- Per la prima volta l’Alleanza punta il dito contro le ambizioni militari dei cinesi. E condanna le repressioni e il controllo sociale attraverso la tecnologia. Ieri vertice cordiale tra Recep Erdogan e l’inquilino della Casa Bianca.
- Il presidente ha confuso Libia e Siria ed è apparso stanco. Donald Trump torna all’attacco.
Lo speciale contiene due articoli.
La Nato inizia a fare sul serio con la Cina. Nel summit tenutosi ieri a Bruxelles, l’Alleanza atlantica ha, per la prima volta, messo nel mirino le ambizioni militari del Dragone. «La Cina», si legge nel comunicato finale, «sta rapidamente espandendo il suo arsenale nucleare con più testate […]. È opaca nell’attuazione della sua modernizzazione militare e della sua strategia di fusione militare civile pubblicamente dichiarata. Sta inoltre cooperando militarmente con la Russia, anche attraverso la partecipazione a esercitazioni russe nell’area euroatlantica. Restiamo preoccupati per la frequente mancanza di trasparenza e l’uso della disinformazione da parte della Cina».
Parole dure nei confronti di Pechino erano del resto state pronunciate poco prima dallo stesso Jens Stoltenberg. Pur avendo escluso una «guerra fredda» con la Repubblica popolare, il segretario generale dell’Alleanza atlantica aveva infatti rimarcato che il Dragone «non condivide i nostri valori». «Vediamo», aveva dichiarato, «come reprime le proteste democratiche a Hong Kong e perseguita anche le minoranze nel proprio Paese e utilizza la tecnologia moderna, i social media, il riconoscimento facciale per monitorare e sorvegliare la propria popolazione in un modo che non abbiamo mai visto prima». «Li vediamo nel cyberspazio, vediamo la Cina in Africa, nell’Artico, ma vediamo anche la Cina investire pesantemente nella nostra infrastruttura critica e cercare di controllarla», aveva aggiunto.
Insomma, l’Alleanza atlantica sta guardando con crescente preoccupazione al Dragone, seguendo una tendenza che aveva iniziato a fare capolino già nel corso del summit Nato di Londra, tenutosi nel dicembre del 2019. Certo: alcuni dei Paesi membri della Nato intrattengono stretti legami commerciali con Pechino (a partire dalla Germania). E questo spiega l’uso, da parte di Stoltenberg, di toni non troppo bellicosi nei confronti del Dragone. Ma un mutamento comunque c’è. Ed è sostanziale: una svolta che è stata colta ieri da Mario Draghi, il quale ha connesso il dossier cinese (e quindi l’allineamento italiano a Washington) con gli interessi mediterranei del nostro Paese (a partire probabilmente dalla Libia). «La deterrenza e la posizione di difesa della Nato devono essere attuate attraverso un approccio ad ampio spettro», ha dichiarato. «Dovremmo guardare», ha aggiunto, «a tutte le direzioni strategiche, dalla regione indopacifica a un focus costante sull’instabilità della regione mediterranea».
Ma il summit di ieri non si è fermato alla Cina. Una linea più dura è stata avanzata per la Russia, individuata come un «pericolo per la sicurezza euroatlantica». «La Russia», si legge nel comunicato, «continua a usare una retorica nucleare aggressiva e irresponsabile». In particolare, i dossier più problematici nei rapporti tra Nato e Mosca si sono rivelati quello ucraino e quello bielorusso. L’Alleanza ha ribadito di sostenere l’integrità territoriale dell’Ucraina e ha condannato il recente ammassamento di truppe russe al confine orientale del Paese. Stoltenberg ha inoltre dichiarato che Mosca non abbia il diritto di porre veti su un eventuale ingresso di Kiev nella Nato. Non sono comunque mancati dei malumori da parte ucraina. Sebbene venerdì il Pentagono avesse annunciato 150 milioni di dollari in assistenza militare a Kiev, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha mostrato ieri irritazione a causa dell’incontro tra Joe Biden e Vladimir Putin, previsto per domani.
Il comunicato della Nato si è poi rivelato significativamente severo nei confronti della Bielorussia. «Le politiche e le azioni della Bielorussia», si legge nel documento, «hanno implicazioni per la stabilità regionale e hanno violato i principi alla base del nostro partenariato. La Nato rimarrà vigile e monitorerà le implicazioni per la sicurezza dell’Alleanza». In particolare, a finire nel mirino è stato il dirottamento aereo dello scorso maggio, che ha portato all’arresto del dissidente Roman Protasevich. Un dossier, quello bielorusso, che evidenzia, una volta di più, le forti divisioni che intercorrono tra la Nato e la Russia: Minsk è infatti saldamente collocata all’interno della sfera d’influenza di Mosca e Putin non ha al momento intenzione di abbandonare Aleksandr Lukashenko.
Insomma, Biden si avvia al faccia a faccia con il capo del Cremlino in una situazione tesa. Non è quindi chiaro che cosa attendersi. Il vertice potrebbe risolversi in un nulla di fatto oppure aprire qualche spazio di cooperazione. Sotto questo aspetto, si può ritenere che Washington stia cercando la sponda di Mosca in riferimento al delicato e spinoso dossier del processo di pace in Afghanistan. E proprio di Afghanistan si parlato ieri al summit Nato: i partecipanti hanno infatti discusso del ritiro definitivo delle truppe americane e dello stesso processo di pace. Non solo: si è anche concordato uno stanziamento di fondi per far sì che l’aeroporto internazionale di Kabul continui a funzionare. L’Afghanistan è insomma uno di quei fronti su cui Biden e Putin potrebbero trovare un’intesa, nonostante l’elevata presenza di attori in gioco (dalla Turchia alla stessa Cina) renda la situazione piuttosto nebulosa (ieri Biden ed Erdogan hanno avuto un colloquio definito «ottimo», ma di cui non sono stati forniti dettagli). Più in generale, bisognerà capire se il presidente americano cercherà di trovare dei punti di contatto con Putin per tentare di sganciare Mosca da Pechino. Un’ipotesi che resta sul tavolo, ma che, come abbiamo visto, si scontra con numerosi dossier divisivi. E che potrebbe costare caro allo stesso Biden in termini di politica interna.
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