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Volodymyr Zelensky (Ansa)

«Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui stiamo pensando». Un anno fa, il presidente del comitato militare Nato, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, annunciava al Financial Times che l’Alleanza atlantica era pronta addirittura a sferrare un «attacco preventivo» alla Russia.

Quelle dichiarazioni scatenarono un vespaio politico, finché Giorgia Meloni, pur stizzita dall’improvvida sortita, chiuse la polemica, spiegando che il militare non si riferiva alla guerra convenzionale (carri armati, missili, fucili), bensì «stava parlando di cybersicurezza».

Hacker, sabotaggi e allarmi bomba: la Nato non sembra pronta a reagire

Eccoci qui, un anno dopo. Dovevamo essere noi a portare lo scompiglio digitale in casa del nemico; invece è il nemico che sta seminando il panico tra noi – ammesso sia vera la pista che, dagli allarmi bomba sugli aerei, passando per i sabotaggi agli impianti di raffreddamento di supermercati e centri di crioconservazione del sangue, fino alle intimidazioni ad Antonio Tajani sul dark Web, conduce al Cremlino.

Riarmo, tanti proclami ma poche difese: l’Europa impreparata alla guerra degli hacker

Le classi dirigenti insistono: queste minacce ibride sono la dimostrazione che bisogna investire nella difesa. Ma non è un argomento di cui si parla da quattro anni? Cosa è stato fatto finora? Evidentemente, più che tank, razzi e altri supercaccia, ci servivano drappelli di smanettoni capaci di fronteggiare altre squadre di hacker.

Costano pure meno. Chi comanda non ci può più raccontare che l’emergenza rende urgente il riarmo; di sicurezza si discute da così tanto tempo, che, a questo punto, già non dovrebbe esserci più alcuna emergenza.

Dopodiché, se sul serio sono agenti di Vladimir Putin i pirati informatici che diffondono false notizie sugli ordigni a bordo dei velivoli, è evidente che la postura dell’Europa e della Nato non solo non è quella aggressiva e proattiva che sognava Cavo Dragone, ma non è nemmeno propriamente difensiva.

Quali contromisure comuni sono state adottate? Una riunione a Bruxelles che ha prodotto scartoffie e frasi di circostanza? E il Patto atlantico? Non ci auguriamo che qualcuno attivi l’articolo 5; ma l’articolo 4? Sarebbe legittimo avviare consultazioni tra gli Stati membri dell’Alleanza?

Le intelligence sono al lavoro, certo. Staranno cooperando, è ovvio. Ma nessuno, guarda caso, si sogna di evocare rappresaglie e nemmeno forme spinte di deterrenza. Delle due l’una: o le cancellerie non sono tanto sicure che ci sia lo zampino dello zar; oppure, quando il gioco si fa duro, i duri che di solito si divertono a blaterare di preparazione ai conflitti, scorte di cibo e acqua, fiutano la malaparata e abbassano la cresta.

Germania e Polonia frenano: meno armi a Kiev e spiragli di dialogo con Mosca

Segnali del genere, peraltro, stanno arrivando proprio da chi meno ce lo si aspetterebbe: Germania e Polonia, i due principali alleati dell’Ucraina, il sostegno alla quale sarebbe alla base delle presunte vendette russe.

Ieri, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha risposto picche ai disperati appelli di Volodymyr Zelensky: Berlino non fornirà altri missili Patriot a Kiev. «Non possiamo fare di più in questo momento», ha detto l’esponente socialdemocratico in un’intervista al gruppo Funke. «Qualsiasi cosa consegnassimo ora non potrebbe essere rimpiazzata per un certo periodo di tempo e questo creerebbe delle falle nelle nostre difese che non possiamo permetterci».

Il ministro degli Esteri di Varsavia, Radoslaw Sikorski, dal canto suo, ha ribadito: cessate le ostilità, «ripristineremo le relazioni» con Mosca. Le cose, probabilmente, non torneranno come prima, ma sarà necessaria «qualche forma» di dialogo con un Paese che, comunque, per ragioni storiche, già prima non aveva esattamente rapporti idilliaci con la Polonia.

Altro che truppe ammassate ai confini con la Federazione russa. Altro che tenaglia su Kaliningrad. Altro che stati maggiori inglesi in assetto da olocausto nucleare. Proprio mentre si avvicinano i colloqui di pace di Abu Dhabi e Donald Trump, tra le perplessità degli europei, prospetta un «grande e magnifico accordo», i falchi cominciano a volare più basso.

Berlino nega i Patriot a Kiev e prende le distanze: il peso della guerra diventa insostenibile

Da questo punto di vista, risulta particolarmente interessante il modo in cui Pistorius ha spiegato il diniego delle contraeree agli ucraini, i quali stanno continuando a subire feroci bombardamenti e, quindi, avrebbero un gran bisogno di proteggere le loro città. Il ministro tedesco dice: se diamo i missili a loro, non li avremo noi.

A pensar male, si fa il peccato di sospettare che l’escalation «ibrida» non sia funzionale tanto a spingere ulteriori investimenti bellici, quanto a giustificare un disimpegno da vincoli ormai insostenibili. Tanto più che, proprio in Germania, si sta celebrando il processo al presunto sabotatore dei gasdotti Nord Stream, che può mettere in serio imbarazzo Zelensky.

Non è un mistero, in effetti, che i funzionari Ue siano preoccupati: dove li andremo a prendere i soldi per finanziare Kiev? I 27 garantiscono che le sovvenzioni arriveranno anche indipendentemente dall’intesa, tutt’altro che vicina, sul prossimo bilancio pluriennale.

Zelensky chiede 70 miliardi per il 2027, ma gli alleati cominciano a sfilarsi

Ma una spia dell’angoscia che serpeggia è stata la missione di Ursula von der Leyen in Canada. A Mark Carney, tuttavia, la presidente della Commissione è riuscita a scucire solo 500 milioni sui 90 miliardi di euro complessivi: è come se dovessimo saldare un banchetto di nozze e qualcuno, come contributo, ci offrisse un caffè.

Zelensky, intanto, ha già presentato il conto per il 2027: 70 miliardi. Che i Paesi extra Ue del G8, al di là della retorica, non sembrano entusiasti di procurargli. Quasi quasi, gli hacker russi cascano a fagiolo.

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