Merz va a trattare sui dazi. Ma i numeri danno ragione alla linea della Casa Bianca
Friederich Merz e Donald Trump (Getty)
  • Il cancelliere a Washington sviolina Donald Trump: «Solo lui può chiudere la guerra nell’Est». I primi dati sulle tariffe premiano l’amministrazione: deficit commerciale giù del 55%.
  • Pechino insiste: riduciamo la tensione. Il tycoon: «Felice di accogliere studenti cinesi».

Lo speciale contiene due articoli

I rapporti tra Donald Trump e la Germania non sono mai stati idilliaci. Nel 2017, all’inizio del suo primo mandato, il tycoon si rifiutò di stringere la mano ad Angela Merkel, lasciandola impietrita di fronte ai fotografi. Allora come oggi, del resto, i trumpiani rinfacciavano alla cancelliera le politiche economiche di Berlino: al tempo si parlava soprattutto dei surplus commerciali abnormi della Germania, messi nel mirino – almeno a parole – dalla stessa Bruxelles, in quanto simbolo di concorrenza sleale. E oggi, a pochi mesi dal suo secondo insediamento a Washington, Trump è passato dalle parole ai fatti, varando i tanto temuti dazi, che colpiscono Berlino dove fa più male: nel portafoglio.

Se la Merkel si era presentata alla Casa Bianca dopo aver fustigato il candidato repubblicano nella campagna elettorale contro Hillary Clinton, Friedrich Merz è atterrato ieri nella capitale statunitense con credenziali non certo migliori. L’anno scorso, per esempio, affermò pubblicamente di preferire la vittoria di Kamala Harris e, sempre nella stessa occasione, confermò senza indugi ciò che aveva detto di Trump dopo i disordini di Capitol Hill. E cioè che il tycoon sarebbe «un grande e serio pericolo per la democrazia».

Le tensioni della vigilia, peraltro, sono aumentate non appena la Casa Bianca ha informato lo staff di Merz di un piccolo ma significativo cambio di programma: la discussione tra i due leader a porte chiuse è stata cancellata poche ore prima dell’arrivo del cancelliere tedesco. Il confronto, insomma, sarebbe avvenuto direttamente nello Studio ovale, di fronte alle telecamere. «Mercoledì sera», ha spiegato il New York Times, «i collaboratori di Trump hanno organizzato una sorpresa: hanno spostato la riunione nello Studio ovale all’inizio della visita, prima del pranzo di lavoro. I funzionari tedeschi si aspettavano che il pranzo si svolgesse prima, come un’occasione per i leader di risolvere eventuali divergenze in privato prima delle riprese». Di qui la preoccupazione di un altro «agguato» di Trump, dopo quelli che il tycoon ha riservato a Volodymyr Zelensky e al sudafricano Cyril Ramaphosa. Se a tutto ciò aggiungiamo le recenti bordate lanciate da JD Vance e Marco Rubio contro l’intera élite politica tedesca, è chiaro che l’incontro di ieri appariva molto delicato. A maggior ragione se, come aveva annunciato la cancelleria tramite canali ufficiosi, Merz aveva tutta l’intenzione di non fare la figura del «mendicante».

I dossier sul tavolo dello Studio ovale, d’altronde, erano tutt’altro che banali. Il primo riguardava le spese militari, storico motivo d’attrito tra Washington e Berlino. Eppure, è proprio qui che Merz – come dicono gli anglofoni – aveva fatto i compiti a casa: il neocancelliere ha già fatto tutti i passi necessari, promettendo investimenti per il 5% del Pil tedesco tra produzione bellica (3,5%) e infrastrutture legate alla difesa (1,5%), raggiungendo così il 5% preteso da Trump. Al quale il cristiano-democratico ha pure riservato una sviolinata: è lui la «persona chiave», ha detto, che può far finire la guerra in Ucraina. Secondo dossier: i dazi imposti da Washington, con Merz che si è presentato alla Casa Bianca in veste da pompiere, dato l’enorme volume di esportazioni tedesche che attraversano l’Atlantico. Terzo dossier: la guerra in Ucraina, che vede Trump in cerca di un’intesa con Vladimir Putin e Merz portavoce dei «volenterosi».

Malgrado queste tensioni, il confronto tra i due è iniziato in maniera distesa, con il tycoon che ha concesso una lunga stretta di mano al cancelliere, scacciando così gli spettri merkeliani. Accolto nello Studio ovale, poi, Merz ha consegnato in dono a Trump (che ha origini tedesche) il certificato di nascita Frederick Trump, il nonno del presidente degli Stati Uniti emigrato nel Nuovo mondo nel 1885. Il tycoon non solo ha gradito, ma ha anche lusingato il cancelliere lodando il suo ottimo inglese.

Terminati i convenevoli, si è quindi passati alle domande dei giornalisti. Che, all’inizio, hanno riguardato prevalentemente la politica interna americana, il rapporto di Trump con Elon Musk e le trattative con la Russia. Alla fine, ha parlato soprattutto il leader repubblicano, con Merz che ha avuto poche occasioni per intervenire veramente nella discussione. Il che non è stato forse un male, viste le premesse della sua visita e i timori di un agguato da parte di Trump.

In maniera piuttosto sorprendente, l’ultima domanda della stampa ha riguardato le eventuali sanzioni degli Stati Uniti alla Russia, con il presidente che si è limitato a definire «molto duro» il piano elaborato dal senatore repubblicano Lindsey Graham. In pratica, è stata completamente elusa la delicata questione dei dazi. Il nome di Graham, tuttavia, un qualche collegamento con le tariffe ce l’ha eccome. In una recente intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il senatore aveva pubblicamente suggerito a Merz, in vista dell’incontro di ieri, di assecondare Trump sulle spese militari e, per quanto concerne i dazi, di assicurare al presidente americano «che la Germania è disposta a pagare; che l’Europa è disposta a sopportare un po’ di sofferenze».

Insomma, per Merz non sarà semplice convincere Trump a fare qualche passo indietro su una tematica così strategica per il suo secondo mandato. Anche perché ieri sono arrivati alla Casa Bianca i primi dati ufficiali sugli effetti della nuova politica tariffaria. Da aprile a oggi, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti è passato dal record negativo di marzo, ossia 140,5 miliardi di dollari, agli attuali 61,6 miliardi. Il disavanzo, in pratica, si è più che dimezzato (-55%). Trump può sorridere. Merz, probabilmente, no.

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