pubblicamente assunto di dedicare subito ogni sua energia all’obiettivo di far comunque cessare la guerra Russia-Ucraina, non vi sarebbe nulla di meglio, tanto per cominciare, che togliere di mezzo, nel modo che si è detto, la pietra d’inciampo costituita dal mandato d’arresto a carico del presidente russo.

Esso, infatti, altro non è che una vera e propria spada di Damocle che soltanto in nome di un ottuso legalismo giustizialista (a non voler pensare altro) si è voluta far pendere sulla testa di Putin, a dispetto del vero interesse dell’umanità (cominciando dalla parte di essa costituita dalla popolazione dell’Ucraina), che sarebbe quello di spianare il più possibile la strada che porterebbe alla pace.

Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di cassazione

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