Con il termine «autonomia strategica» i vari governi europei intendono cose differenti: sebbene vi sia la consapevolezza che la Difesa sia vitale, il grado di dipendenza dagli Stati Uniti è già fonte di pareri contrastanti.
L’Unione europea si trova in un momento unico della sua storia e va profondamente riformata. Sotto questa presa di coscienza c’è anche l’ammissione del fatto che l’attuale Commissione ultra-ecologista possa essere silurata alle elezioni del prossimo anno, ma anche l’evidenza che l’ormai settantatreenne Ue, il cui compleanno è stato festeggiato il 9 maggio nella ricorrenza della dichiarazione di Robert Shuman, abbia bisogno di aggiornamenti, come ha detto Olaf Scholz nel suo discorso al Parlamento di Strasburgo, nel quale il cancelliere ha sottolineato la necessità di superare il voto all’unanimità almeno per la politica estera e la materia fiscale, oltre a ribadire, ancora una volta, il pieno sostegno all’Ucraina per la guerra che sta affrontando.
A proposito di quest’ultima, la decisione di dare 3,6 miliardi di euro d’armamenti a Kiev più altri due prelevati dal fondo Eps viene sbandierata come un risultato storico. Ma stante che l’Ue è nata con lo scopo di garantire la massima stabilità a sé stessa, le vicende russo-ucraine sono un motivo sufficiente per attuare il grande disegno della difesa comune dell’Unione. Come lo era quella di non dipendere più dal gas di Putin tutti insieme. E sappiamo come è finita. L’idea di Scholz è di modificare le regole affinché per prendere certe decisioni basti la maggioranza qualificata tra gli Stati membri, che tuttavia insieme costituiscono soltanto il 5% della popolazione mondiale e questo «piccolo» numero è già sufficiente per ammettere che bisogna proteggere i nostri interessi innanzi al resto del mondo. A partire dalla Difesa, per la quale il cancelliere chiede anche di non farsi intimidire dalla Russia. «È una grande opportunità» dice Scholz, «non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa nel suo insieme. Perché una Ucraina prospera, democratica, europea è il simbolo più chiaro del rifiuto della politica imperiale e revisionista di Putin nel nostro continente».
Nei governi dell’Europa occidentale è frequente l’idea un po’ fantasiosa che le potenzialità economiche della Ue e i proclami sulle ambizioni di difesa comune ci proteggano da una possibile aggressione. Scordando che negli ultimi duecento anni, da Napoleone a Hitler e Mussolini, a tentare la conquista del suolo russo siamo stati noi occidentali e non viceversa. Certo, nel secolo scorso Mosca è arrivata fino a Berlino e a Praga, ma poi di fatto lasciava che il confine ovest del «blocco» fosse difeso da stati satellite e cuscinetto che l’allargamento della Nato sta eliminando uno dopo l’altro. Non è un caso che la Difesa unica europea sia una di quelle idee che finora sono state impossibili da perseguire a causa delle differenze nella politica estera dei singoli stati dell’Ue, ma la guerra russo-ucraina porta Bruxelles a fantasticare sull’unione militare. E il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto proprio questo dando il via al dibattito su dove si sta dirigendo l’Unione stretta tra Stati Uniti, Cina e Russia. «L’autonomia strategica, la capacità di provvedere alla propria sicurezza», ha detto Macron ai giornalisti tornando dalla visita al presidente cinese Xi Jinping ad aprile «deve diventare il principio organizzativo dell’Europa. Senza di esso l’Europa rischia di diventare un vassallo di altre potenze, inclusi gli Usa».
Ma con il termine «autonomia strategica» i vari governi europei intendono cose differenti: sebbene vi sia la consapevolezza che la Difesa sia vitale, il grado di dipendenza dagli Stati Uniti – in primis per le armi atomiche e il dispiegamento di truppe in tutta Europa – è già fonte di pareri contrastanti. Insomma, la Ue vorrebbe diventare una superpotenza ma scorda di essere stata divisa da una cortina fino al 1989, che storicamente è una data ancora vicina. La dimostrazione ultima è avvenuta allo scoppio della guerra il 24 febbraio 2022, quando tutti gli analisti furono concordi nel prevedere un aumento dei programmi di difesa europei. Ma alla fine, per dotarsi di armi moderne, quasi tutti i Paesi si sono rivolti agli Usa per avere garanzia di consegne rapide, inclusi i caccia F-35 per Germania e Repubblica Ceca e i carri armati Abrams per la Polonia.
Riguardo le faccende militari c’è poi un divario storico tra i paesi dell’Europa orientale e quelli occidentali. In Romania, per esempio, qualsiasi misura militare a protezione del fronte orientale è percepita come di valore limitato a meno che non coinvolga forze americane sul campo. L’insistenza di Macron sul termine «autonomia strategica» rispecchia comunque ciò che i francesi storicamente vogliono e perseguono da sempre, ovvero l’indipendenza militare da Washington e la libertà di costruire e vendere armi a chi vogliono. La Germania parla di sovranità europea in modo differente, esprimendo l’ambizione di poter agire in modo indipendente durante le crisi, ma è un desiderio che negli ultimi anni ha visto emergere le grandi differenze con Parigi, ne è esempio la lunga trattativa tra Dassault (F) e Airbus (D e F) per stabilire chi facesse che cosa nel progetto del futuro caccia Fcas. Così l’attacco russo a Kiev ha evidenziato la dipendenza dell’Europa non solo dalle capacità militari statunitensi, ma anche dalla leadership Usa nell’orchestrare una risposta coordinata. Con un timore mai del tutto risolto: che finita la crisi ucraina Washington possa smettere di preoccuparsi della sicurezza europea per concentrarsi sulla pressione cinese nell’Indo-Pacifico. L’Unione sogna la sua «autonomia strategica», in fatto di tecnologia, energia e difesa, ma sono temi sui quali i Paesi membri hanno idee diverse quando non opposte.
Soltanto oggi la Germania, che per decenni ha considerato la Russia un partner, ha iniziato a spendere più soldi in armi e a vendere carri armati senza fare tante storie, ma è improbabile che raggiunga l’obiettivo Nato del 2% del Pil, parametro che neppure noi abbiamo ancora centrato (1,54%). Intanto la Francia non si è mai fatta scrupoli nel vendere armamenti al resto del mondo, ma deve affrontare problemi interni come terrorismo e tensioni sociali. L’Italia è ancora sola ad affrontare le migrazioni incontrollate e, su tutto, dal 1989 a oggi lentamente agli europei dell’Ovest è andata mancando la percezione comune della minaccia. Come è sempre mancata l’unanimità nelle decisioni davvero importanti. E pensare che per decenni si è discusso del diametro delle mele…
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