Dovevano inviare truppe in Ucraina. Ora i volenterosi litigano sulle armi
Da sinistra, Friederich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer (Ansa)
  • Parigi prova a escludere Londra dai progetti europei per l’acquisizione di materiali bellici. Berlino, varato il suo piano per la Difesa, nega il debito Ue agli altri. Ma Ursula von der Leyen dà ancora 1 miliardo a Kiev: in totale sono 150.
  • Il presidente ucraino sarà in Canada, però gli Usa si oppongono a dichiarazioni di supporto In ballo anche le spese militari in vista del vertice Nato e la lotta al traffico di migranti.

Lo speciale contiene due articoli

Blaterano di mandare truppe in Ucraina, si dichiarano pronti a cooperare per una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente, però non riescono nemmeno a mettersi d’accordo sul riarmo. La buona volontà dei volenterosi sembra essersi sbriciolata alla prima prova: guarda caso, quella in cui è stato necessario discutere di quattrini.

Da un lato, c’è la Francia che vuole impedire ai britannici di accedere ai fondi Ue per gli acquisti e la produzione congiunta di materiali bellici; dall’altra, la Germania, la quale, varato il suo maxi piano per la Difesa, con 1.000 miliardi di spesa in deficit, non è disposta ad approvare meccanismi di indebitamento comune a beneficio degli altri Stati membri.

Secondo quanto riportato dal Telegraph, Parigi starebbe insistendo per limitare l’accesso alle risorse dell’Edip, il Programma europeo per l’industria della Difesa, alle imprese del Vecchio continente, escludendo così le società d’Oltremanica dalla gran parte dei progetti che verrebbero finanziati attingendo dal budget dell’Ue. In fondo, questo è stato il pallino dei transalpini da quando Ursula von der Leyen ha lanciato il programma, che rappresenta uno dei pilastri della sua strategia da 800 miliardi, pensato per migliorare la «preparazione» dei Paesi dell’Unione a un conflitto. A parere dell’Eliseo, che nella corsa al riarmo intravede una ghiotta occasione per rinvigorire l’ammaccata grandeur e, soprattutto, per rimpinguare le casse dei campioni nazionali del settore, tenere il denaro europeo dentro l’Europa è una conditio sine qua non.

Alludendo al presunto nuovo corso post Brexit, che sarebbe stato inaugurato dall’arrivo a Downing Street del laburista Keir Starmer, più conciliante con l’Ue rispetto ai Tories, una fonte diplomatica di Bruxelles si è sfogata con il quotidiano di Londra: «Nemmeno un mese fa, abbiamo dichiarato solennemente che avevamo voltato pagina e che era iniziato un nuovo capitolo nelle nostre relazioni con il Regno Unito. Eppure, alla prima occasione di tradurre quelle parole in azioni, abbiamo chiuso di colpo il libro». Un suggestivo gioco verbale che descrive bene i rapporti con la Gran Bretagna, ma anche l’intesa tra inglesi, francesi, tedeschi – che nel formato Weimar+ comprende la Polonia – in teoria tutti pronti a offrire garanzie di sicurezza agli ucraini. Persino se ciò dovesse comportare l’invio di contingenti militari nell’Est, purché ad armistizio con i russi raggiunto. Eppure, al momento di mettersi d’accordo, ricompaiono gli egoismi e gli amici ricominciano a sgambettarsi reciprocamente.

Nel frattempo, Berlino starebbe minacciando di rovinare i disegni della connazionale Von der Leyen. Stando alla Frankfürter Allgemeine Zeitung, in un documento di posizione stilato per l’inizio dei negoziati sul bilancio dell’Unione, relativo al periodo successivo al 2027, il governo tedesco avrebbe bocciato «la continuazione» di uno «strumento straordinario e temporaneo», tipo il fondo per la ripresa dalla pandemia, finanziato a debito. «Una sua estensione», sarebbe il diktat della cancellerie, «è legalmente esclusa». Ovviamente, la vittima sacrificale del veto teutonico rischia di essere il ReArm, che avrebbe dovuto dilatare, sposando la logica dell’unità e della solidarietà, la portata del metodo utilizzato per creare il fondo Safe da 150 miliardi.

Ieri, intervistata dalla Stampa, Kaja Kallas, l’Alto rappresentante dell’Europa, ha riproposto il ritornello di Mosca sull’orlo del crollo economico, che tuttavia costituisce al contempo una minaccia tale da giustificare l’aumento delle spese militari «in tempi di pace». Altrimenti, «sarà sempre troppo tardi». E capiterà come all’Estonia negli anni Trenta, invasa dai sovietici. Intanto, con buona pace (è il caso di dirlo!) della retorica sulla Difesa comune, sull’Europa da rafforzare e rendere autonoma dagli Stati Uniti, la Germania persegue i propri interessi: ai tedeschi era sufficiente approvare la riforma costituzionale che ha sbloccato le ingenti spese necessarie a ritrasformare il Paese in una potenza militare; adesso, quello che capita agli altri sarà un problema loro. Alla faccia dell’urgenza e dell’invasione imminente. Allo stesso modo, i francesi non si sono fatti scrupoli nel rifiutare all’Inghilterra l’accesso alla cassa per l’acquisizione sul mercato e la fabbricazione di armamenti. Sono le ennesime prove del fatto che, dietro gli appelli a prepararsi insieme alla campagna imperialista di Vladimir Putin, si nascondono gli affari delle grandi industrie e le ambizioni di leadership delle singole nazioni.

Nonostante la zuffa sulla pecunia, comunque, la presidente della Commissione ostenta ancora generosità nei confronti di Kiev: ieri, su X, ha annunciato che l’Unione aveva appena «erogato un nuovo importo di 1 miliardo di euro all’Ucraina. Portando il nostro sostegno totale a quasi 150 miliardi dall’invasione su vasta scala della Russia. Resteremo con l’Ucraina per un lungo periodo». Tanto paghiamo noi. Volenterosi o meno.

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