• L’ayatollah ordina lo stop alle trattative con gli Usa per salvare l’accordo sul nucleare e punta tutto sull’Ue. Ma il presidente della Banca europea per gli investimenti avverte: rischiamo di perdere affari con Washington. Roma deve svoltare dopo gli anni dei governi Renzi e Gentiloni, sostenitori di trattative con le imprese di Teheran, anche a rischio di finanziare indirettamente il terrorismo.
  • Scricchiolii nelle gerarchie del regime. Crescono le proteste per l’emergenza idrica nel Paese, che asseta oltre 300 città, e per la corruzione e la disoccupazione.

Lo speciale contiene due articoli

Prima notizia. La guida suprema iraniana Ali Khamenei ha parlato, e – come sanno bene a Teheran – le parole di Khamenei non sono consigli, ma ordini. «È inutile trattare con gli Stati Uniti, bisogna proseguire il negoziato con gli europei», ha detto rivolgendosi agli ambasciatori e ai diplomatici del suo Paese. In altre parole, con realismo, Khamenei ha capito che il presidente americano Donald Trump non si smuoverà dal suo attacco frontale al patto nucleare (dal quale si è ufficialmente ritirato circa un mese fa), e che a Teheran conviene cercare un punto di minor resistenza in Europa. Non dimentichiamo che la Francia ha apparecchiato da tempo grandi affari con l’Iran: stabilimenti Renault, forniture Airbus, giacimenti di gas Total. Anche i tedeschi si sono mossi, ma hanno per primi preso atto della durezza di Trump. Parigi, invece, sembra ancora voler insistere, nonostante le recenti sanzioni monstre (9 miliardi e mezzo di dollari) per i rapporti di Bnp in Iran (oltre che in Sudan e a Cuba).

Seconda notizia. Werner Hoyer, il presidente della Banca europea per gli investimenti, ha clamorosamente fermato i motori europei, ammettendo che un’eventuale insistenza europea nelle relazioni con Teheran dopo la mossa di Washington metterebbe complessivamente a rischio la strategia commerciale europea. «L’Iran è un luogo dove non possiamo giocare un ruolo attivo», ha ammesso Hoyer, pur ribadendo di aver sostenuto lo sforzo politico dei leader europei per tenere vivo il cosiddetto Iran deal. Il punto è fin troppo chiaro: qualunque accordo con Teheran, a questo punto, ridurrebbe a zero la possibilità di raccogliere investimenti e risorse negli Usa, conducendo la Bei alla paralisi.

Davanti a questi due fatti, resta un interrogativo: che farà l’Italia? Non va dimenticato che tra poco più di una settimana, il 30 luglio prossimo, il primo ministro Giuseppe Conte incontrerà a Washington il presidente Trump, cioè il più convinto avversario dell’Iran deal e sostenitore di una strategia di isolamento totale del regime di Teheran. Infatti, Trump ha alzato un muro davanti alla cancelliera tedesca Angela Merkel e soprattutto al presidente francese Emmanuel Macron che gli chiedevano di alleggerire la sua posizione verso l’Iran, e – per tutta risposta – ha addirittura appesantito le sanzioni nei confronti dei paesi alleati «colti» a trafficare con gli ayatollah. Non è realistico (e meno che mai auspicabile) che sia Conte a sfidare Trump su questo terreno.

Davanti a questo scenario, le scelte dei governi di Matteo Renzi (prima) e di Paolo Gentiloni (poi) appaiono letteralmente surreali. Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, arrivò a patrocinare una fiera di amicizia Italia-Iran; vi furono svariate missioni governative per incoraggiare le relazioni commerciali Roma-Teheran; e l’attivismo (sia da parte delle imprese pubbliche e parapubbliche, sia da parte governativa per stimolare le imprese private) fu frenetico. Già solo sul lato privato, l’azzardo era notevolissimo. Intendiamoci: era perfettamente logico che aziende private cercassero di aprirsi le porte di un grande mercato. Ma è stato pericoloso e irresponsabile che il governo di allora non abbia tempestivamente chiarito i rischi.

Il punto era (e sarebbe essere ancora oggi): che accade se una Corte non italiana (per esempio, una Corte statunitense, anche di un singolo Stato americano) accerta che i proventi di una trattativa sono stati utilizzati da Teheran per sostenere la filiera del terrore, anche indirettamente? Dimostrarlo è un gioco da ragazzi, nel momento in cui mezza economia iraniana è controllata dai pasdaran. Morale: anche se un’impresa italiana si comporta in modo correttissimo, è quasi matematico che vada incontro a brutte sorprese, con sanzioni pesantissime irrogabili dalle Corti statunitensi e nessuna esenzione o scarico di responsabilità possibile a favore di amministratori e manager. Il problema esisteva anche in fase pre Trump: alla vigilia di Natale del 2016, il Financial Times rese nota una multa americana da oltre 200 milioni di dollari a carico di Banca Intesa per transazioni riguardanti l’Iran. Seguirono interrogazioni parlamentari in Italia, e il governo Gentiloni fu costretto ad ammettere che la notizia era fondata. Figuriamoci ora, con un Trump che ha fatto di questo tema un punto qualificante della sua politica estera, facendo scattare nuove e ulteriori specifiche sanzioni.

A maggior ragione, risulta autolesionista ai limiti del masochismo l’ultima scelta del governo Gentiloni, nella legge di stabilità approvata prima del voto del 4 marzo. In quel caso, si trattava di uno strumento pensato per le imprese di stato: attraverso il veicolo Invitalia, il governo decise di usare soldi pubblici come garanzia per gli affari a rischio con gli Stati considerati sponsor del terrore e dell’integralismo islamista, a partire dall’Iran (peraltro, traendo le risorse dal fondo per l’imprenditoria giovanile). Alla luce degli ultimi sviluppi, sono tutti strumenti che possono scottare e costare carissimo: per le imprese pubbliche, in termini di uso a dir poco rischioso dei soldi dei contribuenti; per quelle private, per il pericolo di accuse di money laundering e transactions involving Iran. Delle due l’una, quindi: o, come ha di fatto suggerito la Bei, tutto questo apparato normativo (e finanziario) viene rimesso in garage, oppure l’Italia (imprese private e aziende pubbliche) rischia grosso.


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