- Come negli anni Novanta, gli «studenti coranici» si fingono dialoganti, poi uccidono. Si lavora al presunto «governo inclusivo». L’ex leader Abdul Ghani Baradar fuggito con 169 milioni.
- Versati 36,7 milioni alla Lituania, schiacciata da Minsk con la pressione migratoria.
Lo speciale contiene due pezzi.
«Moderati, un cazzo» diceva nel settembre 2005 Mario Borghezio, allora eurodeputato della Lega, sottolineando l’impegno del Carroccio contro chi in Italia festeggiava per quanto accaduto l’11 settembre di quattro anni prima alle Torri gemelle e inneggiava a Osama Bin Laden, il leader di Al Qaeda. Oggi quell’espressione colorita verrebbe da usarla per rispondere a chi dice che i talebani che stanno per proclamare l’Emirato islamico dell’Afghanistan sono diversi dai loro padri che quel progetto lo realizzarono tra il 1996 e il 2001 sotto la guida del mullah Mohammed Omar.
Per spiegare come le dichiarazioni dei talebani di essere diversi dalla generazione che li ha preceduti possano apparire rassicuranti soltanto a chi ha poca familiarità con la loro storia, Graeme Wood, firma dell’Atlantic e docente di scienze politiche a Yale, ha ricordato sulla celebre rivista americana quanto accaduto un quarto di secolo fa. Conquistata la capitale afghana Kabul, i talebani avevano promesso di non volere vendette. «All’epoca di quella promessa», scrive Wood, «il presidente spodestato, Mohammad Najibullah, non era disponibile per una dichiarazione. I talebani lo avevano castrato e, secondo alcune ricostruzioni, gli avevano infilato i genitali recisi in bocca, e subito dopo è stato appeso a un lampione».
Se si vuole proprio definirli talebani 2.0 bisogna guardare a come si muovono online su app di messaggistica come WhatsApp e Telegram, ma anche sui social media come Facebook, Twitter e Instagram (da cui molte donne afgane si stanno cancellando per timore di ritorsione). Qui riescono sempre, un po’ a sorpresa, a rimanere all’interno delle regole delle piattaforme, come raccontato dal Washington Post ieri. Gli analisti però inviano alla cautela: «Le critiche arriveranno più tardi», ha commentato Emerson Brooking dell’Atlantic Council.
Se però si guarda ai contenuti, ecco che l’immagine appare assai poco moderata. Un messaggio pubblicato sul loro sito in lingua inglese ad aprile non andrebbe fatto leggere a quei mondi, in particolare liberal e non-interventisti, che oggi suggeriscono di aspettare prima di trarre conclusioni: definiva il femminismo «uno strumento coloniale» e sosteneva che esso «attacca l’istituzione della famiglia in una società musulmana incentrata sulla famiglia».
Ma per dubitare della presunta svolta moderata dei talebani è sufficiente dare un’occhiata a quanto accaduto ieri. Per esempio, gli «studenti coranici» nella città di Bamiyan hanno fatto esplodere la statua di Abdul Ali Mazari, ex leader sciita che proprio i loro «padri» avevano fatto prigioniero e poi ucciso negli anni Novanta.
Non solo. Mentre una piccola folla di sostenitori accoglieva il leader politico, il mullah Abdul Ghani Baradar, al suo atterraggio a Kandahar, centinaia di afgani si accampavano all’aeroporto della capitale Kabul nella speranza fuggire all’Emirato: contro di loro i talebani hanno sfoderato armi da fuoco (con colpi sparati in aria), bastoni, corde e oggetti appuntiti. Diversi i feriti.
In diverse città dell’Afghanistan sono andate in scena proteste. A Kabul hanno sfilato alcune donne per rivendicare, a volto scoperto, i loro diritti con in mano cartelli che recitavano un semplice ma eloquente «le donne afgane esistono».
In migliaia, invece, hanno protestato a Jalalabad. Secondo una testimonianza raccolta da Sky TG24, i talebani hanno aperto il fuoco uccidendo almeno 35 persone. Il giornalista locale Babrak Amirzada ha raccontato di essere stato picchiato dagli «studenti coranici» mentre documentava la protesta insieme a un cameraman. Scontri anche in altre due città dell’Est, Khost e Asadabad: si parla, anche lì, di morti e feriti.
Intanto, i talebani stanno lavorando per la formazione di un «governo inclusivo». A trattare c’è anche l’ex presidente Hamid Karzai, camaleontico e da sempre abile a inserirsi in ogni esecutivo afgano. Il suo successore, quell’Ashraf Ghani fuggito domenica da Kabul dopo la presa dei talebani, è ricomparso ieri negli Emirati Arabi Uniti. Con sé avrebbe portato 169 milioni di dollari, secondo quanto dichiarato da Mohammad Zahir Aghbar, ambasciatore afgano in Tagikistan, che, citato dalla Bbc, ha definito la fuga del presidente un «tradimento della patria e della nazione».
Poca roba rispetto alle riserve monetarie del Paese che, ha rivelato Ajmal Ahmaty, governatore della Banca centrale in carica, fuggito dalla capitale, ammontano a circa 9-10 miliardi di dollari. Non sono state compromesse da quando i talebani hanno preso il controllo di Kabul ma ben 7 miliardi sono detenuti dalla Federal Reserve americana.
L’amministrazione Biden domenica ha congelato le riserve e anche il finanziamento da 460 milioni di dollari nell’ambito dei programmi di aiuto contro la pandemia atteso per lunedì è a rischio. La mancanza di dollari statunitensi si tradurrà in un aumento dell’inflazione e questo, ha scritto l’economista su Twitter, «danneggerà i poveri, con l’aumento dei prezzi del cibo». E ciò potrebbe alimentare nuove proteste.
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