Israele divide la Cisgiordania. «Chiodo sulla bara dei due Stati»
Coloni ebrei in Cisgiordania (Ansa)
  • Approvato un nuovo insediamento: per il ministro Bezalel Smotrich è una risposta a chi riconosce la Palestina. Dagli Usa ancora sanzioni contro i giudici della Corte penale internazionale: Benjamin Netanyahu ringrazia…
  • L’appello ai fedeli affinché domani partecipino all’iniziativa per Ucraina e Gaza. L’annuncio: il Santo Padre visiterà il Libano entro dicembre. Presto sarà anche in Turchia.

Lo speciale contiene due articoli

Israele ha dato il via libera definitivo a un progetto di insediamento in Cisgiordania che suscita forti polemiche a livello internazionale. Il piano riguarda l’area nota come E1, una zona aperta a Est di Gerusalemme, la cui urbanizzazione, secondo i palestinesi e numerose organizzazioni per i diritti umani, rischierebbe di spezzare in due la Cisgiordania, compromettendo in maniera irreversibile la prospettiva di uno Stato palestinese indipendente. Se l’iter amministrativo proseguirà senza ostacoli, i lavori infrastrutturali potrebbero iniziare entro pochi mesi, mentre la costruzione dei primi alloggi è attesa tra circa un anno. Il progetto prevede la realizzazione di circa 3.500 unità abitative destinate ad ampliare l’insediamento di Maale Adumim. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’approvazione del nuovo insediamento, definendolo una risposta politica ai Paesi che intendono riconoscere lo Stato di Palestina. L’Ue ha condannato duramente la decisione, giudicandola una violazione del diritto internazionale e un ostacolo alla soluzione dei due Stati. Smotrich ha replicato che il progetto rappresenta un «passo decisivo» per rafforzare il legame del popolo ebraico con la Terra d’Israele e che ogni nuovo insediamento costituisce «un chiodo nella bara» dell’idea di uno Stato palestinese. L’Autorità nazionale palestinese ha condannato l’approvazione israeliana del progetto per 3.400 nuove abitazioni in Cisgiordania, definendola una misura che «trasforma il territorio in una prigione».

Emergono intanto dettagli sull’operazione «Gideon’s Chariots 2», autorizzata dal ministro della Difesa Israel Katz e destinata a segnare un passaggio decisivo nella campagna militare israeliana su Gaza. Il piano impiega cinque divisioni delle Forze di difesa israeliane (Idf), tre regolari e due di riserva, con un totale fino a dodici brigate operative durante la fase più intensa: nove permanenti e tre composte da riservisti. L’avanzata è stata preceduta da incursioni nei quartieri di Zeitoun e Jabaliya, mirate a logorare le difese di Hamas e ad accerchiare progressivamente Gaza City. Parallelamente, l’esercito ha predisposto misure per l’evacuazione dei civili verso Sud: corridoi umanitari, ospedali da campo, centri medici rinforzati e strutture di distribuzione degli aiuti. Tuttavia, i vertici hanno chiarito che non sarà possibile effettuare controlli individuali su ogni persona in fuga, dato l’alto numero di sfollati.

Sul fronte della mobilitazione, l’Idf ha già richiamato 70.000 riservisti e intende convocarne altri 60.000. Il picco operativo è fissato per il 2 settembre, con un’ulteriore ondata prevista entro fine anno. In diversi casi il periodo di servizio sarà esteso dai tradizionali 70-80 giorni fino a 100-140, segno che l’impegno militare si protrarrà almeno fino al 2026. L’operazione appare dunque concepita come un’offensiva di lungo periodo, mirata a colpire irreversibilmente le capacità militari del movimento islamista. Il governo israeliano ha reso noto che Benjamin Netanyahu ha ordinato di accelerare i tempi per la conquista delle ultime roccaforti di Hamas a Gaza. Il premier ha inoltre ringraziato riservisti, famiglie e soldati dell’Idf per l’impegno dimostrato. Hamas ha condannato i piani israeliani per l’offensiva a Gaza e lo sfollamento di oltre un milione di civili, definendoli «un nuovo capitolo della guerra di sterminio». Il movimento ha inoltre indetto per giovedì uno sciopero globale, sollecitando in particolare i Paesi arabi e musulmani a mobilitarsi in sostegno della popolazione della Striscia. Nonostante i duri colpi, una brigata di Hamas resta attiva a Gaza City, con capacità ridotte, mentre i tunnel sotterranei continuano a rappresentare una minaccia tattica. Ieri un gruppo di diciotto miliziani ha attaccato un avamposto Idf nel corridoio di Morag, a Khan Yunis, usando armi leggere e lanciarazzi. Dopo aver sfondato l’ingresso e aperto il fuoco, sono stati respinti dal battaglione Nachshon della Brigata Kfir, che ha ucciso una decina di terroristi; i superstiti sono fuggiti nei tunnel. Secondo le prime analisi, l’attacco è partito da cunicoli coordinati e mirava a rapire soldati, come dimostrano le barelle trovate con gli aggressori. Mentre scriviamo si apprende che l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale (Cpi), accusati di voler indagare su cittadini statunitensi e israeliani senza consenso. I destinatari delle misure sono i giudici Kimberly Prost (Canada) e Nicolas Guillou (Francia), insieme ai procuratori aggiunti Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal). Le sanzioni congelano eventuali beni negli Stati Uniti e vietano a individui e istituzioni americane di intrattenere rapporti con loro. Washington ha definito l’iniziativa una risposta a quella che considera «politicizzazione, abuso di potere e illegittima ingerenza giudiziaria» della Cpi. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la Corte costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale e che gli Usa adotteranno «ogni misura necessaria per difendere sovranità, forze armate e alleati». La decisione segue le sanzioni contro il procuratore Karim Khan e la relatrice Onu Francesca Albanese, mentre alcuni repubblicani chiedono ulteriori misure contro la Cpi.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto con favore la scelta di Washington, definendola un atto decisivo a tutela di Israele. In una nota, Netanyahu si è congratulato con Rubio, sottolineando che la mossa rappresenta «un passo importante contro la campagna diffamatoria sullo Stato e sull’Idf».

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