- Il progetto del velivolo, esposto nel 2017, è tuttora un modello in cartapesta paralizzato dagli interessi. La francese Dassault rivendica la leadership, no di Airbus che sonda altri partner. In ballo 100 miliardi.
- Bruxelles vuole utilizzare i fondi congelati senza sapere se potrà rimborsarli a Mosca.
Lo speciale contiene due articoli
Volano gli stracci tra Parigi e Berlino sul Future Combat Air System (Fcas), il caccia di sesta generazione che avrebbe dovuto incarnare l’ambizione strategica dell’Europa. Il costosissimo velivolo militare rischia di diventare l’ennesimo monumento all’inconcludenza franco-tedesca. Nato nel 2017 con grandi promesse di integrazione industriale e difesa comune, il progetto da 100 miliardi di euro è oggi paralizzato da una guerra intestina tra la francese Dassault Aviation e Airbus Defence (a maggioranza tedesca), mentre l’Italia ha già voltato pagina, scegliendo partner meno rissosi e un calendario più credibile.
La disputa non è tanto tecnica, quanto politica ed economica. Dassault rivendica il controllo del progetto, forte dell’esperienza maturata con l’aereo Rafale, e pretende di scegliere fornitori e distribuire il lavoro senza dover negoziare con Airbus. Berlino, dal canto suo, non intende finanziare un programma che rischia di trasformarsi in un «Rafale 2» mascherato, cioè con fondi tedeschi e priorità francesi.
La richiesta di Parigi di accaparrarsi l’80% del carico di lavoro ha fatto esplodere il Bundestag: «Una proposta distruttiva e arrogante», ha tuonato Volker Mayer-Lay, relatore Cdu/Csu per la difesa. Il governo tedesco ha già ventilato l’ipotesi di sostituire Dassault con partner alternativi, come Bae Systems o Saab. Airbus avrebbe già sondato il terreno con questi e altri possibili partner, mentre l’amministratore delegato di Dassault, Éric Trappier, ha reagito affermando che il produttore di aerei da combattimento può anche procedere da solo, poiché possiede le competenze necessarie. Una dichiarazione che certo non contribuisce a distendere gli animi.
La retorica dell’unità europea si infrange contro la realtà di interessi economici nazionali inconciliabili. La Francia, potenza nucleare, teme che i ritardi del Fcas compromettano la sua capacità di deterrenza. La Germania, invece, vuole un sistema interconnesso, interoperabile e sviluppato in modo paritario. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali, si moltiplicano le minacce di abbandono, le accuse reciproche e le trattative parallele.
Il progetto, che avrebbe dovuto consegnare il primo velivolo nel 2040, è fermo alla fase concettuale. Al Salone dell’aeronautica di Parigi 2025, Dassault ha esposto lo stesso modello in cartapesta del 2019. La seconda fase, quella dei prototipi, è bloccata da divergenze sulla gestione e sulla distribuzione dei compiti. La Spagna, terzo partner ufficiale, resta defilata, mentre l’elettronica di bordo procede separatamente grazie alla collaborazione tra Hensoldt, Thales e Indra. Il cuore del progetto, però, è in stallo.
Nel frattempo, l’Italia ha scelto una strada più pragmatica. Con Regno Unito e Giappone, partecipa al Global combat air programme (Gcap), che promette un caccia operativo già nel 2035. Leonardo, partner italiano, lavora con Bae Systems e Mitsubishi in un consorzio che, a differenza del Fcas, sembra funzionare.
Il fallimento del Fcas non sarebbe solo un disastro industriale, ma un colpo mortale alla credibilità dell’Europa come attore strategico, se mai ne è esistita una. Dopo sette anni di litigi, riunioni inconcludenti e modelli finti, il progetto rischia di affondare sotto il peso delle ambizioni non condivise.
Intanto ieri, in occasione delle celebrazioni per il trentacinquesimo anniversario della riunificazione tedesca, il cancelliere Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron si sono visti a Saarbrücken, al confine tra i Paesi. I due hanno fatto mostra di andare molto d’accordo, con abbracci e sorrisi e hanno pronunciato alati discorsi.
«Anni di immigrazione irregolare e incontrollata verso la Germania hanno polarizzato il nostro Paese. La politica, lo Stato, il governo hanno le loro responsabilità», ha affermato Merz. «Ma la portata della sfida deve essere compresa da tutti noi, da ogni cittadino del nostro Paese». L’appello al popolo però rischia di non portare bene al cancelliere, che ha un misero 27% di gradimento personale nei sondaggi, mentre ben il 77% dei cittadini tedeschi è poco o per nulla soddisfatto del governo attuale.
«Si stanno formando nuove alleanze di autocrazie contro di noi, che attaccano la democrazia liberale come stile di vita», ha detto invece Macron. «Di fronte al ritorno dell’illuminismo oscuro c’è una via verso un nuovo illuminismo», ha detto il presidente francese, «un modo per amare la cultura, la musica, la letteratura, la conversazione e il dibattito, per credere che il rispetto e la scienza siano più forti dell’odio e della furia».
È certamente così, da qualche parte nel mondo, ma forse in questo momento Macron dovrebbe preoccuparsi soprattutto di illuminare la Francia, alle prese con una crisi economica e politica senza precedenti, figlia anche del suo operat.
La realtà è che sotto la superficie delle belle parole e delle strette di mano, quando si tratta di denaro e di potere passa tutto in secondo piano e contano i rapporti di forza.
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